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Presetited to the
LIBRARY o/r/jé'
UNIVERSITY OF TORONTO
from
the estate of
GIORGIO BANDINI
Giacomo Barzellotti
MONTE AMIATA
e il suo Profeta
(DAVID LAZZARETTI)
Con quadro tavole a colori e qiiaranlanove incisioni.
MILANO
Fratelli T k e v e s , Editori
1910.
MONTE AMIATA E IL SUO PROFETA
(DAVID LAZZARETTI).
David Lazzaretti, detto il franto.
n
Giacomo Barzellotti
m
MONTE AMIATA
e il suo Profeta
(DAVID LAZZARETTI)
Con quattro tavole a colori e quarantanove incisioni.
MI LAN O
Fratelli Treves, Editori
I 9 I o.
PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.
/ diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi,
coììipresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda.
Wilano. — Ti]). Fi-;i1p11ì 'l'veves.
Com'erano vestiti David e i suoi seguaci,
e quali vessilli poetavano il giorno della
" discesa „ del profeta da monte labbro
(18 AGOSTO 1878).
David Lazzaretti.
Sacerdote-Eremita.
Principe legionario.
Discepolo.
Musicante.
Suora di carità.
:^f
Matrona.
Fanciulla pia.
Fio-lia dei cantici.
Vessillo della 1.* legione italiana. Vessillo dei militi delle sante Milizie.
Bandiera di legno che fu innalzata il giorno 16 agosto 1878
in cima alla torre di Monte Labbro.
PREFAZIONE.
Anche oggi, dopo più di treut'auni dalla tragica fine dì
David Lazzaretti, resta di lui e del moto religioso, ch'egli
suscitò intomo u se, un ricordo vivo, non solo nel popolo
della nostra Montagna, ma in tutta Italia e fuori, fra quanti
seguono e studiano con interesse, crescente ogni giorno, i
fatti della coscienza religiosa.
(i)aando uscì a Bologna, in due edizioni dello Zanichelli,
nel ISS,") e nel 1SS(;, il mio libro su David Lazzaretti, non si
era ancora spenta l'eco dolorosa sollevata nell'opinione poli-
tica del paese dai sanguinosi fatti di Arcidosso per la grave
parte di responsabilità, che n'era ricaduta sul Governo; du-
ravano nel loro pieno fervore le inchieste e le discussioni,
eon le quali gli alimisti avevano voluto fare dello stato men-
tale di David e dei suoi e di tutto il fenomeno religioso
del Lazzarettismo un oggetto di studio esclusivamente ap-
l^artenente al campo della loro scienza.
Il mio libro dovè certo a queste circostanze buona parte
della fortuna che ebbe; sebbene, per proposito, si tenesse
lontano così « dal voler rieccitare i sentimenti » sorti da quei
fatti, come « dal farne servire il racconto a suggerire novità
religiose, sociali o politiche »; e sebbene dissentisse nel fondo
dalla tesi degli aUemstì, rivendicando ad un campo di osser-
vazione più largo, e — mi si lasci dir così — più intimamente
umano ^ lo studio del Lazzarettismo considerato come fatto
morale e religioso.
Debbo e posso anche dire che al mio lavoro certo non
noc(j[ue l'aver voluto essere innanzi tutto un'opera d'arte?
Non so; ma è possibile che i lettori mi abbian tenuto conto,
se non altro, della buona volontà del mio tentativo. E lo
chiamo così senz'ombra di falsa modestia. Nessuno certo sente
più di me l'abisso, che innanzi agli occhi di chiunque intenda
davvero che cosa sia un'opera d'arte e di pensiero, si apre
G, Baezellotti. a
VI PREFAZIONE
immenso tra l'arduo cimento dell'eseguirla e le altezze del-
l'ideale, cou cui fu concepita. E l'ideale, che avevo davanti
anche in questo mio lavoro, era contemperarne in intima
unione la materia con la forma, fare uscir tutta e intera
nella sua intima vita la realtà delle cose dalla interpetra-
zione, che ne davano, esprimendole, resuscitandole, l'intel-
letto e la fantasia: l'ideale della storia, quale io la penso,
quale, spero, ce la darà l'avvenire, intesa nel suo signitìcato
più alto e più vero.
Ma appunto perchè questo era ed è il mio ideale, non nìi
lascerò mai indurre nella tentazione di prendere in parola
Giovanni Pascoli, che nella sua bella Antologia Sai Limitare,
ove son riportati più brani del mio libro, lo giudicava opera
di verità e d'arte, riuscita consentanea a codesto ideale che
l'aveva ispirata. — Il tuo giudizio — o Giovanni Pascoli —
fu anche questa volta uno dì quei tuoi geniali trascorsi di
critico benevolo, che ti vengon dal cuore, pari in te all'in-
gegno profondamente sensitivo, alto e squisito; trascorsi ignoti
alle anime auguste e alle menti corte, che, incapaci delle cose
grandi e l)uoue, si arrovellano e si assottigliano per cercar
di scuoprire, a ogni costo, intorno a sé non altro che il brutto
e il cattivo.
Ma comunque si voglia giudicare l'opera mia sotto l'aspetto
letterario, — e il giudicarla spetta ora di nuovo ai lettori, —
questo però io credo di poter dire senza vana temerità, ch(i
il motivo scientifico e filosofico, da cui mi fu suggerita, è
vero. Essa mi si disegnò in mente fin da princìpio come hìì
coutrihìito (lìVcmbrioìiKiia dei fenomeni reìi(/iosi ; — così mi parve
dì poterla definire, secondo un concetto che esposi nella pre-
fazione alla prima edizione con queste parole:
"Una scienza, nuova, se non pei suoi intenti e pel fine a cui mira,
certo per la coscienza, intima in lei, del metodo critico che la dirige,
si disegna ogni giorno più :^iille rovino della Metafisica antica, e coui-
pone a poco a poco in forma di dottrina quel che di più sicuro vicn
fuori dalle dispute dei sistemi. Piuttosto che una nuova iilosofla, io la
chiamenn una psicoloi/ùi delUi storia. Essa sta, direbbe un matematico,
allo studio dei grandi fatti e delle leggi generali della società iimana
come la Meccanica molecolare sta all'Astronomia e alla Fisica. -E uno
studio paziente, intiùtivo e metodico al tempo stesso, delle Iccfgi dello
forze più semplici che operano nella coscienza umana, e che nello loro
manifestazioni complesse e sotto l'efRcacia debile necessità sociali danno
per resultalo i grandi fatti storici.
"E un tale studio, a cui jìresta materiali sempre nuovi, non solo
il lavoro scientifico dei filosofi, degli antrojiologi e degli alienisti, ma
anche questo continuo pubblicare, che oggi si la, memorie, documenti
ìnnarri d'ogni sorta, accenna a voler comj)rendeio sempre più anche i
fenomeni religiosi nel campo della psicologia. ]^] im genero di ricerche
proi)riamonte indnttive, che si vale di quanto la critica storica compa-
rata ha sco})erto nello studio delle singole religioni, e mentre ne osserva
PREFAZIONE Mi
i fenomeni in tutte le circostanze i)articolari di luogo, di tempo, di razza,
nello quali si sono prodotti, mira a trarne fuori il valore o il contenuto
morale umano.
"Si capisce come in chi guardi dà codesto punto di luco i fatti
della coscienza religiosa, l'imparzialità della scienza, pur rispettando
altamente ciò che la coscienza umana rispetta, possa, debba anzi giun-
gere sino a dare sovente la stessa importanza così alle più grandi e
alle più sublimi, come alle minime e allo più mnili tra le manifesta-
zioni del sentimento religioso e a quella delle suo malattie e dei suoi
delir. Una psicologia, degna davvero di applicare i principi della
scienza moderna alla critica delle religioni, non dove lasciare ai soli
alienisti il tentarne la patologia. In uno studio scientiBco della vita
del Cristianesimo la storia delle eresie e delle sètte può avere per il
lettore un interesse pari a quello della storia dei dorami.
" Se non che i fenomeni della coscienza religiosa prosentano, come
tutti gli altri della stessa specie, grandi e talvolta insuperabili diffi-
coltà a chi voglia coglierli nella loi'O presenza e nella loro realtà viva.
E^ io dubito molto che possano mai riuscire non illusorie quelle espe-
rienze religiose che Ernesto Renan in un suo libro proponeva di ten-
tare in Asia e in Affrica, e che, a parer suo, non costerebbero più di
venti o trenta milioni. E la stessa difficoltà che si attraversò sempre
ai progressi della psicologia individuale e sociale, e che riesce insupe-
rabile ogni qualvolta il fatto religioso da osservarsi sia, non solo col-
lettivo, ma anche di quelli, al cui prodursi non può l'osservatore assi-
stere, perchè passati ormai per sempre dalla storia dell'anima umana
e propri soltanto alle età primitive ingenue. Tali sono il sorgere, il
morire, il trasformarsi di religioni destinate ad avere vita larga e po-
tente, come il Buddismo, il Cristianesimo, il Maomettanismo ; fenomeni,
di cui noi non possiamo più ormai farci che appena un'idea, osser-
vando da vicino ciò che avviene in mezzo al vivo fermento delle sètte
religiose in Russia, in Oriente e negli Stati Uniti.
" Talvolta, è vero, anche tra le nazioni più civili d'Europa, ove la
coltura, la riflessione critica, la infinita prosa borghese del vivere mo-
derno spensero anche negli animi popolari la spontaneità della natura
creatrice delle religioni, del linguaggio e delle primitive forme d'arte,
accade, più in specie tra i volghi delle campagne, qualche eruzione
improvvisa di fede alta e viva o di fanatismo da rammentare quelle
d'altri tempi. Di qui l' interesse che destarono da per tutto, appena
avvenuti, i fatti d'Arcidosso. Importa molto che esperienze rare, fugge-
voli come queste non si sottraggano allo studio della psicologia sociale,
che non siano lasciate solo a chi debba farle passare attraverso al va-
glio, sovente un po' troppo minuto e angusto, di un'analisi da specia-
lista. Eppure solo chi ha provato quanto sia difficile, massime poi in
certi casi, osservare, sperimentare nel vero senso scientifico di (lueste
parole, e sa che cosa voglia dire far la stoiia vera, imparziale di un
ijenchè minimo fatto accaduto ieri sotto i nostri occhi, può capire quale
ufficio delicato sia per una critica seria il cogliere nei suoi veri tratti,
il mettere in quel punto di prospettiva, da cui dovrà poi guardarla
la scienza, la descrizione di un moto religioso sorto in mezzo a popo-
lazioni della campagna incolte, passionatissime.
"E questo io mi son provato a fare nel mio libro. Dove mirando
a riprodurre il più che m'era possibile la vita, il moto del fenomeno
da me descritto, ho sempre avuto l'occhio a rilevarne i tratti che me-
YIII PREFAZ ONE
glio lo porgono allo studio della scienza; come fa l'artista, che j^repa-
rando per un Museo o per un Laboratorio l'esemplare d'una Fauna
quasi estinta, studia di conservarne sino ai particolari minuti le forme
caratteristiche, specialmente quelle nelle quali l'impronta del tipo più
alto della specie si ravvisa tra le imperfezioni embrionali e le degene-
razioni mostruose.
"E anche nei fatti di Arcidosso questo tipo della specie ci si rico-
nosce. È quello del sorgere, dell' imporsi che fa a mano a mano, per
quasi dieci anni, alla coscienza di un largo volgo di credenti una fede
nuova, il cui valore di propaganda sta tutto nell'azione personale d'un
uomo, nato ad esprimere in sé in forma rozza quanto si vuole, ma non
per ciò raon vera, il tipo del credente entusiasta, del profeta popolare,
del fondatore di setta religiosa: una specie di Maometto da villaggio
toscano, furbo e, a un tempo, esaltato, credulo e accorto, ingenuo e
intrigante, a volte assennato, a volte maniaco. Ed è notevole come
nel tempo stesso ch'egli vuol riprodurre in sé, per suggerimento della
sua fantasia esaltata, molti tratti esteriori della vita di Gesù Cristo,
la disposizione di mente e d'animo dei credenti in lui venga ad essere,
innanzi e dopo la morte del loro maestro, analoga e in parto anche
identica a quella dei primi Cristiani. Una specie di ricorso psicologico,
che si rinnova nella coscienza religiosa popolare tutte le volte che, com-
mossa da nuove rivelazioni divine, sente il bisogno di asp>ettare a ter-
ìnine e a tempo fisso la verificazione dei suoi timori e delle sue spe-
ranze apocalittiche, fa del Millenarismo, non, come molti hanno creduto
sin qui, un episodio proprio soltanto a certe epoche del Cristianesimo,
ma, a parer mio, un concomitante necessario di tutti, o di quasi tutti
i moti religiosi mistici, massime nei loro principi". Ij,' esperienza che ce
ne offre il Lazzarettismo, sta a conferma di questa nuova e più larga
interpetrazione che io propongo qui d(à motivi psicologici delle cre-
denze millenarie. Ma codesta esperienza ci mostra, credo, qualche cosa
di più. Ricollegandosi, come io credo aver dimostrato, alla grande tra-
dizione mistica medievale e all'idea madre dell' E vanr/elo eterno, il Laz-
zarettismo può accennare, col riapparire improvviso di tale idea, a
(|uello tra i possibili svolgimenti futuri del Cristianesimo, che forse
troverebbe nel passato della coscienza popolare addentellati più natu-
rali e più tenaci. „
Delineata e condotta così, l'analisi, di cui è ordito tutto
il mio lavoro, vuol ricercare dietro a ciò che il moto Lazza-
rettista ha di più pro])rio e di particolare nelle sue circo-
stanze di luogo e di tempo, nelle condizioni di mente e d'a-
niuio dei suoi attori, quello che io chiamai « l'eterno reli-
gioso » deiranima popolare, anzi dell'anima umana. Codesto,
clie era come il motto del libro, ne dava insienu' al motivo,
dal «luale l'opera era stata suggerita, ([uasi la nota l'ouda-
meutale di veritj'i e — se mi è lecito dirh» — di modernità;
alla (juale, allora e poi sempre i>iìi, doveva rispondere dal
l'ondo l'animo dei lettori.
(j>nando io scrivevo, le questioni riguardanti i i)roI)lemi
della coscienza religiosa destavano Ira noi poco o punto inte-
resse. Non un alito di novità si moveva nel pensiero dei ere-
PREFAZIONE IX
denti. I cultori degli studi biblici, fìoreuti altrove e da un
pezzo, in Italia si sarebbero potuti contare sulle dita, e non
avevano svegliato intorno a sé il minimo moto di attenzione
nel gran pubblico. Un lil)ro di polemica religiosa, messa in
azione, qual'è II Santo di Antonio Fogazzaro, allora non
avrebbe avuto, ad onta di tutto l'ingegno e l'arte che vi ha
messo l'autore, la folla dei lettori che ha avuto ieri al suo
apparire. In vari miei scritti, usciti fra il issò e il '1)5, ove
trattando, come io soglio, soggetti morali e problemi di psi-
cologia storica, avevo sempre tenuto fìsso l'occhio su quello
del nostro carattere nazionale, deploravo cpiesta indiffe-
renza, questa noncuranza generale delle nostre classi colte
per tutto ciò che riguarda la storia e la critica delle idee
religiose ^.
I giovani, che son sempre la sensitiva intellettuale di
un'epoca, andavano però già fin d'allora incontro ai nuovi
tempi, che xjreparava la fine del secolo. E da molti, a cui
forse più d'una pagina del mio libro aveva detto a voce alta
il segreto comune della loro mente, mi venne più volte, du-
rante codesti anni del mio insegnamento a Napoli, quella
calorosa e viva e schietta simpatia d'assenso spontaneo, che
a chi pensa e lavora per un ideale vai più di migliaia di ap-
plausi e di articoli lodativi.
Da alcuni anni in qua le condizioni dello spirito pubblico
si sono però andate mutando fra noi. Se non c'è — e inu-
tilmente si tenterebbe di destarla — una questione religiosa,
l'attenzione e, se non altro, la curiosità delle menti più colte,
lììii modernamente sensitive, s'è ormai cominciata a voltare
verso i problemi della coscienza religiosa e verso coloro che
li trattano.
E poi il sorger che fa ogni giorno più fra i credenti un
nuovo intimo bisogno di rendersi consapevoli della loro fede
alla piena luce dell'intelletto; l'eco sempre più larga » ora
ditt'usa anche tra i laici, degli ultimi resultati della critica
religiosa straniera; l'entrata dei cattolici, disciplinati a par-
tito militante, nella vita politica del paese; — questi ed altri
fatti e primo fra tutti la viva attenzione destata nel pub-
blico dalle dottrine dei Modernisti, vanno a poco a poco for-
mando anche in Italia tutto un nuovo ambiente d'idee e di
sentimenti, ove il valore storico e sociale dei fatti della co-
scienza religiosa potrà esser sempre meglio compreso e stu-
diato con equità e con serena larghezza di critica.
In tali disposizioni delle menti e in mezzo a sitìatte ten-
denze della nostra coltura, la materia di questo mio libro,
guardata sotto l'aspetto scientifico, da cui mi si è oflerta,
^ Vedi il mio libro Dal Rinascimento al Risorgimento. R. Sandron. Pa-
lermo ; seconda edizione, 1909.
G. Barzellotti. a*
PREFAZIONE
mi pare possa dirsi uu soggetto di studio oggi più vivo e
d'attualità che non fosse trent'anui sono quando David cadde
ucciso. Il giudizio autorevole, dato da Ernesto Eenan nel l.s<S5,
(ì('ÌV'ìmportau~u dei fatti di Areidosso, chiamati da lui un do-
eument infiniment pn'cienx ponr Vhistoirc critiqKv (ics nUf/ious^, ora
può essere meglio compreso e misurato in tutto il suo va-
lore dai lettori italiani colti. Con l'allontanarsi di quei fatti
da noi nel tempo, con l'essersi dileguata sino all'ultima trac-
cia dei sentimenti e delle passioni uiunicipali e politiche, da
cui furono accomi>agnati e seguiti, essi si sono ora intellet-
tualmente avvicinati sempre più all'occhio della critica e della
scienza. Uscendo fuori del cerchio (diciamolo) un po' angusto,
ove la tecnica specialistica degli (ilienlsti voleva e vorrebbe an-
che oggi chiuderlo, come in un suo proprio dominio, lo studio
del moto religioso Lazzarettista potrà mostrare sempre più
allo psicologo e allo storico delle religioni qual ricco fondo
di esperienze umane abbia in sé. E agli osservatori, agli stu-
diosi della vita morale del popolo italiano, che troppi anche
fra i migliori uomini delle nostre classi politiche ignorano,
la rivelazione che del suo persistente bisogno religioso vien
fuori innegabile dai fatti di Areidosso, può dare oggi più
d'un utile ammonimento, (j^uesto, tra gli altri: che il credere
— come oggi pare credano le classi dirigenti d'Italia — cosa
affatto indifferente all'esistenza di uno Stato il mantenervi
o no inviolata la parte, che la religione vi ha sempre avuto,
come regime interiore degli animi; il credere a cuor leggero
che si possano abbattere impunemente tutti i sostegni tradi-
zionali della vita e della condotta morale di un popolo senza
poter sostituirne di nuovi uno solo che li valga, è peggio che
ignoranza supina; è incoscienza stolta e colpevole.
L'interesse che destò subito la notizia della strana, avven-
' Kcco la lettera ch'egli mi scrisse il 20 di marzo 1880 :
" Monsieur. Je vous remercie bien vivcmeiit ile l'envoi que vous avez bieii
voiilu me fjire de vutre prói'ii'ux volume sur Lazzaretti. Vous avez parfaitement
vu l' int'Tét des faits d' Areidosso, et votre livre est uu modrle de la manière dont
i-es sortes d'enqnótes doivent ('tre faites. C'est un doenmeut iiitinimeut précicux
pour riiistoire iriti(inc des reliijions. En particulier, le mouvenunt <::alilcen du
I*-'"' siècle de nutre ère et le raouvemeut omhrieu di' Francois d'Assise eu n^-oi-
vent de tW'svives lumièr^'s. Pour faire scientiUqucmeut l'étude des religions. il
est presque aussi impnrtant de bien counaitri* les ti'ntativfs avortées que celles
([ui ont róussi. Hans lo pass''. Ics d' cuuients sur les tiuitatives avort'''('s sont
très-rares. In fait de ce ii;enre, se déroulaur, au ^M'and jour de la publieité et aua-
lyié avec le soin et la sagacité que vous y avez mis, coustitue un phónomène
unique et de la plus haute valeiir. ,.
" Je regretto que l'àge et de nombreux devoirs rendent maintenant ]dus
rares mes vovages en Italie; vous étes un des csprits avec l(>squels j'aurais le
plus aimó à m'i'ntreti'uir.
■' Veuilliz rroire, cher Monsieur Barzelletti, à mes sentiuients les plus dis-
tingu-^s et les plus dévou"S. „ E. Renan.
PllEFAZIONE XI
tura religiosa del Lazzaretti, è rimasto vivo, anzi i^uò dirsi
sia cresciuto col tempo anche fuori d'Italia. Ce lo mostrano
gli articoli e i libri, che sono apparsi quasi ogni anno sino
ad oggi, dettati, oltreché da intenti critici e scientifici, da
quella, direi, suggestione di simpatia, che vien fuori dal fatto
stesso e dalla genuina impronta che v'ha lasciato di sé lo
spirito popolare italiano e dal mirabile sfondo, su cui il fatto
si proietta, di uno dei più bei paesaggi fra quanti ne ha il
« bel i)aese ». Doi^o il racconto, che da par suo ne scriveva
sulle traccie del mio libro (Juy de Maupassant in un primo
articolo del Figaro il 1." gennaio del 1S<S(), e un denso studio
dello storico F. T. Perrens, uscito due anni appresso nella
Nourelk Bevue, col titolo Lhi Saronarole rmtiqm à la fin du
XIX' siede, è stata tutta una serie di pubblicazioni succedu-
tesi a brevi intervalli sino al libro di E. Hutton: In the
nnlmoirìi Tmeauì/, apparso oggi, che ha un intero e lungo
capitolo sul Lazzaretti.
E cogli articoli e coi libri venivano i visitatori stranieri,
tirati qua dal fascino, che ha, massime sulle nature nordiche,
questa rara varietà italiana, che ci presenta la storia contem-
IDoranea dei moti religiosi sorti dall' ingenua anima popolare.
È uno di quei documenti umani che i^iù attraggono chi ne
vada in cerca. E non passa anno ormai che le piccole borgate,
prossime ad Arcidosso e i casolari spersi tra i boschi verso la
Maremma, ove il Profeta ha tuttora i suoi fedeli, non accol-
gano di questi esploratori, di questi interpetri stranieri del-
l'anima del Lazzaretti smo. I vecchioni dalla gran barba can-
dida, sui)erstiti della schiera degli apostoli, degli eremiti, dei
prinvÌ2>i legionari, che scortava il Santo nella sua fantastica
discesa dal Monte, stupiscono in quella loro ingenuità bonaria
di montagnoli al vedere come l'opera del Maestro, rimasta
finora — essi dicono — incompresa dal mondo, possa pure
attirare ancora un'attenzione così viva.
Qualche anno fa, una domenica, essi stavano, com'è loro
uso, riuniti sotto i castagni a pregare, a cantare gl'inni e le
lodi composte da David, quando venne tra loro per conoscerli
e per interrogarli il dottor Emilio Easmussen, un danese.
Egli s'era i)roposto di tenere all' Università di Copenhagen,
ove insegna, un corso di lezioni sul tipo dei Messia. E ora
veniva a studiarlo sul vero, a raccoglierne i tratti dalla viva
voce di questi credenti in un nuovo Messia apparso oggi. Il
Rasmussen si trattenne vari mesi in mezzo a loro. Quale ricca
raccolta di materiali egli abbia fatto pel suo studio lo mo-
stra il libro da lui pubblicato nel 1904 a Copenhagen col
titolo Un Cristo ai nostri giorni, che si vale del mio, e ne
conferma le induzioni intorno al Gioachimismo delle profezie
di David. Il libro è già alla sua seconda edizione. Io ne parlo
nelle note. Me lo ha reso accessibile la longanime cortesia
XII PREFAZIONE
del prof. Lucio Mariani, il chiaro archeologo romano, alla
cui sicura conoscenza del danese ho potuto ricorrere.
Tra gl'italiani che di recente hanno parlato del Lazzaretti
con sicura conoscenza di questi luoghi e dell' ambiente so-
ciale, ov'egli visse e operò, è Mario Pratesi, nato a Santa
Fiora. Io nomino qui l'autore dei Hkordi veneziani^ perchè le
pagine del suo liljro Paesi e figure iVItalia (Torino, Eoux e
A'iarengo, IIM ),")), che narrano i fatti di Arcidosso, sono tra le
l)iù belle della sua larga opera di scrittore ; larga e, a un
tempo, di squisita tìnezza toscana e tutta penetrata da una
evidenza di osservazione della natura, per cui egli può dirsi
l'unico dei nostri scrittori contemporanei, che abbia resa dal
vero la mirabile multiforme bellezza di quasi ogni jjarte
d' Italia.
L'esser così restato presente nel ricordo e nell'attenzione
degli studiosi e del pubblico il soggetto che io trattavo ven-
ticinque anni sono, ha continuato a questo mio libro un po'
della fortuna che el)be api)ena uscito. Esaurite le due edizioni
bolognesi, il Lazzaretti è stato ed è letto ancora nei brani,
che ne riportano varie Antologie; letto nelle scuole di lette-
ratura, perchè creduto adatto a farvi sopra osservazioni ri-
guardanti pili che altro la forma e lo stile. Ma per ciò che
ne riguarda lo spirito, e quel profondo, sincerissimo rispetto
d'ogni cosa morale e d'ogni idealità religiosa, che io m'ero
proposto scrivendo, nessuna prova migliore né più confortante
l)Otevo avere d'esser riuscito fedele in tutto a questo mio
proposito, che il vedere il mio libro posto tra le mani dei
giovani da uomini, il cui solo nome suona altezza morale
d'ingegno e di carattere. Basti per tutti un solo nome. Giu-
seppe Cesare Abba ha letto più volte — me lo diceva egli
stesso — lunghi brani del mio libro nelle sue lezioni di let-
teratura al Liceo di Brescia.
*
(^)uesta che ora viene in luce col presente volume nelle
nitide stami)e dei Fratelli Treves, è, ancor più clie una nuova
edizione del Lazzarelti, una pubblicazione nuova, ^'on ho mu-
tato né il disegno né le i)ro])orzioni dell'opera mia, ma vi ho
portato molti ritocchi e aggiunti particolari importanti e cu-
riosi e (jualclic ])iù largo cenno degli scritti del Profeta. E
interamente nuova e scritva per (juesta pul)b]icazione è l'in-
troduzione sul Monte Amiata, che tniccia i)er soiiime linee
e colorisce con anedd(>ti caratteristici la storia di queste bor-
gate e delle condizioni intellettuali e morali e della vita degli
abitanti; materia cni-iosa e, spero, da interessare i lettori,
che ho, in parte, tratta da manoscritti interamente inediti
PREFAZIONE XIII
del secolo X^^II. Ne uscirà, son certo, più cliiaro agli occhi
degli osservatori dei fenomeni morali da qnale ambiente ata-
vico di tradizioni religiose e sociali sia venuta la forma mcntl'i
del Santo e dei suoi seguaci. Di questi e della loro società
religiosa, vivente tuttora, icariano le note aggiunte al volume,
nelle quali i lettori troveranno anche nuovi dati intorno al-
l'origine delle profezie del Lazzaretti e i giudizi esi)ressi su
di lui da due suoi recenti biogratì.
Ai visitatori, ormai semx)re più frequenti, della nostra
Montagna — sino a ieri, quasi, presso che sconosciuta anche
agi' italiani — vorrebbe questo volume essere come l' inter-
petre della sua bellezza. A ritrarne il carattere severo e gran-
dioso è venuto quassù due volte — ospite graditissimo —
Andrea Vochieri, il noto conferenziere. Le sue belle foto-
grafìe, qui riprodotte dalle numerose incisioni, di cui è sparso
il volume, lo mostrano anche questa volta maestro nel saper
vedere e cogliere il vero artisticamente. Lo ringrazio d'aver
voluto con tanta bontà da amico prestare a questo volume
l'opera dell'arte, di cui egli si è fatto un i)iacere così nobile.
E ora <lue altre parole e ho finito.
Guardato oggi a questa ormai notevole distanza di tempo,
il moto religioso dei montanari dell'Amiata sembra come
allargarsi ai nostri occhi — sem])re, è vero, nelle proporzioni
che ha ri micetto ad altri fatti tanto più grandi — se lo con-
sideriamo nei suoi molti e notevoli punti di contatto col pas-
sato dell'anima nazionale italiana. È l'aspetto, da cui si porge
meglio all'osservazione del critico e dello psicologo. Xon senza
un profondo interesse essi vedranno infatti da quali oscure
e più che secolari lontananze della vita e della coscienza del
nostro popolo possano, in tempi commossi da grandi fatti,
tornare a vibrargli nell'animo e nella mente mistiche esalta-
zioni e fantasie come quelle del Gioachimismo delVEvanneìo
eterno. Ohe i Lazzarettisti non sian consapevoli — forse non
lo fa mai neanche David — della piena consonanza della
loro fede nel secondo avvento dello Spirito con quella dei
mistici medievali, è circostanza che agii occhi del critico ac-
cresce anziché toglier valore e significato al fatto. Adolfo
Harnack potrebbe scorgervi una riprova della strana persi-
stente vitalità, che hanno nella coscienza popolare alcuni tra
i molivi dello svolgimento del domma cristiano.
Ho anche fiducia che Guglielmo James possa trovare nuova
materia alle sue g'eniali osserv' azioni psicologiche in questa
varietà latina, che ci i^reseuta il Lazzarettismo, della specie
delle esperienze reìif/iose, da lui studiate, se non sbaglio, prin-
cipalmente su dati e su esemplari anglosassoni. E tratti di
famiglia schiettamente latini sono nella tìsonomìa del moto
Lazzarettista questi, fra gii altri: l'assenza di quasi ogni
libera iniziativa di riflessione individuale sui motivi intimi
XIV PREFAZIONE
delle loro nuove credeuze, così nel maestro come nei disce-
l^oli ; — quindi, la parte prevalente data all'elemento sociale,
esteriore, rituale e alla gerarchia ; — poiché David non volle
mai, neanche in ultimo, fare la sua riforma senza lìoma e
senza il Papa; — e poi, altro tratto latino, anzi italiano, l'ac-
cordo delle mistiche aspirazioni religiose col patriottismo e
col disegno di tutto un nuovo assetto politico del mondo, e
I)iù in particolare delle nazioni lati uè, unite insieme sotto il
primato italiano; — iutine, un'aura di reminiscenze classiche
e del Einascimento, ispirata dalla lettura dei nostri grandi
scrittori in questi umili montagnoli, seguaci di un barroc-
ciaio, che nel suo Paìilatiuismo voleva associata alle tre na-
zi(mi sorelle la Grecia, loro madre spirituale.
Ma appunto perchè venute su dallo spirito delle nostre
classi ijopolari , queste e le altre idealità direttive della ri-
forma predicata da David andarono diritte al cuore dei suoi
seguaci, e danno anche a ciò che la sua i^ropaganda ebbe in
sé di più italianamente teatrale un colorito poetico che ispira
simpatia. E la simpatia cresce anche nell'osservatore il più
disijosto alla critica, se si guarda alla gentilezza dei senti-
menti e del costume, innata nel sangue italiano, che non si
smentisce mai in codesto pur così vivo agitarsi <li migliaia
di rozzi ]uontanari per più e più anni. L'indole retta e mite
del nostro contadino, che oggi i disonesti aizzatori della lotta
di classe — veri nemici del popolo e della patria — abbev^e-
rano d'odio e d'invidia, si è mostrata anche quassù aliena da
ogni violenza e da ogni brutalità di fanatismo pur sotto l'im-
juilso del sentimento religioso mistico, che è di tutti i senti-,
menti uiiuini quello forse che più facilmente trascende. (^)ua-
lunque possa essere il giudizio che l'alienista o l'uomo di
semplice buon senso o il credente rigoroso vogliano dare
dello stato di mente dei Lazzarettisti, dovrà però riuscire
unanime nel riconoscere ch'essi non han commesso alcun
atto malvagio. Xella loro rude ingenuità e nella loro igno-
ranza di quanto il dotto e il hlosofo ])ensano in materia di
religione, questi umili montanari hanno però concei)ito la
religione nella sua forma più vera come moralità dell'animo
e della vita.
Il Lazzarettismo è Vuuico moto religioso, che in Italia e
— credo si possa dire — negli altri paesi latini, sia ai nostri
giorni venuto su dallo spirito po])olare e abbia durato a lungo
e lasciato Iraccie di se, tuttora vìve. Osservarlo, studiarlo —
senza )u^ t^sagciariui nò de])rezzarne il valore — come un
complesso di docimienti e di (hdi umani port.inti in se l'im-
])ronta della realtà ^iva, concreta, i)ali)abile, può essere, mi
pare, non inutile, (tggi soi)rattutto, tra noi, in (|uesto rivol-
gersi elle i'a l'attenzione <l('lle nostre^ classi su]>eriori verso i
problemi nu)rali, in (piesta non so se debbo dire o speranza
PREl'WZIOSK ' XV
0 aspettativ^q, o curiosità crescente di un qualche nuovo o
tentativo o fatto possibile o prossimo forse a sorgere nel
campo delle idee religiose. A'ederle in atto, vederle non nel
miraggio di astratte speculazioni, ma nel cimento dei fatti e
di tutto ciò che agisce sui fatti e sugli uomini e li muove e
li suscita; vedere come nascano le religioni, come — è la tesi
del mio libro — in certe date condizioni di tempi, di luoghi,
di ambienti morali, ne spunti o per lo meno se ne accenni il
germe o l'embrione, può giovare oggi sotto più aspetti. Può,
se non altro, giovare a dissipar l'equivoco, in cui sono molti,
i quali, con un'ignoranza delle leve motrici degli animi umani,
che farebbe davvero stupire, se in Italia non fosse cosa co-
mune, specie tra i dotti, credono che i moti religiosi e, in
genere, i moti di ordine morale, x)Ossano essere il i)rodotto
delle idee astratte e della scienza e possano esser fatti dagli
uomini di pensiero, dai dotti.
Non v'è supposizione più puerilmente falsa di questa.
Nessuna rivoluzione religiosa, che abbia penetrato a fondo
gli animi umani e la vita dei popoli e vi abbia lasciato ef-
fetti durevoli, è mai stata opera del pensiero e della sxìecu-
1 azione scientitìca. È stata invece sempre l'effetto di vivi im-
pulsi di fede, la cui leva motrice non può trovare largo e
saldo appoggio se non nel cuore delle moltitudini, ed è stata
e sarà sempre in mano di uomini del tipo mentale diame-
tralmente opposto a quello dell'uomo di studi, del pensatore
astratto, dell'erudito, del critico.
Per quanto mirabili di dottrina e d'ingegno, i Tj^rrell e
i Loisy — come già i Lamennais e i DòUinger — non muo-
veranno mai una foglia. Dall'azione intellettuale ch'essi eser-
citano sul pensiero delle classi superiori, non verranno mai
effetti ed impulsi di un'etticacia morale pratica bastante a
muovere dal fondo lo spirito di una nazione e di un popolo
intero.
A nessuno fin qui è dato prevedere quale potrà essere,
in un avvenire forse tuttora molto lontano da noi, la sorte
delle religioni oggi dominanti. E certo il Cattolicismo, l'unica
grande forza morale saldamente organizzata che sia rimasta
nel mondo, non accenna i^er ora a cadere. Ma quale abbia
ad esserne forse un giorno il destino, e se o in qual modo
possibile la trasformazione, se per forza sua propria e inte-
riore, o sia per forza esterna di altra credenza, che gli suc-
ceda, questo ijotrà e dovrà deciderlo con sentenza definitiva
solo la voce della grande anima delle folle e la coscienza
dei popoli.
Fiancastagnaio, il 20 settembre del lOOU.
Giacomo Barzellotti.
Monte Amìata,
•G. Baezellotti.
Monte Arniata veduto dalla Ròcca di Piancastagnaio.
L'Amiata, chiamato anche Montagna di Santa Fiora, è
uno dei piìi bei monti d'Italia. Dai Romani era detto Mons
Tunli, Moìis Tiuiiafiis. Situato all' estremo limite meridio-
nale della Toscana, tra l'Umbria e la maremma grossetana,
alto 1734 metri sul mare, esso segna l'elevazione mag-
giore di quello che i corografi chiamano altipiano toscano ;
è un potente cono trachitico, sorto per forza vulcanica su
un basamento di roccie sedimentari arenacee, scistose e cal-
cari, spettanti per la massima parte al terziario antico od
eocene. Le acque all' interno del cono trattenute in un re-
ticolato di fratture e di meati, formano un' immensa prov-
vista sotterranea. Ne sgorgano, alla base della grande cu-
pola trachitica, sorgenti copiose, limpide, freschissime, la
MONTE A5IIATA
maggiore delle quali, a libeccio, forma il liume Fiora, —
anticamente fiume Armino ; — altre per 1' Orcia scendono
neir Ombrone e pel Paglia nel Tevere.
Presso a queste sorgenti sul lembo del pianoro ondulato,
che fa da cornice allo zoccolo della montagna, ed è tutto
vestito, in un' estensione di piìi diecine di chilometri qua-
drati, da folte selve di castagni, sono cinque grossi paesi :
Arcidosso, Castel del Piano, Santa Fiora, Pìancastagnaio,
Al (badia San Salvatore, abitati da una popolazione laboriosa
e intelligente, che parla un toscano senese con qualcosa di
romano nell'accento e nell'espressione.
L'Amiata è tra le parti montuose della Toscana una
delle più fittamente al)itate, e, sebbene prossima alla Ma-
remma, delle più sane. L'aria vi è purissima; il clima aspro
d'inverno, piacevolmente temperato l'estate; ricca la vege-
tazione digradante per varietà di colori dal fosco rossastro
dei faggi, che cuoprono fitti la parte superiore del monte,
e dal verde intenso dei castagni e dal cupo degli abeti e
dei Cerri sottostanti, al cinereo degli olivi e al verde chiaro
dei vigneti sparsi lungo il pendìo sino al piano. Il terreno
non grasso, ma per molta parte facile ad irrigare, remunera
Topera industriosa dell'uomo. I maremmani salgono lassìi
l'estate per rifarsi bevendo le acque salubri delle P);ignore
presso Arcidosso, bagnandosi in quelle caldissime di San Fi-
lipix», ove restano avanzi di terme romane.
Il Monte Amiata è — dice il Repctti nel suo JJlzlomirlo
rjeojjrajìco Jit^lco storico della Toscana (Firenze, 18.')0) —
'• un pezzo di Svizzera nel centro della bella Toscana „ ;
rimasto ])('rò finora ])oco noto anche agi' italiani, sebbene
L>vt^ per la bontìi e l'elasticità dell'aria e per la bellezza pitto-
Il paese, il jìojìoIo. le industrie
resca del paesaggio sia preferibile a molti altri luoghi di
villeggiatura moutauina. i\[a già in questi ultimi anni vi
sono cresciuti di numero i villeggianti e i visitatori, non
spaventati dalla via non breve da farsi in carrozza venendo
da Roma per Chiusi (piìi breve quella da Siena per Mon-
tamiata), ne dalla scarsità e dalla poca modernità degli
alloggi.
E anche questi vanno oggi crescendo e migliorando, a
seconda della domanda, specie in Castel del Piano e Arci-
dosso, pili vicini alle linee senese e maremmana, e anche
nell'Abljadia San Salvatore, ove da alcuni anni si sono sta-
bilite varie famiglie straniere a causa dei lavori della mi-
niera di mercurio, aperta da una società tedesca, e che
supera per ricchezza di prodotti tutte le altre della Mon-
tagna.
L'industria del mercurio e antichissima nel Monte Amiata,
ben noto per ciò ed esplorato come una tra le regioni che
ne sono piti ricche in Europa. Vi si trovano traccie di scavi
anteriori molto all'èra nostra. Tutta la Montagna abbonda,
oltre che di questo, di altri minerali metallici e di terre
minerali e di singolari produzioni naturali, che hanno invi-
tato ad esplorarla e a studiarla iin dal secolo decimottavo
naturalisti insigni e dotti viaggiatori, come Pier Antonio
Micheli, (liovanni Antonio Targioni Tozzetti e Giorgio
Santi, che la descrissero a parte a parte.
All'ombra degli antichi castagni, pei luoghi più solitari,
nella pace dei meriggi estivi, sulle praterie ondulate sparse
di musco , ove luccicano serpeggiando vene chiarissime ,
fra le grandi scogliere, sparse di licheni, pare aliti ancora
un'aura di leggende. Ma ne serba deboli traccie la tradi-
6 MOXTK AMIATA
zione popolare, ora ne ricca ne varia, non so se per la
natnra poco immaginosa della mente di quei montanari, o
per essere essi rimasti sempre isolati là in quell'angolo del
vecchio Stato di Siena, a causa della ditììcoltà delle strade,
a confine della Maremma spopolata e d' immense boscaglie,
che li separavano da Roma e da una gran parte degli Stati
pontifici. Ricordo ancora le sere d'autunno, passate quan-
d'ero l)ambino intorno al focolare, ove cuocevano le monne,
intento per ore e ore a sentire ^leo dalle prof acole, che
ce ne raccontava delle bellissime. ]\la le lunghe fila, di cui
le tesseva, gli venivano dai lieali di Francia e dai poemi
cavallereschi francesi e dai nostri.
Le più antiche memorie che si hanno dei paesi del-
l'Amiata risalgono ai tempi, in cui i monaci dell' Abl)adia
San Salvatore — prima furono Benedettini e dal 1221» in
poi Cistercensi — avevano possessi e privilegi in ogni parte
della Montagna e vi esercitavano il potere civile e religioso.
Di contratti relativi a case e a terre da loro possedute
presso Santa Fiora e Piancastagnaio — anticamente detto
Casal Piano — si hanno documenti che risalgono sino al
nono secolo nelle carte del Monastero conservate ora negli
archivi di Firenze e di Siena.
La celebre Bibbia Amiatina, che Pietro Leopoldo portò
a Firenze dopo soppresso il ^lonastero, e ora è uno dei
])iu preziosi tesori della biblioteca Laurenziana, stava in
mano di quei monaci fino dal nono secolo. Era stata fatta
esemplare in Inghilterra e offerta alla Cattedra di San Pietro
da Ccolfrido abate di Jarrow nel Northumberland, e dopo
la morte di lui, che pare avvenisse nel TK!, jìortata a Roma,
donde, non si sa sotto qual pontefice, era passata all'Abbadia.
Tm celebre Bibbia atmiatina
Giovali Battista De Rossi ha il merito di essere stato il
primo a sospettare " che la Bibbia fosse uno tra i codici
superstiti delle biblioteche della Sede apostolica, ricoverati^
lancfi da Roma nel monastero amiatino, e di aver divinata
l'antica lezione dell'epigrafe dedicatoria, confermata poi mi-
rabilmente dal testo di essa additato in un codice Harleiano
del British Museum dal professor Hort dell' Università di
Cambridge „. Ho citato qui ciò che mi scriveva dalla Lau-
renziana il dotto E. Rostagno. Della biblioteca del celebre
monastero restano, oltre la Bibbia, altri sei codici che sono
essi pure nella Laurenziana.
Degli antichi edilizi del monastero e della sua chiesa
poco avanza dopo i rifacimenti degli ultimi secoli. Nel sua
Diario senese il Gigli parla a lungo delle reliquie, che i
monaci esponevano alla venerazione dei fedeli, tra le quali
era, dice, anche " un frammento della mensa di Àbramo
quando convitò l'angelo „. Ultimo abate fu un Fatteschi
abadingo, di cui la Biblioteca Vittorio Emanuele a lloma
conserva molti studi eruditi e tra questi una storia inedita
del monastero.
L'antica leggenda, che lo voleva eretto dal re longobardo
Kachis, è morta nel Monte Aniiata. Vive invece ancora
l'altra, da me riferita, che attribuisce la fondazione del con-
vento della Trinità presso Santa Fiora a un conte della
celebre famiglia degli Aldobrandeschi, a cui apparteneva
queir ( )mberto che Dante incontra tra i superbi nel Pur-
gatorio. La dominazione degli Aldobrandeschi, signori di
Santa Fiora, che erano, pare, di origine salica, si estendeva
già nel secolo XII a presso che tutta la maremma toscana,
e durante il secolo seguente e dopo succedette quasi in ogni
8
ZMONTE AMIATA
parte della ^Montagna a quella esercitata anche negli ordini
civili dai monaci dell'Abbadia, i quali però conservarono a
lungo in pili luoghi la giurisdizione spirituale. A Siena nel
Trecento si diceva : " I Conti di Santa Fiora hanno tante
castella quanti l'anno ha dì,,. Lo dice anche l'ingenuo e
pio fra Filippo da Siena nei suoi Asseìnpri ; libro pieno di
Il Convento dell'Abbadia San Salvatore (pag. 6).
sacre i)aure mistiche e, per usare una l)ella espressione del
Jvcnan, " di sante inezie „ ; dove, fra i peccatori, la cui vita
€ la morte son portate ad esempio per cditicazione del
buon lettore, figurano ])iìi d'una volta i vassalli dei signori
Conti di Santa Fiora; i quali })are fornissero allora al dia-
volo un c<»ntiiigcnte di dannati assai rispettabile. Delle lunghe
e frequenti guerre tra i Conti e la repubblica di Siena parla
spesso il Tizio nella sua im])ortnnte cronaca inedita.
Vicende dei paesi della Montagna
Nel secolo XIY i paesi della .Monta<>,na vengono quasi
tutti dalle mani degli Aldobrandeschi o di altri signori
in quelle dei Senesi. Arcidosso è conquistato nel 1331.
Nello stesso anno gli Aldobrandeschi vendono Castel del
l^iano alla Repubblica, che nel 1347 compra da loro anche
La Eucca di Piancastagiiaio, veduta di fuori del paese.
il paese dell'Abbadia San Salvatore. Nel 1334 le si sotto-
mettono i Visconti signori di Campiglia d'Orcia. Il popolo
di Piancastagnaio, dopo essersi messo fin dal 13G0 sotto
l'accomandigia dei Senesi, si dà loro liberamente nel 1415
con capitolazioni e statuti speciali firmati Tanno seguente.
Il 19 ottobre, giorno di San Massimino, i Senesi tolgono
agli Orsini, Conti di Pitigliano, il castello del paese, il cui
G. Barzellotti. 2
10 MONTE AOTATA
cassero sta tuttora in piedi quasi intero, ed è uno dei piti
notevoli avanzi dell'antica architettura militare italiana.
Nella seconda metà del secolo XVI i paesi dell' Amiata
seguono, dopo la resa di Siena e di Montalcino, le sorti
dello Stato senese, e ven^-ono sotto la signoria di Cosimo,
meno Santa Fiora, che resta agli Sforza, finche un conte
Mario per debiti ne vende l'alta sovranità al Granduca Fer-
dinando IL Gli Sforza, che nel IGT't per le nozze di Fe-
derigo II con donna Livia Cesarini, figlia ed erede del
Duca Giuliano, unirono a quello del loro casato il nome
dei Cesarini, rimasero feudatari del Granducato con prero-
gative e poteri sui loro vassalli, che Pietro Leopoldo abolì.
All'entrare del secolo XYII Piancastagnaio fu, come ve-
dremo, eretto in feudo da Ferdinando I.
Sebbene soggetti con le altre parti della Toscana alla
sovranità dei Granduchi fiorentini, i paesi della Montagna,
che avevano subito le conseguenze politiche della caduta
della repubblica senese, restano però ancora per secoli di-
pendenti, in parte, specialmente nel loro regime ammi-
nistrativo, dallo Stato di Siena ; il quale, coni' è noto, con-
servò a lungo col nome un resto di autonomia nel Gran-
ducato toscano. Il Capitanato di Montagna, clic nel ló.sT
fu da lladicofani trasferito ad Arcidosso, era tenuto per le
cose della giustizia e per le cause civili da un cittadino
senese con 2000 lire di stipendio. Piancastagnaio prima
della sua costituzione in feudo sotto i marcliesi Bourbon del
^lonte, aveva il Potestà da Siena, che dal li)S\) in poi fu
per ordine del (Granduca Ferdinando T tratto annualmente
a sorte " da un bossolo di dieci cittadini maggiori di anni -40,
fatto ogni dieci anni dalla Palla di quella città,,. Un ero-
L'Amiatn e lo Siaio di Siena 11
iiista pianese dice clie il Granduca prese questo provvedi-
mento " acciò che la terra e suo popolo fosser J^en retti da
persone mature e giudiziose, sendo massime il luogo posto
confinante a stati alieni ... Anche dopo che per l'istituzione
del feudo i magistrati preposti alla giustizia civile e cri-
minale furono ^' messi „ — cosi si diceva — dal signor
Marchese, se avveniva che la sentenza, pronunziata dal suo
auditore in seconda istanza, nelle cause civili non fosse
stata conforme alla prima data dal Potestà, si poteva " ap-
pellare al Concistoro della Signoria di Siena ,,. Al magi-
strato dei Conservatori di questa città, che era come " il
depositario ., dei Iteni del Comune, doveva rendersi conto
del modo, in cui venivano amministrati.
Le popolazioni dell' Amiata hanno tenuto sempre e ten-
gono tuttora come loro capitale Siena, non Firenze. La
comunità d'interessi e di relazioni di ordine civile, politico,
amministrativo, e sopra tutto di commerci, che le ha legate
per secoli alla città principale dello Stato, di cui facevan
parte, era rafforzata dalla comunità dell'origine e delle tra-
dizioni di razza e da quella del carattere. I nostri monta-
gnoli sono, anche pili che gli abitanti della maremma to-
scana, schiettamente senesi, non solo nella fisonomia e nel
parlare, ma e nelle altitudini e nell'impronta sociale, sopra
tutto poi in ciò che forma la caratteristica principale della
mentalità di un popolo : nel loro modo di sentire e di con-
cepire la vita e le cose morali. La forma intellettuale mi-
sticamente immaginosa della religiosità senese è uno dei
tratti pili notevoli della loro indole.
Da quell'esame, che resta ancora a fare, della fisonomia
mentale delle nostre maggiori città toscane, fiorite ai tempi
12 MONTE AMIATA
dei Comuni, — esame che deve esser parte importantis-
sima di tutta una psicologia comparata della nostra storia, —
uscirà, come fatto dei più caratteristici, l'antitesi che con-
trappone l'una all'altra in tutte le manifestazioni essenziali
al loro genio e alla loro vita storica le due grandi rivali :
Firenze e Siena. L'intraprendente spirito fiorentino, che ai
suoi tempi migliori unì sempre in un forte equilibrio di facoltà,
vòlte all'azione, i maggiori ardimenti del pensiero e della
fantasia inventiva col senno e coll'esperienza sicura delle
cose, incarna in se quell'acuto intuito del vero, quel senso
della realtà e della vita, per cui la mente d' Italia muove,
all'uscire dal Medio Evo, i primi passi verso l'età moderna,
precorrendo di qualche secolo le altre nazioni d' Europa.
In tutte le forme, nelle quali si rivela più immediata la
fìsonomia del genio della grande città, che fa mente e anima
della seconda Italia, si vede espresso questo tratto domi-
nante : l'accordo delle più alte idealità nel concepire potente
e nel creare con la sicurezza del saper cogliere la realtà
concreta, certa, palpai die. Questo si vede nei suoi massimi
pensatori e scrittori da Dante al Machiavelli, che mentre
guardano alto alle più audaci novità dell'ordine morale e
civile, sempre fermano saldo il piede nel vero dei fatti e
della vita, nelle grandi tradizioni della coscienza e della
coltura d'Italia, disci])linando col " freno dell'arte ,, il loro
istinto geniale di veggenti, di precursori sublimi. Ciò si
vede nei sommi artisti fiorentini, da (Hotto al Masaccio e
a Leonardo, dal P)runellesclii al Buonarroti : idealisti poten-
tissimi nel concepire e nel comporre, neirMllargare e nel
sollevare alto i motivi creatori delle opere loro; realisti nel
guardare il vero, maestri maggiori a tutti in Italia nel di-
Le due grandi ricali: Firenze e Siena
13
segno schietto, vig-oroso, impeccabile. E ancora: negli uo-
mini di Stato fiorentini e nel più grande di tutti in Lorenzo,
che n'esprime in sé il tipo mentale rappresentativo, l'amore
alto, delicato d'ogni arte ideale e bella, il sentimento intimo
della poesia degli affetti si unisce col tatto finissimo della
realtà dei fatti sociali e dell' opportunità politica. L' ar-
Saiita Fiora vediita dal Convento della Trinità (pag-. 10).
guto spirito della città guelfa, che però ha saputo cosi so-
vente respinger da se le invadenti ambizioni della Corte
romana, lo spirito fiorentino, mortale avversario del Papato
mondano con Dante, gran motteggiatore di preti e di frati
coi suoi novellieri, non ha mai sopportato in sé a lungo
gli eccessi dell'idealità religiosa ; non conta tra i pochi suoi
santi un asceta, un mistico. La sua unica grande avven-
tura religiosa, quella del Savonarola, non fiorentino, e dei
14 MONTE a:\iiata
suoi piagnoni, finisce soffocata nel sangue fra le risa eli
scherno dei Comjjarpiacci.
In reciso contrasto col tijDO mentale genialmente reali-
stico dello spirito fiorentino sta l'anima di Siena, della grande
sognatrice. Posta in territorio non fertile, senza fiumi da
servire al commercio, là fuori di mano su quei suoi monti
e prossima alla maremma deserta, Siens impedita com'era
nel suo crescere dalla potente rivale vicina e dalle continue
discordie delle tante sue fazioni, non ha mai spinto lo sguardo
molto oltre le sue mura. Con la parte migliore del suo spi-
rito fino, acuto, sensitivo, volto ad esprimere sopra tutto
l'intimità delle cose morali, ha vissuto, quasi raccolta in se,
la vita dell'arte e della coscienza religiosa; — ha dato all'I-
talia con quei suoi così soavi pittori d'immagini sacre tutta
una schiera d'idealisti e di mistici del disegno, che continuano
le loro ingenue figure di Madonne, anche dopo che l'audace
realismo della scuola fiorentina è già proceduto molto
avanti ; — ha dato, unica fra le città toscane, un drappello
di grandi anime religiose, che rappresentano le forme piìi
alte ed eroiche d' intimità spirituale mistica , delle quali
l'Italia sia stata capace: Pier Pettinalo, Caterina Benincasa,
San Bernardino; — ha dato al moto della riforma piìi se-
guaci che forse nessun' altra città d' Italia : teologi filosofi,
quale l'Ochino, e capi-scuola, quali i due Socini. Se Ilde-
brando fu senese, Siena ha dato al mondo il })iìi sublime
idealista dell'azione che abbia il Medio Evo.''
11 carattere doiiiiiiante della menta.litìi senese è una certa
tendenza all'eccesso, airut()})ia sjìirituale, al concepire di-
'y Vedi su Siena il liei libro di Taoi.o I'ki hlumim La 17^/ e Voliera di Si-
gismondo Tizio. EoiUia, 19U3.
La bella dita sognatrice 15
segni jilti, immaginosi, desideri audaci, spesso senza pro-
porzione coi mezzi per porli in atto ; — tendenza che
l'Aliglìieri, rappresentante della schietta mentalità fioren-
tina, mette in rilievo e rimprovera ironicamente ai Senesi;
a " quella gente vana, che sperava in Talamone e cercava sotto
terra l'acqua Diana ,, ; che, al modo dei compagni della bri-
gata spendereccia, portava l'eccesso strano, fantasticamente
l)izzarro anche nella prodigalità e nell'uso dei piaceri e nel
lusso. I Senesi — dice l'Anonimo fiorentino in un luogo
del suo commento a Dante — " sono gente maravigliosa „ ; —
gente, cioè, che contempla le cose e gli uomini con l'occhio
della fantasia, che le vede piii grandi, e guarda — direl)l)e
Lorenzo Sterne — al di là del mondo. Ma è appunto questa
tendenza alle idealità immaginose, genialmente utopistiche,
che fa di alcuni personaggi senesi, in cui si esprime piti
al vivo il tipo mentale della l)ella città sognatrice, altret-
tanti eroi degli afi'etti piìi nolfili ; — tale quel Provenzan
Salvani, che mendica in piazza per riscattare l'amico. — E
questa tendenza dà alle leggende senesi, cosi ricche e signifi-
cative nella figurazione ideale tipica dei sentimenti più umani
e piti intimi, un' intensità d'espressione e di colorito, che
non hanno le leggende di alcun' altra città o parte d'Italia.
Basti qui ricordarne una tra molte : quella di Cangeneva,
" che malata d'amore rivede dopo molti anni l'amante suo
trasvestito da pellegrino, lo riconosce e gli muore fra le brac-
cia fulminata dalla commozione „ . ^^
Firenze e il contado non hanno quasi leggende, oltre
quelle antiche delle origini, che ogni altra città italiana ha
') Vedi nel mio libro Studi e Ritratti il capitolo II "Siena e i Senesi,,. Bo-
logna, Zanichelli, 1893.
16 MONTE AMIATA
avuto. La legg'enda senese si protrae nella vita storica del
Comune più a lungo forse che in ogni altro d' Italia, ed
è — dice Giuseppe liondoni nel buon libro che ne ha
scritto — " la più ricca, compiuta e notevole fra le to-
scane „ ; — sarei tentato di aggiungere : — fra le italiane.
Lo spirito della leggenda, che ama le penembre delle cose
e della vita, pare aleggi ancora sulla bella città antica, per
quelle sue vie serpeggianti, ove non è mai una lìnea retta,
sotto quegli archi solitari e in quelle svolte piene di mi-
stero. Pare che un alito come di visione e di sogno spiri
da quella campagna, che s'insinua da tante parti nella città,
e arriva quasi al palazzo dei Signori, e gli sorride quieta
da lontananze cineree, tutta a linee dolcemente ondulate,
preraffaellesche, d'un colorito che fa pensare a quello dei
più gentili e mistici pittori che ci s' ispirarono.
Tra le leggende, che esprimono in modo più tipico e
suggestivo l'aspetto della mentalità senese, messo in rilievo
da Dante, la più notevole è quella di re Giannino. E si
ammetta pure, come oggi crede più d'un critico, che essa
non abbia quasi fondamento di vero ; ma, ad ogni modo.
Tessere stato possibile il comporta con verosimiglianza da
dati e da fatti o da frammenti dì fatti e di dati, l'essere
essa stata accolta e creduta a lungo dal popolo in Siena,
è cosa che mi pare abbia oggi un significato per il demo-
psicologo.
Forse in nessun altro personaggio da leggenda o da
romanzo lo spirito dell'avventura incredibile, l'eccesso strano
dell' utopia fantastica paiono prendere spirito, vita e figura
come in (liannino di Guccio di ]\rino Baglioni, oscuro mer-
cante senese, a cui un giorno Cola di Ivienzo, chiamandolo
Be Giannino e il ■ beato ., Brandano 17
apposta a Roma, palesa ch'egli è figlio legittimo di re
Luigi X di Francia. (TÌannino ci crede, ma non scnopre
subito il suo segreto, che però per la rivelazione, fattane
da un frate, a cui egli l'aveva confidato, giunge agli orecchi
della Signoria di Siena. E questa subito deputa sei savi
uomini per esaminare i titoli regali di Mino ; delibera di
farli notificare al Papa, all'Imperatore e ad altri })rin-
cipi; pone i propri famigli a custodia di lui e dei suoi, e
decide ch'egli sia mantenuto a spese del Comune. Poi, mu-
tato consiglio, abbandona la causa del pretendente. Il quale
allora, risoluto a farsi valere da se, e dopo aver cercato
per tutta Europa, di città in città, di corte in corte, aiuti
d'uomini e di danari, va in Avignone per tirar dalla sua
il pontefice ; e, rifiutando questi di ascoltarlo, spera di poter
tentare con soldati di ventura l' impresa di rivendicare il
trono paterno; ma, tradito più volte, fugge in Provenza;
là è fatto prigioniero e patisce ogni sorta di torture, finche
per intercessione di alcuni mercanti senesi è inviato al giu-
dizio del re di Napoli, e muore in Castel dell' Uovo. Questa
strana leggenda dovè esser nota a David Lazzaretti, che
si credeva e si disse egli pure disceso dai re di Francia.
E dei vaneggiamenti ambiziosi del mercante senese qualcosa
certo passò nella testa del profeta di Monte Labbro.
Ma pili che la ormai lontana figura di re (liannino, si
riflette sulla persona e su tutta l'opera religiosa di David
quella di Brandano, ancora viva nelle memorie e nell'anima
del volgo di Siena e dei nostri montagnoli. Bartolomeo Ca-
rosi da Petroio, che il popolo chiama ancora "• il beato .,
Brandano, nato l'anno stesso, in cui nacque Lutero, è fra
gli spiriti misticamente '^ ehhri di Dio „ , che V Italia ha
G. Barzellotti. 3
18 MONTE AMIATA
avuto, uno dei più originali e dei piìi potenti. Da giovane
era libertino e bestemmiatore. Convertito, si fece, per prin-
cipio d'espiazione delle sue colpe, legare su una croce, e
vi restò tutto un giorno, rappresentando in un sacro mistero
la parte del buon ladrone. Va per anni e anni, scalzo, ve-
stito di sacco con un teschio in mano, pellegrinando per la
Toscana, per l'Italia, per la Spagna. Perseguitato, deriso
e venerato — lo chiamavano " il pazzo di Cristo ,, — ■ pre-
dicava per le chiese, per le vie, sulle piazze gridando :
" Fate penitenza, che la morte viene ,. e spargendo ovunque
le sue profezie, che per lo più cifrano, in rima, con motti
felici, quasi fatidici, il carattere, i costumi e le vicende
delle città e dei villaggi, a cui alludono, e per ciò son
ripetute anche oggi in Toscana. Basti riferirne alcune.
" Lucca, Lucca, hai uno che t' imbocca „ ; e di Firenze :
" la città del giglio ; trista la madre che ci avrà il figlio „ ;
e : " Arcidosso, tu hai da rodere un osso, che dire non te
lo posso,,; e ancora: "Piano senza governo „. Savonarola
incolto, Brandano incoraggiò Siena a difendere la sua li-
bertà, ne predisse la caduta. Quando gli Spagnoli e il Men-
doza fabbricavano la fortezza, che doveva tenere in freno
la città, il ^^ pazzo di Cristo,, andava ripetendo qua e là
fra i crocchi dei popolani: " Don Diego, questa tua tela
r hai ordita male, ti mancherà il ripieno, percliè Iddio te
la taglierà e non la Unirai „.
La nu)ndanit5i del Papato e del clero del Kinascimento ebbe
in lui un accusatore e un motteggiatore spietato. Un giorno
a Roma, poco prima del terribile sacco, entra in San Pietro
con in mano stinchi di morto, e li dii al I*apa e ai cardi-
nali, mormorando: "Pentitevi... Lo gettano in carcere e
I manoscritti di Bartolommeo Bellomini 19
poi, in un sacco, nel Tevere, e ne esce fuori tutto fango,
" quasi spettro vindice della coscienza „ — dice il Ron-
doni — pauroso ai romani corrotti.
Mori il 24 di maggio del 1554. Nell'ultimo assedio e
nella disperata difesa, finita il 17 aprile del 1555, le scolte
senesi ripetevano le sue profezie fra gii stenti delle notti
vegliate sulle mura. Egli aspetta ancora un biografo, die
sappia cogliere nella sua fisonomia stranamente espressiva
i tratti gagliardi di quella del popolo, da cui era uscito e
che intessè alla sua la propria leggenda.
In questo ambiente senese, a cui ha aggiunto forza per
secoli la tradizione dei legami sociali e politici, sono sem-
pre vissute le popolazioni del Monte Amiata; ove, dopo la
resa della città capitale dello Stato, si rifugiarono non po-
che tra le famiglie, che ne emigravano volontariamente. A
mostrare quale fosse la vita dei nostri montagnoli nel se-
colo decìmosettimo, — ■ quando quella, eh' è anche oggi la loro
fisonomia mentale e morale, può dirsi già formata, — mi
varrò qui di notizie tratte da manoscritti inediti, che ho
raccolti, e che ci danno principalmente la cronaca di que-
sto piccolo paese, ove nacque mio padre.
Sono tre volumi — due di formato grande, uno piii
piccolo — mancanti però di parecchie pagine, e qua e là
rosi dai tarli e dall'umido ; tutti e tre di mano di un tal
Bartolommeo Bellomini, nato — ce lo dice egli stesso —
qui a Piancastagnaio il 20 di marzo del 1(J44, di una fa-
miglia delle principali del paese e ora estinta.
20 MONTE AMATA
Il Hellomini dev'essere stato, com'erano molti ai suoi
tempi, un infaticabile scrittore di memorie; scrittore, si
noti, nel senso strettamente letterale della parola, almeno
per lina buona parte — più che la metà — del primo vo-
lume di queste, ch'egli stesso ci dice di aver copiate dalle
Memorie di. Ser Fahritio Selvi o dalla Selva di Piano, no-
taro ; uomo — a quel che pare — dei pili ragguardevoli
nel suo paese e nella Montagna sullo scorcio del secolo de-
cimosesto, e che si trovò mescolato a piti d'uno dei fatti im-
portanti da lui ricordati. La riproduzione delle memorie
del Selvi di mano del Bellomini, la quale nella parte ben
conservata del primo volume di questi manoscritti co-
mincia col 15G4, va, ce ne avverte il copista, fino a tutto
il 1608. La sostanza di quel che vien dopo in questo vo-
lume e di tutto il secondo, che gli fa seguito, — ed è
assai più consunto, — e di due terzi circa del volume più
piccolo, a cui pure mancano parecchie pagine, è del Hello-
mini ; il quale 1' ha raccolta da altre memorie e da storici,
che (|ua e là cita, e dai ricordi di famiglia e dai suoi.
Ciò che n'è rimasto non oltrepassa il 1G7.'). Il volume
più piccolo riproduce, e qua e là riassume, con qualche
notevole aggiunta, gli altri due.
Perchè liartoloramco P)ell()mini scriveva, si direbbe, per
il puro ])iacere di scrivere, di riempire una dojx) l' altra
centinaia e centinaia di pagine di (juella bella carta [la-
loì/iha di Falu'iano, clie aveva anche allora lo stesso mar-
chio che ha oggi, ma era di ben altra solidità e resistenza.
Scriveva con l'arida, concisa precisione, propria m quasi
tutti i numero-i annalisti e diaristi di (jnel secolo, cosi en-
fatico e verboso in presso che ogni altro genere di scrit-
s r^
*^.
aiCORDATEYì CHE i>OVET£ MOBlhE
PER ^'01 NON VI È ALTBO.CHEÌL H\B/\Dl^O
ÒL INFERNO
yWERtJE ÌL PAR.\DLSO 5L OFF.RABETE
AVE.RETE L INFERIVO, Si OPERAJETr
MALL^
Bartolomeo Carosi (Brandano). Opera del Duomo (pag. 17).
22 MOKTE AMIATA
ture. Egli parla dì se, dei suoi primi studi, dei matrimoni
e delle morti dei suoi, degii omicidi, delle aggressioni, dei
tumulti accaduti nel suo paese, delle carestie, delle epide-
mie, che lo hanno colpito, delle apparizioni di una Ma-
donna; ne parla con la stessa fredda impassibilità del no-
taro che stende un contratto, con la quale accenna a cose
lontane ed estranee e che non lo toccano : alle guerre di
Fiandra, a quelle contro i Turchi, alle grandi battaglie
della guerra dei trent'anni, agli sponsali, alle coronazioni,
alle morti dei principi, all'apparire di nuove mode ; tra
le altre, a quella delle parrucche, ch'è del 1(105. La mano
che per anni e anni ha tracciato migliaia di linee fitte di
quel suo carattere minuto, serrato, uniforme, non dev'essere
mai stata scossa da un sussulto di commozione.
In lui, nel suo modo di esporre o, meglio, di registrare
le cose e i fatti, che gli paion notevoli, l'uomo, F indivi-
duo non si mostra mai. Non un'opinione, non un giudizio
0 un apprezzamento che appaia esser suo. Quello che pero
si sente sempre in lui è — Ippolito Taine qui non man-
cherebbe di metterlo bene in rilievo — l'uomo del suo tempo,
della sua provincia, del chiuso ambiente del villaggio, al
di Va del quale non ha quasi mai fatto un passo; il croni-
sta montagnolo, non privo di una certa coltura, ma che
spesso fila 1 suoi periodi con poca dirittura grammaticale,
e qua e là cade in solecismi senesi e amiatini ; il seicentista
vissuto nell'ambiente della Controriforma, a cui stanno a
cuore specialmente le notizie di lloma e della Corte papale,
e clic, stringato com'è i)er solito, si diffonde a raccontare mi-
nutamente la morte di Alessandro settimo ; e (|uando ])arla
deirapi)arizi(me di tre comete, per le (juali in l'iano si fé-
Il Seicento nei manoscritti del Bdlomini 23
cero, dice, molte processioni, si ferma — Don Ferrante
non avrebbe fatto altrimenti — a descriverne a parte a
parte tutti ,^l' intiussi.
Tra le notizie della piccola vita del suo paese, che na-
turalmente gli premono piìi di tutte, eg-li ci dà ne' loro
minimi particolari specialmente quelle degli abbellimenti e
dei restauri fatti in ogni chiesa, e dei lavori ordinati dal-
l' illustrissimo signor Marchese, di cui registra ogni venuta
in Piancastagnaio, e quelle delle gare, che ogni tanto, in
occasione di feste e di cerimonie sacre, sorgono per que-
stioni di precedenza fra le tre parti del paese e perfino fra
le compagnie nelle processioni. I tratti caratteristici della
vita pubblica del Seicento, che fu il secolo delle cerimonie,
dei privilegi e dei contlitti di attribuzioni, si ritrovano tutti,
sia pure in miniatura, nella cronaca della vita modesta di
questo borgo montagnolo; — se pure si posson chiamare
cronaca gli appunti scuciti del Bellomini, che però — si
noti — divengono un vero e proprio racconto continuato,
e hanno qua e là persino qualche sprazzo di colorito e di
moto solo quando egli viene a parlarci del " successo di
Piano a causa di Sara Hehrea „.
Più tardi riassumerò questo episodio curioso dell'anti-
semitismo amiatino di più che due secoli fa. Intanto ve-
diamo quali fossero, a tempo del Pellomini, in alcuni loro
aspetti più importanti, le condizioni sociali e morali di Pian-
castagnaio, che ritlettono in se quelle degli altri paesi della
Montagna senese.
Come precarie e rischiose dovessero essere le condi-
zioni della pubblica sicurezza si vede da ciò che il Scivi
e il Bellomini tornano più volte a dirci dei banditi. La
24 MONTE AMIATA
loro era un'età — quella cosi mirabilmente descritta nei
Promessi Sposi — di lento passaggio dalla vita passionata,
violenta, semianarcliica del Medio Evo e del l\inascimento
al regime dello Stato moderno ; e in cui la mano dei go-
verni, anche là ove ormai si potevan dire costituiti, non
era ancora uè così larga ne così forte da potere aver presa
su tutto l'organismo e su tutti gli atti e i moti dei corpi
politici e civili e degl' individui ad essi soggetti. Quindi,
non ostante il rigore spesso eccessivo delle leggi e le mi-
nacele delle pene — ricordate le famose gride del Dottore
iVzzeccagarbugli ? — restava ancora libera da mille parti
la via all'uso e all'abuso e all' impunità della forza illegale,
esercitata sui deboli dalla prepotenza dei molti, che pote-
vano sfidare i poteri legali; in una società così profonda-
mente divisa in se stessa dall'antagonismo tra la Chiesa
e lo Stato, alleati solo di nome, e della quale i i)rivilegi
e le immunità delle varie classi e degli ordini religiosi e
delle corporazioni e delle famiglie potenti si disputavano il
dominio.
Era uno stato di cose, in cui si capisce come in Lom-
bardia, pur sotto il feroce governo spagnolo, fossero possi-
bili uomini del tipo di un Innominato, e negli Stati pontiticì
dovesse farsi sentire benefica la ferrea mano del governo
di un Sisto V, così spietata nella repressione delle vio-
lenze e delle ruberie dei nobili, che infestavano le cam-
pagne romane.
In Toscana le famiglie fiorentine ])iìi potenti, finita co-
gli Strozzi la resistenza dei fuorusciti, si piegarono presto
quasi tutte al giogo mediceo, accettarono titoli, vissero sem-
pre più mollemente. Xello Stato di Siena, caduta assai più
Un •■' Innominato „ toscana 25
tardi, e cIk' durò un pezzo a mordere il freno, l'antica fie-
rezza repubblicana, insofferente d'ogni servitìi, persiste an-
cora in pieno secolo decimosettimo nell' animo dei nobili,
e ne spinge molti ad arrolarsi negli eserciti stranieri, in
cui più d'uno primeggiò durante la guerra dei trent'anni.
Unita all'orgoglio del sangue e alle abitudini violente della
vita militare di quei tempi, cotesta fiera insofferenza d'ogni
freno degenera in rivolta feroce contro ogni legge politica
e sociale in uomini di tempra indomabile, delinquenti nati
di alta razza, come Alfonso Piccolomini, e fa di lui un In-
nominato toscano, un terribile capo di masnade di ladroni
e di taglieggi atori, un i strumento delle trame ordite dalla
Spagna contro Ferdinando I; lo porta a finire — lui della
grande famiglia, disceso da un nipote di Pio II, protetto
dal duca di Savoia, lui signore di Montemarciano — della
morte ignominiosa dei malfattori.
Il Bellomini — o piuttosto Ser Fabrizio Selvi, copiato
dal suo compaesano — ci parla più d'una volta del grande
masnadiere senese, che quando si volse contro il Granduca,
ed era a capo di cinquecento cavalli, i)arve voler minac-
ciare anche il territorio dello Stato di Siena. Il 21 agosto
del 1590 il Selvi fece, nella sua qualità di notaro del ca-
pitano di giustizia di Pienza, l' inventario della roba se-
questrata là per ordine del Granduca nel bel palazzo Pic-
colomini, dove stava la signora " Hii^polita „, moglie del
ribelle "e tutta la sua corte „.^' In ciò che il buon notaro
pianese ci dice — pensando al Catilina sallustiano — di
questo eondottiere, " giovane robusto, fiero, valoroso, disposto
1) L' inventario è stato pubblicato nel Bullettino senese di Storia Patria
(anno XII. fase. 1, 1905) da Paolo Piccolomini, che però non parla del Selvi.
G. Bakzellotti. 4
26 MONTE AMIATA
a soffrir fame, sete, caldo, freddo et ogni disagio,... e dai
suoi seguaci assai amato „, si sente come l'eco di una
voce pubblica, dell'ammirazione che la superiorità, anche
ne! male, impone per solito ai più. Se non che Fabrizio
Selvi, accennando al " fine infelicissimo „ del " giovane va-
loroso,,, conchiude: "et in verità non meritava altrimenti
rispetto alle persecuzioni et gravissimi danni fatti alla
S. Chiesa et contro il Vicario di Cristo Gregorio XIII „.
Più che i grandi banditi, ai quali dai prossimi Stati
pontifici era facile invadere quello di Siena, incutevan ter-
rore i malviventi nativi della Montagna; ove — dice il
Selvi — potevano facilmente " mantenersi „ a lungo " per
esservi luoghi sicurissimi di selve e caverne „. Erano o
banditi di professione, che andavano " alla sicura, in trenta
et cinquanta insieme,,, i più a cavallo; — il cronista
nomina, come capi piii famosi, un Niccolò di Arcidosso, un
Flaminio ( )livieri di Castel del Piano ; — o fuorusciti, che
s'eran buttati alla macchia per aver commesso qualche
delitto. " Furon tanti homicidi et rovine che facevano, che
detter gran spavento, et li castelli sopradetti erano rimasti
senza otficiali et senza giustizia ; loro comandavano all'altri,
tenevan le chiavi delle porte dei castelli, facevano spianar
pane, et comandavano che fossi portato dove volevan loro,
et facevano mandar bandi da parte dei loro capi,,.
I delitti erano frequenti in una i)opolazione pur tanto mi-
nore di quella d'oggi. — Piancastagnaio, che ora ha piìi
di (juattromiranime, nel 1G72 ne faceva col contado, dice
il l)ell(»niini, '• mille et ottocento, senza l' Hebrei „. —
Quanti fossero i furti, non di rado di cose sacre, e (iuali
violenze si commettessero impunemente, non solo per le
Casi di banditi e di ammazzamenti
campagne, ma in pieno giorno, per le vie e per le piazze di
queste nostre borgate, ove oggi l'omicidio è rarissimo, e il
furto è, si può dire, ignoto, si vede dalla frequenza e dalla
qualità dei casi riferiti nelle cronache pìanesi.
Basti questo. Nel IGOO, in aprile, è tirata di notte
una fucilata contro Cliovan Valerio Bichi, cittadino senese
abitante in Piano. Ne vien data la colpa a un Michele di
Jacomo Pini, nemico del Bichi e allora confinato fuori del
paese per un omicidio commesso pochi giorni prima. Con-
dannato in contumacia alla forca e alla conosca dei beni,
il fuoruscito, che tiene la campagna, si vendica uccidendo,
a due passi dal paese, un amico del Bichi, ammazzandogli
parecchie bestie vaccine, mettendogli a fuoco poderi e fie-
nili. E non gli basta. Fa attaccare a una colonna — che
c'è ancora — in piazza del paese cartelli con versi in terza
rima, " da lui composti „, perchè era, dice il Sei vi, " di
buonissimo ingegno „ ; versi pieni d' ingiurie atroci contro
il Bichi, fuggito a Siena, e che minacciano di morte chiun-
que ne prenda le parti o ne tratti gi' interessi, chiunque
per lui ne colga i castagni e ne vendemmi le vigne : una
vera e propria intimazione di boicottaggio in tutte le re
gole.
E non deve essere riuscita vana. Perchè quell'anno —
aggiunge il Scivi — i castagni di Domenico Ricci, cognato
del Bichi, che a Siena aveva prestato testimonianza in
processo contro una sorella del Pini, non poterono esser
còlti. Ma al Ricci toccò di peggio. Il bandito aveva in Piano
un nipote, che appena ventenne già valeva lo zio. Costui,
una bella mattina, comparve in piazza " con l'archibuso
basso „, andò verso un crocchio, in cui era anche Fabri-
28 MONTE AMIATA
ZÌO Selvi e stava tranquillamente a parlare il Ivicci, lo
prese di mira " dicendo all'altri che si scansassero „, e fece
fuoco. Il Ricci morì appena trasportato a casa.
Dopo tutto questo con l' aggiunta di una taglia messa
da Sua Altezza Serenissima sulla testa di Michele Pini, ci
s'aspetterebbe di leggere nella nostra cronaca la cattura dì
lui e del nipote e la loro morte sulla forca. Invece leg-
giamo che, " essendosi ingeriti ad accomodare questa cosa
alcuni gentilhuomini amici loro, questi ottennero da S. A. che
pacificati con le parti li detti banditi andassero con l'e-
sercito ecclesiastico all'impresa contro il Turco,,. Cotesti
gentiluomini, come fossero stati mediatori fra due parti bel-
ligeranti, ebbero '' per istrumento di mandato fatto dai due
l)anditi commissione di far per loro la pace col signor Va-
lerio e con suo tiglio ,,. I quali " ritornarono in Piano senza
potere cercare reintegratione alcuna dei loro danni „.
Era l'esito che per lo più avevano allora simili casi, e
a cui si comprende bene come potessero adattarsi volen-
tieri, se non le parti lese, le popolazioni; le ([uali più an-
cora che dell'impunità lasciata ai colpevoli venivano a sof-
frire del carico di mantenere, tinche essi eran ricercati, gli
odiosi esecutori della giustizia impotente a trovarli e a
col})irli. 11 Scivi, che })ure era un legale, manda un gran
respiro di sodisfazione quando scrive : che, fatta quella
bella i)ace fra il Bichi e il Pini, finalmente " far liccntiati
un caporale con sei l»irri che continuamente stavano in
Piano duranti tali sospetti di detto .Micliele, ai quali era
di Insogno sovvenirsi dai l'ianesi di continuo di legna,
strami pei loro cavalli et di letti con grandissimo danno et
pregiudizio di quest' liuomini per otto mesi che vi sterno.,.
Piancastagnaio eretto i)i feudo
29
L'avvenimento più importante per la cronaca di Pian-
castagnaio, di cui si parli in queste memorie, è l'istituzione
del feudo. Ferdinando 1 lo diede — come già dissi —
nel IGOl alla famiglia del Monte, e ne istituiva altri in
pili parti del Granducato. Che i nuovi padroni non doves-
sero riuscire troppo facilmente graditi a popolazioni, av-
Piancastagnaio. — l'alazzo del Marchese (pag. 30).
vezze, come erano state per secoli le toscane, specie quelle
del senese, al regime di governi, che almeno non impone-
vano ai sudditi le forme odiose del vassallaggio, ce lo dice
la deliberazione presa allora dalla Comunità di Piano " per
pubìdico consiglio di huomini 124 „. Furono mandati due
" imbasciatori „ , uno dei quali era il Scivi, " alla Corte di
S. A. S. per supplicarla che ci volessi mantenere sotto il
suo felicissimo governo e non sottoporci ad altri „. Ma fu
30 MONTE AMIATA
inutile. Approvati dal Grranduca i capitoli del feudo con
diploma del 20 novemltre IGOl, il Marchese (Hovan Bat-
tista Bourbon del Monte, generale di fanteria della Eepub-
blica di Venezia, faceva il 27 del gennaio seguente, di
domenica, a ore 22, la sua entrata solenne in Piano con
40 persone a cavallo. Ricevuto al confine di Santa Fiora
da due '' imbasciatori „ mandati dalla Comunità, " gli an-
dorno in contra tutti li soldati in ordine „. Scavalcò in
piazza ed entrato subito in chiesa, ricevè in un l>acino dal
capo priore le chiavi delle porte; poi nel palazzo pul)ì)lico,
dove con intervento di tutto il Consiglio '' si lesse il privi-
legio del feudo „ , gli fu giurata obbedienza e fedeltà, e
non mancò " l'oratione „ in suo onore composta da Fabrizio
Scivi, allora maestro di scuola, e recitata da un chierico
suo scolare. La porta del castello era ornata di un festone
con le armi del (Granduca e con quelle del Marchese, che
stavano anche su due archi "ammantati d'abeto,, , fatti in
piazza, sui quali si leggeva: " fructaosi ex montihus hls
defiuent In Planum imhres ,,.
I Pianesi, popolo mite tutto dato ai lavori dei campi,
si accomodarono presto al governo di un signore, la cui fa-
miglia nobilissima da un pezzo tenevano per una loro gloria,
e nel cui palazzo, in paese, già fin dal 1574 si vedeva nel
salone un (|uadro che ne rappresentava i fatti di valore
com})iuti contro gli eretici nelle guerre di Fiandra. I capi-
toli, statuti e privilegi della Comunità dovevano — ci dice
il Selvi — restare nel loro valore. Dalle memorie di lui
e del Bellomini si vede però che tutto nel paese piìi o meno,
allora e poi, dovette far capo all'autorità e all'influenza per-
sonale del Marchese 0 del Commissario suo rappresentante:
Il reijime della Comunità Pianese 31
dalle cose della giustizia e dalla tutela della sicurezza pub-
blica, sino ai provvedimenti per l'annona o per la sanità,
che il ( 'Omune prendeva in caso di bisogno, sino alla scelta
del maestro di scuola e del medico, nominati dal Consiglio.
Il Marchese risiedeva a Mrenze vicino al sovrano, col quale
all'occorrenza trattava gli affari più importanti del paese.
Ci veniva ogni tanto col suo séguito per qualche mese, e
allora '' dava udienza a tutti „ , riceveva e " graziava ,, sup-
pliche e detiniva liti e controversie, per lo più d'interessi,
" faceva veglie, dotava zittelle „ , andava a caccia di cignali
e di caprioli. La Marchesa abbondava in elemosine, spe-
cialmente per le chiese. Era un regime che aveva del pa-
triarcale, non senza però quella magnificenza di forme , che
l'arte dei tempi, così grande e ricca ancora, per quanto
avviata a decadere, portava in ogni parte, in ogni angolo
d' Italia e in ogni manifestazione della vita del nostro
popolo. Nel 1G04 Valentino ^Lartelli perugino, " architet-
tore dell'Ili. ™° Signor Marchese „ , cominciava la fabbrica
del bel palazzo, ch'è anche oggi il maggiore ornamento di
Piano, e ricorda nella elegante sobrietà delle linee quelli
romani dell'ultimo Cinquecento. Nel 1G22, innanzi e presso
il palazzo, " furono fatte „, dice il Bellomini ^^ belle delltie,,:
uno stradone con a lato fontane, vasche, lavatoi, peschiere,
statue, giuochi d'acqua e con in fondo il Belvedere, — così
lo chiamano ancora i Pianesi, — che io descrivo. La mi-
nuzia scrupolosa messa dal Bellomini nel darci a parte a
parte fino le dimensioni e le misure esatte d'ogni cosa e
d'ogni oggetto e lavoro che si poteva vedere in questi luoghi
di delizia, ci prova com'essi fossero l'ammirazione e l'or-
goglio dei suoi compaesani.
32 MONTE AMIATA
Del resto, nell'aridità eli queste memorie ciò che colpi-
rebl)e il lettore d'ogg-i è la larga parte che hanno sempre
le notizie, dirò così, artistiche nel breve spazio tenuto dalla
cronaca locale accanto a quella generale dei fatti del tempo.
Sono, è vero, per lo piìi notizie di lavori e di oggetti nuovi
da servire all'uso del culto. — (^)u^^uta ricchezza di cose
d'arte sacra abbiano persino le piìi umili borgate dell'an-
tico Stato di Siena, ce lo mostrò la mirabile esposizione
del 1904 sapientemente ordinata da Corrado Ricci. — Ma
nel modo in cui il Scivi e il Bellomini ci danno coleste
notizie si sente tutto il valore, che essi e i loro coetanei,
qui in questo remoto angolo della Toscana, attribuivano al
loro ben modesto patrimonio artistico. Par di cogliere quasi
un'intima nota di compiacenza nella premura che ha il buon
cronista di citarvi, sempre quando può, il nome di qualche
artista di grido che abl)ia lavorato nel suo o in altri paesi
della .Montagna. I nomi che ricorrono piìi spesso sono quelli
dei Nasini, famiglia di pittori oriunda di Castel del Piano,
che hanno dipinto nella chiesa della Madonna di San Pietro
presso Piancastagnaio e nella chiesa del Monastero dell'Ab-
badia San Salvatore, quando — e fu nel 1050 — " sì ri-
formò ,, , dice il Bellomini, " tutto il detto Monastero, e
furon levate fpur troppo ! ) tutte quelle anticaglie sì dalle
lial)itazioni delli monaci come dalla chiesa, et si ridusse il
tempio a miglior forma e piìi maestosa „. Pur troppo, ripeto,
quel secolo sostituì (juasi da per tutto alle antiche, anche
se ottime, le (»})ere dell'arte sua. E forse anche i nostri
paesi (kdla .Mctiitagna debbono a questi rifacimenti seicen-
tistici la perdita di pregevoli lavori anticlii, massime di
pittura. La chiesetta di San ciarlino ])rosso Pinno, ora di-
Crocifisso ch'è nella chiesa del Convento dell'Abbadia San Salvatore.
G. Barzellotti.
34 MONTE AGIATA
strutta, aveva un dipinto di scuola giottesca. E a Piano
furono scoperti nel 1904, levando l'intonaco delle pareti
nella chiesa del Convento, due dipinti di mano senese. Uno
è una Madonna, attribuita alla scuola di Simon Martini, un
altro di minor pregio è proba! )ilmente del Quattrocento. An-
che Castel del Piano ha una l)ella Madonna di mano senese.
Santa Fiora e la chiesa del non lontano convento della Tri-
nità posseggono varie opere dei Della Robbia, il maggiore
tesoro artistico del Monte Amiata.
Non ostante le colpe del Seicento, è però un fatto che
tutto quanto ha ora la nostra ^lontagna di artisticamente
pregevole non viene piìi in qua della fine di quel secolo ;
fatto da notarsi, che porta a confronti non certo molto fa-
vorevoli con altri tempi e specialmente col nostro. Finche
l'arte tra noi è stata grande davvero e feconda in tutte le
sue forme, ciò che per me vale a dire tìncliè è stata il
prodotto pili potente e insuperabile del nostro genio nazio-
nale, essa ha irraggiat(j, presente ovunque, ogni città, ogni
borgo, quasi ogni casa e ogni tugurio d'Italia, ha circolato
per invisibili vene capillari in ogni fibra della nostra coltura.
]\ra a man(> a mano che declina e perde di fecondità e di
forza inventiva, scema sempre piìi quella sua C(tsì profonda
e larga penetrazione in ogni parte del suolo italiano. Gli
artisti non lavorano più che nei grandi centri; l'itpera loro
cessa d'esser cosa di tutti; diviene oggetto di lussi» privato
o segno pubblico della ricchezza e della gloria dei potenti,
ammirato dal popolo; poi si apparta e sparisce dalla vista
dei più per essere studiata dagli antiquari e dai critici nei
Musei e nelle Gallerie. In Firenze alla fine del secolo XVIII
— dice l'Justi nella Fi^a del Wluckelmami — centinaia di
Notizie di opere (Varie 35
opere d'arte stavano ancora in pnl)ltlico sotto gli occhi di
tutti. Il popolo ne godeva.
Nel secolo XIX, mentre la scienza dava una così mi-
rabile espansione sociale a tutti i mezzi materiali della ci-
viltà, l'arte in tutte le sue forme, compresa la poesia, s'è
andata ritirando sempre piìi dalla vita del nostro popolo,
specialmente dalle piccole città e dalle campagne. In que-
sti paesi dell' Amiata, che pur sono in Toscana, oggi solo
forse qualche vecchio legge e dice a mente il Tasso e
l'Ariosto. I teatri, costruiti tutti m(dti anni ta, non si aprono
piti ormai che a rare recite di dilettanti o a riunì<»ni elet-
torali. Nel Cinquecento e nel Seicento vi eran frequenti
le rappresentazioni. Nel 1595, a mezzo maggio, in Pian-
castagnaio " fu recitata nella piazza del Castello una rap-
presentazione di S. Crisanto e Daria, et alli 2<S di ago-
sto di detto anno nella solita fiera, la rappresentazione di
S. Bartolomeo con 1)ellissime scene et apparati e con gran
concorso di genti,,. — "Nel 1G56 si recitò nel teatro di
Piano dai signori comici di detto luogo con concorso grande
di forestieri et persone dei luoghi confinanti l'opera inti-
tolata VOronfe,,. Verso la fine del secolo decimottavo du-
ravano ancora in piìi luoghi del Monte Amiata alcuni usi,
oggi anche qua passati da un pezzo, che erano per se stessi
poesia vivente e vissuta dal popolo ; tra gli altri, l'uso del
piantare il maggio. Giorgio Santi, il quale era qua nel
1789, dice nel suo Vi((<igio al Montamiata che i piìi ro-
busti giovanotti pianesi e santafioresi andavano, ogni anno,
di maggio, nei grandi boschi vicini a tagliare un abete,
lo trasportavano a forza di braccia in paese per piantarlo
in piazza, acclamati da tutti e tanto più, " specialmente
36 MONTE AMIATA
dalle donne, quanto più bello, j^iìi alto e più granito era
il maggio,,.
Non che la vita patriarcale di queste borgate non avesse
ogni tanto le sue tempeste ; ma — sia detto senza offesa
dei nostri buoni montagnoli, che vorrebbero passare per
molto fieri — erano anche allora tempeste in un bicchier
d'acqua, che il quos ego di pochi birri bastava a sedare.
Tra il 1665 e il 1673 Piano e Santa Fiora si commossero
per alcuni fatti, di cui il Bellomini, allora giovanotto, ci
dà al solito non più che un breve e secco cenno ; dove però
quel grande pittore realista di scene popolari, che fu Franco
Sacchetti, saprebbe indovinare tra le linee il fluttuar con-
fuso della folla dei due villaggi per rievocarlo in qualche
sua novella. Una glie ne avrebbe potuto suggerire il tumulto
successo in Piano nel luglio del 1665, a causa di un'im-
posta, messa dai " Signori Senesi „ a tutto lo Stato per
rifarsi di una somma data da loro in regalo al principe
Cosimo di Toscana nell'occasione delle sue nozze con una
figlia del Duca d'Orleans. L'imposta non doveva esser molto
grave neppure per quei tempi ; ma molti pianesi stentavano
a pagare, con la taccagneria propria anche oggi a questi
terrazzani e più ai contadini, che si farebbero scannare pur
di non metter fuori un soldo. Tra gli altri. Bernardino Fab-
bri ni non voleva pagare un grosso, la miseria di (quattro
crazie d' imposta. Spirato il tempo, andarono per fargli il
sequestro — allora si diceva " il pegno „ — un birro e un
tal Felice guardia del Marchese; e forzato l'uscio di casa
sua — che non c'era alcuno — entrarono e presero un
archil)Ugio. Stavano per uscire quando comparisce il Fab-
brini; s'infuria e minaccia, gridando alla guardia di voler
Dipinto di scuola senese scoperto nella chiesa del Convento di Fianca stagnaio (pag. 34).
38 MONTE A MI ATA
riavere l' archibugio ; si abbaruffano ; la guardia fugge alla
volta di piazza, rincorsa da Bernardino, e sul punto d'esser
raggiunta si volta e gli spara contro " una terzettata „, che
per fortuna non lo coglie. Al rumore corre gente da tutte
le parti, e con sassi, bastoni e armi dà addosso alla guardia.
Si grida : ammazza ! ammazza ! " Le campane suonano a
arme „. Il povero Felice ripara nel palazzo di giustizia, di
dove è trascinato fuori a furia di popolo.
Ma il lettore non si spaventi. Tutto questo chiasso non
ebbe sul momento altro grave effetto che quello di far par-
tire da Piano " fuori di tempo „ il Commissario " che si
licentiò dall'ufficio „ ; — un Battirelli d'allora. — Nel rigo-
roso processo, fatto dal Commissario venuto dopo, terribile
uomo, che i Pianesi presero in burla, — lo chiamavano
spiantacase, — fu implicato e messo in carcere anche Ago-
stino, padre del nostro Bellominì ; ma riconosciuto innocente,
venne con altri rilasciato per ordine del Commissario. Il
quale — scrive qui, sorridendo, il nostro Bartolommeo —
aveva osato dire " che con la robba del Bellomini ne voleva
maritare una figliola.... ; et al fine dell'offitio si parti malvo-
luto, et anco di notte „.
E da novella, anzi da novella umoristica, è quest'altro
fatto accaduto pure in Piano cinque anni dopo. Ecco il
soggetto della novella.
L'Ili.'"" ed Ecc."'° signor Marchese Giovan Battista,
" padrone di Piano „, fa — si direbbe oggi — un colpo di
stato in famiglia. " Leva il governo e il dominio „ del paese
al figlio Andrea, a cui 1' aveva dato, e mette in prigione
nella rócca il "' Sig.'*^ Giacomo Mucci „ suo fattore, che vi
resta chiuso tutto l'inverno, e facendo molto freddo si ri-
Questione d'annoìia 39
scalda con ardere legna, che tira .su per la ferrata della
cella. Poi, attraverso un foro che vi fa, bruciando una ta-
vola, scende in una stanza di sotto ch'è aperta; da questa
sale in cima alla ròcca, e di lassìi si cala a terra aggiuntando
lenzuoli e coperte, — come molti anni dopo Felice Orsini
dalla rocca di Mantova ; — ripara nella chiesa vicina della
Madonna di San Pietro, indi nel Monastero dell'Abbadia, e
di là a Firenze " a dire le sue ragioni „ al Marchese, che
lo riconosce innocente e lo riprende al suo servizio.
Il racconto della non troppo tragica prigionia del fat-
tore pianese si chiude con un episodio, che fa vibrare di
una lieve nota comica la monotona gravità delle memorie
del Bellomini, Il Mucci era ancora in carcere, quando una
notte si sentirono, una più forte dell' altra, quattro scosse
di terremoto. All'ultima, che fu la piìi grande, tutta la po-
polazione si riversò atterrita per le vie e per le piazze. La
pili larga, piazza di Castello, era gremita di gente. Al ru-
more si sveglia all' improvviso il ciucci, sente tremare il
Castello, si mette in testa che ci siano gli spiriti, le paure,
e comincia a gridare : gli spiriti ! gli spiriti ! e a raccoman-
darsi agitando le braccia fuori dalle inferriate ; mentre di
giù dal fìtto della folla, che tra lo spavento dà in un enorme
scroscio di risa, gli gridano in coro : " Ma non senti, grullo,
ch'è il terremoto ? „
La sommossa scoppiata a Santa Fiora nell'aprile del 1673
non ebbe esito più grave di quella di Piancastagnaio, ma
solo qualche scatto più vivo, spiegabile in un popolo, nel
quale il regime soldatesco degli iVldobrandeschi e degli
Sforza doveva avere infuso lungo parecchie generazioni abi-
tudini e spiriti di fierezza, che non erano negli altri paesi
40
MONTE AMIATA
della nostra Montagna. Si aggiunga una circostanza : la
«ausa del malumore era questa volta pili grave. Non si
trattava di tasse ; si trattava di pane. Il Duca Sforza " lia-
veva inviato là il Sig.'^ Mutio suo Gentilhuomo per far il
r"'-,- ?
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La Eócca di Piancastagnaio, veduta dall'interuo del paese (pag. 39).
Consiglio di far levare a detta Corte il grano del sig. Duca
in i)erpetuo „. — Erano, si noti, da qualclic anno molto scarse
le raccolte nello Stato di Siena. — Non Mi)pena annunziata
ai Consiglieri la volontà del Duca, uno si alzò di scatto,
e disse '*clie ciò non si sarel>l»e mai fatto ,,. 11 gentiluomo
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Altare cou la Madonna della Cintola, di Andrea della Robbia (pag. 34).
Santa Fiora - Provincia di Siena. Pieve.
G. Barzellotti.
42 MONTE AMTATA
del Duca gli fu subito addosso e " lo prese pel collarino „,
domandandogli come si chiamava. A quest'atto di violenza,
tutto il Consiglio fu in piedi urlando e protestando ; e, corsa
fuori all' istante la voce, il popolo si mosse a tumulto da
ogni parte " pigliando tutti li capi di strade con armi
bianche et da fuoco et gridando viva il Gran Duca, viva
il Gran Duca ! „ — Non vi par d' essere in mezzo a una
di quelle sollevazioni dei comuni siciliani dì alcuni anni
sono, quando le donne e i ragazzi portavano in trionfo,
fra gli urli e gli evviva, i ritratti del Re e della Regina
d'Italia ?
Anche a Santa Fiora, come a Piano, tutto finì senza san-
gue, ben inteso, con la momentanea partenza del Sig.'"'^ Muzio
e del Sig.™ Dottore Andrea Tommasi, allora viceconte, che
erano i più mal veduti, e con la giunta di tre colpi di fu-
cile innocui, sparati di notte contro i muri e contro la
porta del palazzo di giustizia, dove abitava il viceconte,
e di un cartellacelo attaccato alla porta, che il Tommasi
stesso, poi subito tornato in paese, staccò da sé. L' unico
atto dei Santafioresi, che in questa circostanza sa un po' di
coraggio — sempre però temperato d'una certa prudenza —
è il rifiuto, che essi opposero alla pretesa aifaceiata dal
Duca di aver dal Consiglio " una lettera di Humiltà „ ;
" al che „ , dice il cronista, " non volse soggettarsi la Co-
munità per non farsi rea „.
Non mancarono però di venire, alla fine del salmo, e
quando tutto poteva parere dimenticato, i soliti gastiga-
matti. — Così l'oste di Renzo — se ve ne ricordate — chia-
mava i soldati che vedeva pattugliare per le vie di ]\[ilano
la sera dopo il tumulto. — (.Questa volta n<»n erano soldati;
Processioni e funzioni sacre 43
erano quaranta birri, che arrivarono, piti di tre mesi dopo,
da Castel del Piano con " un Commissario et Cancelliere di
Firenze per fare la causa di Santa Fiora;... e di ordine di
S. Altezza „ catturarono un soldato, " fecero molti prigioni „ ,
minacciarono parecchi sequestri, spaventarono tutto il paese ;
e due mesi dopo " se ne ritornorno a Firenze „ , " la-
sciando ogni cosa nell'essere imperfetto,,. La cronaca non
aggiunge altro. Probabilmente un tardo, ma generale perdono
sarà stato concesso dal benigno Sovrano per l'intercessione
di Sua Eccellenza.
Tumulti come questi, che divampavano a un tratto per
poi quietar subito, non commovevano dal fondo ogni ele-
mento della popolazione, sollevandola tutta coll'impulso di
passioni e di affetti generali durevoli ; com' erano invece
quelli suscitati dal sentimento religioso, profondo anche oggi
nei nostri montagnoli, profondissimo allora che durava nella
sua piena forza, sparso anche in ogni piti piccolo borgo
d'Italia, quel gran fomite di propaganda cattolica e di pietà
devota che avevano suscitato in Europa le missioni ordinate
dai papi della Controriforma. Alle manifestazioni del sen-
timento religioso, ravvivato più in specie dall' opera del
clero regolare, non v' era quassìi in questi paesi anima
viva che non prendesse parte. Si vede da ciò che il Scivi
e il Bellomini ci dicono di quelle che si succedevano a
ogni poco a Piano e in tutto l'Amiata : grandi radunate di
gente, accorsa anche dalla campagna a udire qualche pre-
dicatore e che lo seguiva scalza nelle pubbliche penitenze
indette da lui; solenni funzioni sacre, a cui nessuno man-
cava; processioni per la traslazione o per lo scoprimento
di qualche immagine miracolosa o per ogni male pubblico,
44 MONTE AMIATA
come quelle, assai frequenti, alle vigne e ai castagni per
benedire — si diceva e si dice così anche oggi con pio eu-
femismo — le cappelle e le ruche, insetti nocivi ; pelle-
grinaggi di devoti, anche delle classi sociali superiori, a
qualche santuario lontano. — I Bellomini, per esempio,
vanno piii volte, a poca distanza di tempo, a visitare il
Santo di Padova.
Da una tale universalità e intensità del sentimento cat-
tolico si alimentava l'avversione vivissima del popolo contro
gli Ebrei, profonda, si noti, anche ora, se non così gene-
rale come a quel tempo. ()ggi non v'è pili, credo, un ebreo
in questi paesi, se non vi capiti di passaggio, mentre in
maremma ne ha ancora moltissimi Pitigliano poco lon-
tana. In Piancastagnaio, di dove non so dire quando siano
scomparsi, non è rimasto del loro lungo soggiorno qua se
non il nome di bagno degli ebrei, dato dal popolo a una
bella fontana di acqua purissima, che si allarga in una
vasca naturale tutta om1)re e musco presso il paese. Che
nel 1672 in Piano ve ne fossero molti, lo dice il fatto che
anche qui avevano il ghetto e la sinagoga e commerciavano
largamente in roba e in danaro, come apparisce da alcune
deliberazioni prese dal Comune e riferite dal Pellomini. Ma
quanto fossero invisi al paese, clie però al bisogno sapeva
sempre approfittarsi di loro senza tanti scrupoli di coscienza,
si vede e si sente nel lungo racconto, già da me accen-
nato, che il cronista pianese ci fa dei casi avvenuti in Piano
per Sara ebrea. Sono i»iìi di quaranta pagine, in cui egli,
che ne fu testimone, li narra giorno per giorno, e che per
(juanto aride e solo rilevate da qualche rarissimo tratto un
po' ettìcace, hanno pur tuttavia in se quelhi — diceva il
Fonte battesimale col Battesimo di Gesù Cristo, dei Della Eobbia (pag. 34).
Santa Fiora - Provincia di Siena. Pieve.
46 MONTE AMIATA
Manzoni — '• forza viva, propria e incomunicabile „ , che è
sempre in ogni narrazione di fatti scritta da chi li abbia
veduti e vi sia stato in mezzo.
Il dì 20 di maggio del 1673, mentre nella pieve di
Piancastagnaio si celebravano le funzioni del sabato della
Pentecoste, entrò in chiesa, accompagnata da molte fanciulle,
una bambina ebrea di circa sei anni. Il pievano Don Vir-
gilio Forti, che allora benediceva il fonte battesimale, la
chiamò e le domandò " che cosa volesse „. Rispose volersi
far cristiana. Lo stesso ripetè, terminate le funzioni, in pre-
senza del Commissario del Marchese, che era stato chiamato
dal Pievano. Allora il Commissario, presala per la mano,
la condusse con se " alla residenza „ , e poi la consegnò al
Dottore Don Pietro Pieri, uno dei primi del paese, perchè
la tenesse nella sua casa, ove fu condotta scortata da una
massa di popolo accorsa. Sara — cosi si chiamava la bam-
bina — era figlia di Efraim Pasigli e di Rosa Spagnola
abitanti in Piano.
D'ora in poi il piccolo paese, pieno in un attimo della
grande notizia, non vivrà per quasi un mese che della vita
intensa della passione religiosa, fanatica, destata in ognuno,
senza distinzione d' età, di sesso, di ceto, di condizione,
dal desiderio e dall'aspettativa inquieta di veder battezzata
'^ Vehreina ,,. Intorno a lei, inconscia, guardata gelosamente
dai Pieri come una preda, e reclamata dai suoi, cominciano
subito ad agitarsi, fra il tumultuare continuo del popolo,
sentimenti, interessi opposti, pretese di autorità e di privati
in vivo contrasto tra loro per contendersela. Dalle due parti,
dagli Ebrei e dai Cristiani, subito si ricorre al Marchese
con lettere spedite alla stessa ora a Firenze per persone
La bambina ebrea 47
(li fiducia. Intanto nell' attesa di una risposta il popolo
prega in tutte le chiese, e va mormorando del Commissario,
perchè si sospetta che sia d'accordo cogli Ebrei, i quali
dicono — così, pare, hanno anche scritto a Firenze — che
la bambina è stata rubata e domandano che sia restituita.
Ed è in questo senso favorevole a loro la risposta, che
viene tre giorni dopo da Firenze per il loro spedito. La
risposta dice : la bambina " assolutamente doversi rendere
per esser successo in Fiorenza non molti anni avanti un
altro caso simile, cioè d'una Hebrea rubbata, et toccò a
restituirla,,. Il Commissario, "allegro,,, partecipa subito
r intenzione " dei Sig.^' Padroni „ alla famiglia Pieri con
minaccia di una multa di diecimila scudi se rifiutavano. I
Pieri rifiutarono. Come dovessero agire sull'animo della
bambina lo dice la risposta, data da lei a chi la sera
stessa del sabato le portava la cena mandatale dai geni-
tori : " doppo haver inteso esserli mandata dall'Hebrei, negò
di esser Hebrea, et che lei non intendeva mangiar carne in
giorno di sabl)ato, et non haver né padre ne madre Hebrea,
ma sì bene il Sig.^" Dottor Silvestro Pieri et la Sig.^"" Or-
sola sua consorte „.
Da questo momento, intorno alla famiglia depositaria
di Sara si accende per lei una lunga lotta giornaliera,
senza tregua di tutte le autorità ecclesiastiche, concordi
nel non volerne la restituzione, contro l'autorità laica; e
per di più la lotta delle autorità ecclesiastiche fra loro,
della romana del Sant'IMzio, che aveva un rappresentante
in paese, con la vescovile, col Vicario capitolare di Sovana
accorso subito. L'una e l'altra, forti dei propri diritti, vo-
glìono ciascuna avocare a se la causa di Sara. E in pie-
48 MONTE AMIATA
colo uno di quei conflitti di giurisdizione, che allora s' in-
sinuavano in ogni parte della vita dei tempi, e dalle più
alte sfere della diplomazia e della politica si ripercuote-
vano in basso anche nei più angusti ambienti delhi vita
locale, nelle famiglie e nelle coscienze. Li portava con se
il regime, vigente ovunque, che nella sua architettura giu-
ridica e sociale ritraeva da quella barocca dell'arte contem-
poranea. Come in questa s' incontrano e s' intrecciano fa-
ticosamente più forme e stili diversi e spesso opposti tra
loro e per carattere storico e per effetto estetico, così in
quel regime seicentistico i poteri, le attribuzioni, i privilegi
superstiti di autorità, diverse e storicamente opposte tra
loro, si soprapponevano, si complicavano, spesso urtandosi,
premendo tutti a un tempo su quella società e sulla vita e
sull'animo degl'individui.
Anche qui in Piano, fra le quattro mura di questo mo-
desto borgo dell' Amiata, nel caso di una povera bambina
ebrea, si riproduce ciò che allora accadeva presso le corti
e nella politica d'Europa. Mentre il Commissario del Mar-
chese è ancora in casa Pieri, dove ha fatto la sua intima-
zione, arrivano dal Convento fuori del paese due frati : il
padre Guardiano e il padre baccelliere fra Giovan Bat-
tista Alberti, "cancelliere del Santo Otìitio „ ; "entrano
risolutamente,,, e l'Alberti innanzi al Commissario, che si
oppone e i)rotesta, ingiunge — " dà precetto „ si diceva
allora — ni pievano presente e ai Pieri, da ])arte del
Mcario del Sant'Uflizio, di non restituire la fanciulla senza
partecipazione di questo. "Et così il Commissario se ne
uscì senz' haver effettuato cos' alcuna „ . Ma sopraggiunto
cinque giorni dojjo Monsignor Ercole de Romani, Vicario
V A, .v^ ■ -4i^y;u'i^<kv.N >>:>^a'AVv w .- \é .».■•.
La Ss. Trinità, dei Della Robbia (pag. 34).
Santa Fiora - Pi'0\incia di Siena. Convento di Santa Trinità Maggiore.
G. Barzellotti.
50 MONTE AMIATA
della diocesi, accorse a casa Pieri; esaminò subito Sara
" in presenza di molta gente „ ; tornò per riesaminarla il
giorno stesso, la sera ; fece subito — dice qui il Bellomini
— ritornare " ogni cosa nelle sue mani „ , sebbene — ag-
giunge argutamente il cronista — " l'avesse avuta, anzi
se la fosse spontanemente presa tal causa il Sant'Uffizio,,.
Il giorno dopo, le due autorità rivali s' incontrarono in
casa Pieri. E qui il padre Alberti, con l' insinuazione ma-
ligna di sospetti, sorti, diceva, contro il Amicarlo, perchè
aveva domandato agli Ebrei "di pagargli la cavalcata,,,
sostenne spettare al rappresentante del Sant' Uffizio il di-
ritto di esser presente al nuovo esame della bambina. Il
Vicario resistè e la spuntò ; poi il giorno dopo partì per
la Maremma, e da Acquapendente, ove si trattenne, mandò
" il processo della bambina „ , già da lui istruito, all'Arci-
vescovo di Siena, al Cardinale Piccolomini, che come suo
metropolitano, doveva esserne informato e venire in suo
soccorso.
Intanto mentre la cosa pende ancora, e accenna a voler
restare incerta, sino a che un'autorità superiore o i)iìi forte
non intervenga per deciderla, quelle contendenti sul luogo
seguitano, ciascuna per suo conto e in proprio nome, a
far piovere su tutte le teste della famiglia Pieri e sul Pie-
vano intimazioni sopra intimazioni di non consegnare Sara
ad alcuno senza loro ordine espresso. E minacciano })ene
d'ogni genere, spirituali e temporali, pecuniarie sopra tutto.
Alla " pena di scudi trecento „, comminata dal Sant'Uffizio
(gran conoscitore degli uomini) era aggiunta " lii sussidio la
scomunica ,,. Anche la Comunità si adopera per la buona
causa, e scrive per informarlo ])ene al signor Marchese Gio-
Conflitto di axtoriià rivali 51
van Battista. E a lui e all'altro Marchese Andrea a Fi-
renze e al Marchese Orazio a Roma e all'Arcivescovo di
Siena vanno da ogni parte lettere con firme raccolte, spe-
. eie tra i preti e i frati, per attestare " la verità del fatto „ .
La causa di Sara, che a ogni costo dovrà esser battezzata,
è la causa di tutti.
Ciò che desta maggior interesse in questo piccolo
dramma pianese, che nell'agitarsi delle tonache, dei fer-
raioli e delle zimarre dei personaggi, dirò così, ufficiali
non manca di una nota comica, è lo sfondo della scena,
l'ambiente popolare. Quei gravi personaggi autorevoli hanno,
chi più chi meno, un po' l'aria di recitare una parte. Il
popolo, il protagonista vero del dramma, è profondamente
sincero nel suo zelo fanatico per la salute dell'anima di
Sara e nel suo odio contro gli Ebrei, potenti in paese;
odio lungamente represso e che ora scoppiava da ogni
parte. Era, per le vie di Piano e fuori, una caccia al-
l'ebreo, fatta a colpi di sassi dai ragazzi, fra le grida e
gli eccitamenti furiosi delle donne, che sempre nelle agita-
zioni sociali imitano, esagerando, perchè piìi deboli, le pas-
sioni e le violenze degli uomini. Appena si seppe che da
Firenze eran venute lettere per la restituzione della bam-
bina, i pianesi — dice la cronaca — "a popolo concorsero
a casa Pieri „ . Il Commissario, che ne usciva, tra un
mormorio minaccioso, si sentì dire : che se aveva avuto
danari dagli Ebrei, li poteva restituire, " ma che di resti-
tuire la fanciulla non si pensassi „. Due giorni dopo, spar-
sasi a un tratto la voce che gli Ebrei tentavano di portar
via Sara, al grido di una donna insorse tutto il paese,
" et in un istante si radunorno li ragazzi con sassi et pu-
52 MONTE AMIATA
gnali, le donne con sassi, bastoni, scimitarre, accette et
spade, e fra l'altri Francesca detta la Patonna et fìlia di
Baldassarre con la spada in mano et li pendoni al collo
come li soldati „ . A ogni viso nnovo che si fosse veduto
in paese, si gridava all'ebreo. In piazza i ragazzi quel
giorno presero a sassate un povero mereiaio credendolo
ebreo, " et esso subbito, incominciando a farsi il segno
della S. Croce, diceva esser battezzato da cristiano,,. Ar-
rivarono quel giorno stesso a cavallo da Acquapendente,
per la via delle Vigne, — dalla quale a chi sale nelle
giornate serene si apre un'occhiata sempre più larga fino
al Cimino ceruleo e al Gran Sasso d'Italia, — tre eccle-
siastici, che agli abiti non vennero subito riconosciuti per
tali, "et furono veduti di brutta cera, come l'Hebrei,,.
I ragazzi li presero a sassate. C'era pericolo che accadesse
anche di peggio, verso sera, al ritorno degli uomini dai lavori
delle vigne, " parte riscaldati dalla collera del successo da
essi saputo, parte dal viaggio et molto piìi dal vino,,. Ave-
vano saputo che un ebreo, sospetto d'aver tentato di rnbare
Sara, era stato da alcuni paesani, per sottrarlo all' ira dei
ragazzi e delle donne, condotto con gran fatica nel palazzo
del ^Marchese e là rinchiuso in una camera. E perchè crede-
vano che quelli che l'avevano guardato volessero farlo uscire
di notte, molti giovani " si erano posti a tutte le cantonate
di fuori la Porticciola, et per tutti l'altri posti, chi con
archibusi et chi con moschetti et miccio acceso, a tal che
pareva che dovesse porsi a sacco et fuoco ogni cosa,,.
]\[a ai tumulti e alle offese minacciate contro le persone
e le case degl'Israeliti, in (|uello e nei giorni successivi, si
opposero molti dei più autorevoli e stimati nel paese, —
Comunicatorio, dei Della Robbia (pag. 34).
Santa Fiora - Provincia di Siena. Pieve.
54 MONTE AMIATA
tra' quali anche alcuni preti, — cercando in ogni modo di
quietare il popolo e di proteggere i perseguitati. Un povero
bambino ebreo, rincorso a sassate da una turba di monelli,
fu da alcuni paesani riportato a casa dai suoi. Il Vicario
" con altri fra preti frati et secolari, al numero di trenta
persone in circa „ , liberò il prigioniero dal palazzo del Mar-
chese, e lo condusse " tremante se ben senz'oifesa „ alla
porta della Sinagoga. Ti si erano rifugiati, come in un
luogo d'asilo, quella notte dopo il tumulto, molti ebrei ed
ebree. E il Bellomini racconta, non senza una certa com-
piacenza, di avervi egli insieme con altri accompagnate
quella notte le donne e le bambine di un certo Isacco, affi-
date loro dal padre, a cui mentre dormiva era stata fra-
cassata la porta di casa " con puntate di moschetto, sassi
et colpi di accetta,,. Traversando il paese, incontravano
qua e là armati in attitudine di sospetto minaccioso, — al-
cuni erano ubriachi, — che con molta fatica riuscirono a
persuadere di tornarsene a casa. Arrivati allo sbocco di
piazza, per queste vie strette, dove scendeva appena ogni
tanto un breve raggio di luna, s'intesero dire a voce bassa
nell'ombra: "Siete piti eretici e turchi degli ebrei,,.
Il popolo giudicava così, nel suo ingenuo fanatismo, la
loro opera di pacieri e di salvatori; suggerita, del resto,
oltre che dalla pietà, probabilmente dalle relazioni perso-
nali, che alcuni tra i primi e tra i piìi facoltosi del paese
dovevano avere cogli Ebrei, e dall'essere il Marchese —
come si poteva supporre e poi ai)parvc chiaramente — ri-
soluto di non tollerare in alcun modo che fossero offesi.
Il giorno dopo il tumulto, durante la celel)razi(»ne della
messa, IMonsìgnor Vicario in persona ammonì dall'altare il
Freghiere pubbliche nel "luogo vecchio.,
o-y
popolo " di non dare fastidio agli Ebrei „ . — "E questo „
dice la cronaca, " causò nei Cristiani qualche terrore „.
— Seguitavano intanto a venire lettere e spediti dai mar-
chesi Giovan Battista e Orazio, che ingiungevano di ren-
dere la bambina ai suoi. Ma per quanto grande pesasse su
tutti l'autorità dei " signori padroni „ , non vi fu, non vi
poteva essere un solo, un unico pianese, a cui non appa-
risse assurdo, " impossibile „ — è proprio la parola usata
dal Bellomini — in fatto e in diritto ciò che scriveva il
marchese Giovan Battista : " non potersi Sara battezzare
fino l'età di anni dodici, et con il consenso del padre o
madre o di altro hebreo suo parente „ . — Impossibile !
esclamavano tutti ; — " perchè, ritornata la fanciulla in
mano delli Hebrei, non sarebbe forsi pervenuta all'età di
anni dieci, se il Sig.^*^ Iddio non faceva speciale miracolo „.
E tutto il paese pregava per lei. Andavano scalzi, uo-
mini, donne, bambini al luogo vecchio ; — così si chiamava,
e si chiama ancora, quello, in cui secoli prima era stata
dipinta, non si sa da chi sul vivo masso sotto i castagni
fra dirupi orridi, altissimi, la bella immagine della Madonna,
che guarda il figlio Gesìi con occhi così soavi. — L' im-
magine stava già, a quel tempo, nella chiesa vicina detta
di San Pietro ; — ove, secondo la leggenda, era miracolo
samente venuta da se; — nella piccola chiesa solitaria,
tutta bianca fra i castagni, che spira a vederla un senso
arcano di pace devota. E anche là andava allora ogni
giorno la folla a pregare, a cantare il Rosario. La Ma-
donna fu scoperta tre volte. La terza volta, il primo di
giugno, vi fu condotta la bambina accompagnata da molte
donne, e assistè al Rosario dietro le grate di un coretto,
56 MONTE AMIATA
cli'è sopra l'altare, " trattenendovisi fino alla fine con qual-
che devotione „. k^alivano le litanie fra le spire odorate degli
incensi da centinaia d'anime ; e centinaia d'occhi cercavano
in alto fra le grate del coretto quelli di Sara, poi si vol-
gevano a pregare intenti la bella Madonna perchè la sal-
vasse, perchè " la facesse arrivare al santo battesimo „.
Durò tutto cosi per più di una diecina di giorni in
questa sospensione ansiosa degli animi, sino a che non fu-
rono abbastanza informate della cosa le autorità superiori,
che potevano pesarvi sopra in modo decisivo, e la più
forte, la sovrana, credè venuto il tempo d' intervenire. Il
primo indizio della nuova piega, che prende allora subito
la piccola e chiassosa questione giurisdizionale sorta in
Piano, è la notizia venuta ai Pieri il 2 di giugno per let-
tera da Siena, che quelF arcivescovo sapeva bene " ogni
cosa, et che molto accudiva a questo negotio „. Ma — fatto
anche piii importante e significativo — la lettera venne con
un'altra, scritta dal signor Avvocato fiscale di Siena al
signor Commissario del Marchese, che gli diceva " che in
modo nissuno s'interessassi in questo negozio,,. Che altri
ordini non meno assoluti di questo dovessero essere stati
impartiti ad un'altra autorità, alla più immediatamente in-
teressata finora nella causa di Sara, sarelibe stato possibile
indovinarlo, pochi giorni dopo, dalla mutazione che fece a
un tratto la condotta del Vicario capitolare di Sovana.
Monsignore Ercole de Romani aveva, quand'era ancora a
Piano, pensato a fare di Sara una monaca, e scritto per ciò
al vescovo di Pienza })cr domandargli " se voleva accet-
tarla „ nel monastero di (|uella città. Poi da ritigliano aveva
con lettera, mandata (pia [)er uno spedito, ordinato al pie-
G. Barzellotti.
58 MONTE AMIATA
vano di portargli subito la bambina, facendosi accompa-
gnare da una scorta armata, e aveva minacciato di " pene
pecuniarie ,, e di scomunica il paese per il caso che vi fosse
sorto qualche tumulto. E poiché il pievano indugiava e i
Pieri ricusavano di lasciar partire Sara, l'ordine era stato
replicato con nuove minacele contro chiunque " la conse-
gnassi ad altri „ , e Don Virgilio Forti aveva dovuto met-
tersi in viaggio per andare a Pitigliano ad intendersi col
suo superiore.
Ma era appena arrivato, che riparti per Piano in com-
pagnia del Vicario ; il quale " andò a scavalcare al pa-
lazzo deirill.™° Sig.^® Marchese „, mostrò ordini ricevuti da
Siena dal Vicario di quell'arcivescovado, e la sera stessa
intimò per " precetto „ al pievano di far condurre Sara a
Siena "in termine di tre giorni.... con li soldati,,. A Mon-
signore premeva, si vede, di tenere alto il più possibile il
prestigio dell'autorità ecclesiastica, dichiarando unicamente
di ubbidire ad ordini venuti da lei, e accennando a voler
far condurre la bambina a Siena e non oltre. Ma il fatto
è che — come la cronaca ci dice più tardi — già a Pi-
tigliano aveva ricevuto lettere dell'avvocato fiscale di Siena,
in cui questi lo pregava di accompagnare Sara a Firenze,
e che quando poi si mosse da Piano con lei, già si diceva
ch'egli doveva andare a Firenze, " così essendo ordine di
S. Altezza,,. Forse i Pieri non lo seppero, o fu i)iuttosto
il sentimento, vivissimo in loro, dell' impoguo preso dalhi
famiglia di non cedere e ne anche dividere con chicchessia
la custodia del prezioso deposito, che gì' indusse a ostinarsi
nella resistenza al Vicario, il quale si riteneva arbitro di
disporre della baml)ina. Dicevano che per incarico ricevuto
Interviene Vautorità sovrana 59
dalle autorità di Siena, essi e non altri dovevano condurre
là Sara. E alle intimazioni di Monsignore e alle sue nuove
minacele di fulmini temporali e spirituali — scudi mille e
scomunica latae sententlae — il signor Dottor Don Pietro
Pieri replicava: "essere esso fiscale del Sant'Offitio et non
soggetto al Vicario, et che niente stimava i suoi precetti,
et che se non sapeva fare il Vicario l'andassi ad imparare,
et che il papato sarebbe presto terminato,,. Monsignore gli
" ribattè e gli disse in qualche parte le sue sillabe „ ; —
così con viva espressione del tempo il Bellomini. — La
questione giurisdizionale si riaccendeva, minacciando di an-
dare a finire in un rumoroso battibecco da strada, anche
per la parte che vi prese un intruso, un dottore Don Or-
sone Gori; curiosa figura di mestatore da villaggio, tra
l'arrogante e il fatuo, che va di suo dal Vicario, mentr' è
a tavola ; s' introduce da se " con poca creanza „ ; accusa
Monsignore di " dar buone parole „ agli Ebrei e di arro-
garsi diritti giurisdizionali che non ha; e dopo questa
" bravata „ è causa di una rissa, che sorge per strada tra
un suo zio, compiovano, che è ubriaco e sostiene le parti
del nipote, e Angelo Bellomini cancelliere del Vicario, che
ha biasimato l'intruso. Con tutto ciò il Gori, a forza di sfac-
ciataggine, ottiene poi di poter fare andare una sua nipote
a Siena in compagnia di Sara e di accompagnarla.
" Perchè dopo molte ciarle „ — arriva qui a dire la
cronaca, pure così misurata sempre nei giudizi — venne
finalmente risoluta la partenza di Sara. La partenza fu so-
lenne, spettacolosa, e primi a darne le mosse furono i
Pieri, ai quali premeva di mostrare al paese che il loro
diritto ad avere in custodia " l'hebreina „ restava intangi-
60 MONTE AMIATA
bile. Il 9 di Giugno "il Sig/'^ Dottor D. Pietro Pieri si
avviò con gente armata di bocche da fuoco, et con la co-
mitiva della maggior parte di ragazze, donne et huomini
di Piano alla SS."'' Madonna di S. Pietro, dove da M. Pel-
legrino Merciadrini fu fatta una sinfonia, et doppo fumo
cantate le litanie con la SS.™"" Madonna scoperta, et ter-
minate s' incominciorno a porre in viaggio. Arrivò poco
doppo il Sig.^^ Vicario a cavallo, et con quella comitiva che
era di sei cavalli, se ne andorno via, et allora il popolo
restò tutto piangente et afflitto „ . Ciò che più lo irritò e
lo insospettì fu il sentire, la notte dopo la partenza della
bambina, cantare " gli Ebrei di continuo nella sinagoga „ .
Quel canto pareva di trionfo. La folla che si vedeva tolta
Sara quasi a forza, e non poteva sapere che cosa si volesse
fare di lei, ne diceva di tutti i colori. Mormorava del Vi-
cario, che s'era, dicevano, fatto fare dagli Ebrei un abito
nuovo ; e bisbigliavano — aggiunge la cronaca — " anco
altre cose che per decenza le voglio tralasciare,,. Dei
principali del paese si diceva in piazza " che avessero
avuto ])uoiie mancie „ per " aver fatto fede „ a Juda Pa-
sigli che la sua figliuola era stata rubata. Si sparlava dei
Bellomini e si diceva che " erano diventati hebrei „. " Ogni
cosa ,, — concliiude il cronista — " veniva detto da gente
che non sapevano se fosser vivi ,,. Ma fuori clic i soliti
monelli, che seguitarono a tirar sassi da lontano su qualclie
ebreo venuto di fuori, nessuno in paese si mosse. Erano
stati veduti dei birri all'Abbadia San Salvatore, e lo spau-
racchio bastò a tener quieti tutti.
Il viaggio di Sara fu rapido in s('guito agli " ordini
di S. Altezza „. La voce della sua conversione era stata
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62 MONTE AMIATA
accolta con giubbilo in tutti i paesi intorno, e al suo pas-
saggio la gente correva da ogni parte. All'Abbadia tutti
— "a popolo ,, , dice la cronaca, — andavano a vederla
" et con grandissime dimostrazioni di allegrezza gridavano :
Viva i Pianesi, Viva i Pianesi „ . Molti del paese la vol-
lero accompagnare armati per un buon tratto di strada,
perchè si diceva che c'era gente che l'aspettava per ru-
barla. Ma fu vano sospetto. A Ricorsi, ove alle falde della
Montagna si entra nella via romana, — l'antica via Cassia,
— trovarono la lettiga " fermata „ dal Pieri e dal Com-
pievano. Vi entrarono Sara, Giulia — la nipote di Orsone
Gori, che andava a Siena per vestirsi monaca — e il Vi-
cario. Il Pieri che faceva gli onori di casa, pagò da bere
" a tutta quella gente „ che era là, la licenziò e con la
comitiva a cavallo e con altri a piedi proseguì alla volta
di Siena.
Alla porta della città il prete Orsone Gori, che era, lo
sappiamo, della comitiva e seguitava, pare, a dirne delle sue,
si voltò verso il Vicario e gli disse : " Don Ercole, adesso
non siamo piìi sotto la vostra iurisdizione „ . — " Anzi „ ,
gli rispose l'altro, "adesso piìi che mai,,. E sapeva quel
che diceva. Andò infatti subito dall'avvocato fiscale, che
gli disse : " esser l' intentione di S. Altezza Ser.""" che
fossi la bambina condotta a compiacimento del Vicario,
consentendo di far questo favore „. E aggiunse che la
mattina dopo di l»uon'ora sarebljc stata pronta una lettiga
per portarlo a Mrenze. Monsignore capì per aria, non fece
nessun'altra visita a Siena, ne anche all'Arcivescovado, e
la mattina doj)o all'alba riparti ])er Firenze con Sara e una
donna di compagnia e due pitigliancsi. Il signor Dottore
L'ebreina deve andare a Firenze 63-
Don Pietro Pieri dovè restare a Siena, sotto " precetto „
di non muoversi " se non doppo cinque hore della partenza
del Sig.^® Vicario „. Non ai Pieri, che avevano usate —
dice qui la cronaca — " cattive creanze „ a Monsignore,
e potevano esser sospetti di aver voluto esercitare una
specie di suggestione sulla bambina, ma solo all'autorità
diocesana, che finora era stata tutrice di Sara, spettava
di consegnarla a chi per ordine del Principe l'avrebbe d'ora
in poi tenuta in custodia.
Monsignor de Romani dovè compiacersi molto degli onori
che gli furon fatti nella capitale del Granducato ed a
Corte. Ce lo lascia indovinare la cronaca del Bellomini,
che ne senti poi parlare da lui. Giunto a Firenze, Monsi-
gnore lasciò la bambina al palazzo del signor Ferrante
Capponi Senatore, " et di lì se ne andò all' Hosteria della
Luna „ ; dove, appena saputo il suo arrivo, il signor ^lar-
chese Giovan Battista mandò subito il segretario signor Ca-
gnacci a prenderlo " con la carrozza per condurlo al suo
palazzo, et esso bello et in carrozza vi andò. Di li a poco
fu dal Sig.^® Senatore mandato a chiamare per consegnare
la bambina alla Sig.''' Marchesa **** Medici et esso andò a
consegnarla. Fu piti volte da S. Altezza a parlare di questo
negotio, et S. Altezza gli disse che haveva saputo che ha-
veva ricevuti affronti et cattive parole da Pianesi, et esso
gli soggiunse che di questo ne supplicava S. Altezza non
farne motivo nissuno, stimando esso che ciò gli fossi fatto
per zelo della bambina; basta; fu cortesissimamente da
tutti ricevuto, et nel tempo che si trattenne in Firenze si
trattenne sempre nel palazzo del Sig.^® Marchese Giovan Bat-
tista padrone. Fu consegnata la bambina a detta Signora,
64 MONTE AMTATA
et data da S. Altezza in educatione, per essere detta Si-
gnora molto riguardevole et atta a quest'offitio per le sue
rarissime qualità „. Le forme, che allora eran tutto, non
potevano essere osservate meglio. Il partito adottato dal
Principe, contrario com'era a quello proposto dal Marchese,
di restituir ^^ara ai suoi, le dava tempo di prepararsi per
potere poi, in apparenza almeno, risolversi da se a mutar
fede; mentre intanto soddisfaceva alle tendenze dell'autorità
ecclesiastica, che il Granduca "consentiva a favorire,,,
e nel tempo stesso secondava le inclinazioni personali della
sua politica.
Ciò che di lui ci dicono gli storici spiega infatti piena-
mente l'esito che ebbe questo caso di Sara ebrea. Cosimo
terzo, allora regnante, col quale il Granducato toscano sotto
il regime di casa Medici, esausta ormai d'uomini e d'in-
gegni, volgeva a quell'ultima decadenza, che dopo di lui
precipitò nei vizi abietti di Gian Gastone, fu — dice il
Galluzzi, giudice non sospetto di severità verso i Medici
— un principe debole, vano, ambizioso, bigotto. Si circondò
di preti e di frati, ai quali lasciava una così larga ingerenza
nelle scuole e nell'educazione, da permetter loro persino di
farsi inquisitori dei costumi privati e delle cose delle fa-
miglie. Sollecito dei favori della Corte papale, di cui aveva
bisogno per acquistarsi autorità e credito presso le altre
corti, fece importanti concessioni a Roma, derogando spesso
alla ferma pratica del sistema giurisdizionale, ch'era stato
tradizione costante della sua casa. Teneva so])ra tutto alla
reputazione clic ebbe di principe santo e di teologo, e per
ciò, oltre all'esercitare lìubblicamente atti di devozione, e
all'esser largo di doni alle cliiese, ai conventi, ai santuari,
La Eesiirrezione ; dettaglio di un Pulpito, dei Della Eobbia (pag. 34).
Santa Fiora - Provincia di Siena. Pieve.
G. Baezellotti.
66 MONTE AJIIATA
promosse a sue spese segTetamente le missioni cattoliche
in oriente e fra i protestanti, si adoperò per Fnnione della
chiesa greca russa con la romana, " sostenne „ — dice il
Galluzzi — " alla sua corte con riguardevoli pensioni un
infinito numero di convertiti,... uno stuolo di Turchi e di
Ebrt'i fatti cristiani, di eterodossi cattolicizzati e di apostati
richiamati in grembo alla Chiesa ,, ; — falsi convertiti, i
più, pei quali il mutar fede solo nelle pratiche esterne era
un' industria e non altro. Crii assegnamenti, che " alimen-
tavano oziosi e facinorosi,,, aggravando l'erario esausto, il
popolo li chiamava con arguzia toscana pensioni sul Credo. ^^
Non si sa che cosa sia avvenuto di Sara alla corte dì
Cosimo terzo. Il manoscritto della cronaca pianese è lace-
rato e resta interrotto una o due pagine dopo quella in
cui si parla dell'arrivo della bam1)ina a Firenze e della
sua consegna alla signora che doveva educarla. Ma si può
ritenere come assai piti che proba1)ile che Vhehreina, dopo
un'edificante professione di fede, sia stata ammessa anche
lei fra i pensionati di Corte. Chi sa che anche Juda Pa-
sigli e Uosa Spagnola non ne siano stati contenti? Certo
non ne furon contenti i buoni pianesi, che volevano vederla
battezzare nella loro pieve. Seguitarono però a cantar Ro-
sari per lei. Ma già, non piìi di cinque giorni dopo la sua
partenza, un'altra grave questione giurisdizionale, — a cui
anche il Bellomini dà grande importanza, — (»ccui)ava e
appassionava il paese. Si discuteva se nei giorni, ne' ([uali
il Rosario era cantato in Pieve, potesse cantarsi prima
1) Vedi — (iltre la Storia della Toscana del Galluzzi, tomo 9", libro 8". ca-
pitolo X, — iu;llo lielli; Conferenze fiorentine d' Isidoro onr. Lunck» quella sui
" Medici gran duchi „.
Uehreina alla corte ili Cosimo III 67
nella Chiesa della Madonna di San Pietro; — ciò che ne-
gavano i Bellomini, e altri invece sostenevano esser leci-
tissimo, spalleggiati dal Vicario del Sant'Uffizio. Trascorso
appena il momento, in cni la passione religiosa aveva fatto
vibrare in tutti gli animi una nota più intensa e piìi alta,
la piccola vita giornaliera del villaggio, coi suoi pettego-
lezzi, con le sue rivalità di ceto e gelosie di famiglie e di
persone, tornava subito quella di prima.
Ho voluto fermarmi a tratteggiare l'intreccio e le scene
del piccolo dramma pianese, che si svolge intorno a Sara
ebrea, e in cui attore vero e principale ci apparisce il
sentimento religioso del popolo, perchè si veda qual fosse
la potenza di questo sentimento nei nostri montagnoli, in
un ambiente non diverso nella sostanza da quello che ha
prodotto, due secoli dopo, il moto dei Lazzarettisti. La
religione, o, meglio, la pratica del culto e dei riti del Cat-
tolicismo romano , cosi pieni di prestigio e di fascino
estetico, era V unica idealità a cui questo popolo si po-
teva sollevare da una vita tutta di lavoro manuale. E si
comprende quale influenza dovesse avere qua il clero, —
potente anche oggi, — allora che il Cattolicismo si man-
teneva tuttavia all'apice della sua forza sociale, e l'abbrac-
ciare lo stato ecclesiastico era pei piìi l'unica via sicura di
emergere, e, come oggi si dice, di far carriera con l'inge-
gno e con gli studi o anche solo col favore dei grandi o
della fortuna.
Una tale condizione di cose, durata quasi fino ad oggi,
ci spiega come gli uomini, che troviamo espressamente no-
minati in queste memorie pianesi, perchè nativi di qua e
venuti in fama per virtù o per ingegno e dottrina, siano
68 MONTE xVMlATA
— eccetto Gian Domenico Peri, il poeta di Arcidosso, e
alcuni artisti — tutti uomini di chiesa : preti, frati, teologi,
vescovi, studiosi pii, saliti in onore o ad alti uffici o morti
in concetto di santi. Non ripeterò qui cotesti nomi oggi di-
menticati. Ma non posso — e il lettore me ne scuserà,
spero — tacerne uno : il nome del padre maestro Raf-
faello Barzellotti di Piano, ministro provinciale di Toscana
dei Minori Conventuali, morto quarantenne a G-rosseto il
lo decembre del lGo5, mentr' era in visita; — "dottis-
simo filosofo et teologo ,, , — dice il Bellomìni in uno dei
volumi scritti da lui ; e in un altro ag-giunge : " questo
era in disputare tanto speculativo et sottile, che era tenuto
per il mondo un altro Scoto,,. Corse voce che causa della
sua morte fosse stato un medicamento fattogli dare da altri
frati dell'ordine invidiosi di lui.
Un vecchio ritratto in tela, eh' è qua a Piano nella bi-
blioteca di casa mia, rende al vivo, in mezza figura, il
Provinciale francescano, qual' era quando morì nel colmo
della virilità e del comando : bellissimo uomo, di statura
che — si vede — doveva essere alta, slanciata. Il viso
severo, d'un fino ovale allungato, d'una bianchezza pallida,
rilevata dal nero dell'abito francescano e della berretta e
della folta barba corta, appuntata sul mento, ha tutta la
sua espressione dagli occhi, che di sotto ì neri sopraccigli
sottilmente arcuati, paiono, se ti muovi, seguirti intenti con
un lungo strano sguardo scrutatore. E in quegli occhi
Tacut;! penetrazione dell'analista, avvezzo a dissecare fibra
a fibra, nella scuola e sul pulpito, con la critica inesora-
bile del grande caposcuola francescano Giovanni Duns Scoto
le argomentazioni rivali della teologia domenicana. Guar-
L'Ascensione; dettaglio di un Pulpito, dei Della Robbia (pag. 34),
Santa Fioia - Piovineia di Siena. Pieve.
70 MONTE AMI ATA
dando questo ritratto, io mi son domandato più d'una volta
quanta parte di quel fascino, che hanno sempre avuto su di
me le acute indagini dell'analisi filosofica, vòlta alle cose
morali, derivi da tutta una tradizione di abiti mentali, an-
tica forse nella mia famiglia.
*
Anche durante le vicende politiche, le quali si successero
in Toscana nel passaggio del Granducato dalla Casa Me-
dicea ai Lorenesi, gli abitanti della nostra montagna segui-
tarono a vivere la loro modesta vita di pastori e di agri-
coltori, indisturbati nella loro povertà, lontani, — com'erano,
come son rimasti, si può dire, fino a non molti anni fa, —
da tutte le grandi vie del commercio e dell' industria. Quanto
scarse dovessero essere le rendite, che dava loro la coltiva-
zione del castagneto e quella dei pochi campi, che si po-
tevano seminare in una regione, allora quasi tutta boscosa,
si vede dal Insogno così frequente, in cui si trovavano tutti
questi Comuni, di far venire a loro spese grano e altri ce-
reali dal resto dello Stato di Siena. A queste coudizioni
economiche contribuiva il compiuto abbandono della ^la-
remma vicina, che solo piìi d'un secolo dopo, e a molti
anni di distanza dai provvidi suggerimenti di Sallustio Ban-
dini, cominciò a richiamare l'attenzione degli nomini di
Stato e del Governo della Toscana. Fino dalla i)rima metà
del secohj decinntttavo i ])rogressi della Geologia e della
Botanica e il bisogno delle esplorazioni scientiiiche volsero
anche al Monte Annata e alle sue ricche produzioni na-
turali lo studio dei nostri uomini di scienza. Nel IT.'K) per-
I viaggi scientifici al Monte Amiata 71
correva questi luoglii l' insigne botanico Pier Antonio Mi-
cheli, seguito circa quarant'anni dopo da Giovanni Antonio
Targioni Tozzetti, che aggiunse le proprie alle osservazioni
del maestro, e le pubblicò nelle sue Relazioni di alcuni
viaggi in diverse parti della, Toscana (ITTI!). Venne qua,
terzo esploratore, nel 179ó, Giorgio Santi, clic insegnava
Storia Naturale nell' Università di Pisa ; e raccolse e pub-
blicò più larga messe di osservazioni nel suo Viaggio al
Montamiata. Tutti e tre, dandoci il resultato dei loro studi
scientifici intorno alla costituzione del suolo vulcanico e ai
prodotti del bel monte, accennano alla vita dei suoi abitanti.
Era — ancora verso il declinare del settecento — su per
giii la stessa di almeno due secoli prima. Sebbene fosse
cresciuta in estensione la coltura del grano e della vigna
e, in qualche luogo, anche quella dell'olivo, prevaleva però
sempre e dava in massima parte il nutrimento al popolo la
coltura dei castagneti. I costumi si mantenevano ancora
semplici, quasi primitivi ; poche e rozze le industrie locali,
quasi tutte per gli usi dell'agricoltura; principali, quella
della fabbrica dei l)arili, dei bigonci, dei capiste! e delle
seggiole e delle madie, fatte all'Abbadia e in Piano con le-
gno di castagno e di faggio, che andavano in tutto lo Stato
di Siena ; e l'altra dello scavo della cosi detta terra gialla o
terra d'ombra, da servire ai pittori, che si trova più in
specie presso Castel del Piano, e si esportava — e si esporta
ancora — anche all'estero. Era tralasciata quasi del tutto,
e dava scarso utile la coltivazione delle miniere, che il Tar-
gioni studiò e giudicò delle più promettenti, che avesse la
Toscana. Il Santi ne trovò aperta una soln, di cinabro —
minerale, di cui l'Amiata è, come già dissi, ricco più di ogni
MONTE AMIATA
altra regione ci' Italia. — Era una delle tre ora aperte a
Selvena e che danno molto utile ; scavata allora, — cosi
dice il Santi, — " poco men clic a fior di terra, senza pozzi,
senza gallerie, e vi lavoravano solo tre nomini „ .
Ma già quando Giorgio Santi percorreva la nostra mon-
tagna, si cominciavano a sentire anche quassù gli effetti
benefici, che portò alla Toscana il governo di Pietro Leo-
poldo. Nel territorio del Vivo, ove la storica famiglia dei
Conti Cervini promoveva fin d'allora le industrie di quel
luogo, così ricco di acque, e le terme di San Filippo, note
anche ai Romani, richiamavano gente di fuori, s'erano già
aperte vie carrozzabili in comunicazione con la via Cassia
non lontana. L'abolizione dei feudi e delle manimorte, spe-
cie di quelle dei conventi, soppressi dal Principe filosofo,
doveva presto produrre in tutto il Monte Amiata, insieme
ai benefizi morali di una maggior libertà civile e ammini-
strativa lasciata ai Comuni, quello economico immenso di
facilitare con la vendita delle terre svincolate la ripartizione
del possesso e l'estendersi della coltura dei cereali. La po-
polazione, che dalla metà del secolo XVII a quella del se-
colo successivo era andata notevolmente scemando in tutti
1 nostri Comuni, tornò poi a salire rapidamente, e })rima
della metà dell'ottocento era quasi raddoppiata. Contribuì
poi a migliorarne il vitto e le forze anche l' introduzione
di nuove colture, di quella delle patate, tra le altre, e di
quella del granturco. La coltura intellettuale e morale non
era però, alla fine del Settecento, progredita in jiroporzione
eguale. In ciascuno dì (|uesti paesi il Santi dice di aver
conosciuto persone e famiglie notevolmente istruite e civili.
Ma la gran massa del popolo serbava ancora intatta la sua
Il Monte Aìiiiata nel Settecento e nell'Ottocento
ingenua ignoranza montagnola, e tutto il fervore primitivo
del suo rozzo sentimento religioso. I monaci del convento
della Trinità avevano dovuto — dice il Santi — togliere
dalla loro chiesa la mascella del coccodrillo, ucciso là, se-
condo la leggenda, molti secoli prima da uno dei Conti di
Santa Fiora, per sottrarla alla devozione fanatica di quei
pastori, che venivano in folla a toccarla e a baciarla.
Grli effetti dei mutamenti, che la rivoluzione dell' ottan-
tanove portò anche in Italia nelle idee, nei costumi e nei
fatti civili, furono appena avvertiti da queste popolazioni.
Il governo napoleonico vi passò poco amato dai piìi, per-
chè straniero e partigiano, senza lasciarvi alcuna traccia di
quelle opere pubbliche, che promosse in altre parti d' Italia.
Con la restaurazione del 1815 e col ritorno della Casa di
Lorena, che negli ordini amministrativi riprese una parte
della tradizione leopoldina, comincia un periodo di relativo
progresso per la vita economica dei nostri montagnoli. L' im-
pulso dato dal provvido governo di Ferdinando III e del
suo sapiente ministro il Fossombroni al bonificamento delle
Maremme, proseguito poi sotto Leopoldo II, si fece sentire
anche qua. Il catasto, che la Toscana — prima, se non
sbaglio, tra le regioni d'Italia — ebbe nel 1834, giovò
all'agricoltura, assicurando col sottrarle all'arbitrio e alle
controversie le delimitazioni del possesso ; e della viabilità
migliorata ed estesa si valse il poco nostro commercio,
che per altro anche dopo il diffondersi e il prevalere delle
teorie liberiste in Toscana e in altre parti d' Italia, trovava
una barriera nei divieti e nei dazi opposti dai prossimi
Stati pontifici. E il miglioramento economico e amministra-
tivo proseguì sotto il governo di Leopoldo II ; principe di
G. Barzellotti. 10
74 MONTE AMIATA
non grande levatura, ma onestamente desideroso del bene,
che nel 1841, in quel primo periodo del suo regno, quan-
d'era pili toscano che austriaco, e voleva vedere da se e
studiar da vicino i bisogni dei sudditi, percorse gran parte
del senese e venne inaspettato anche quassù ove fu ospite
della mia famiglia. Del resto, uno, il maggiore anzi tra i
benefizi di quel regime, che più che fare lasciava fare, era
per una regione come la nostra di non molte ne grandi ri-
sorse naturali, la mitezza delle tasse, non vessatorie e non
inasprite, come ora, da quelle locali.
E con tutto ciò non facevano quasi un passo le condi-
zioni della vita delle nostre classi popolari, quelle special-
mente dei lavoratori più poveri, ammassati allora — come
in gran parte anche oggi — nei malsani tuguri di questi
vecchi villaggi angusti, anneriti dai secoli. Certo non con-
tribuiva ad elevarne il livello intellettuale l' istruzione, tutta
ancora o quasi tutta in mano ad un clero per la massima
parte incolto, e che, salvo eccezioni notevoli, non dava nem-
meno troppi esempì di dignità e di moralità nel costume. Ma
per la mite indole toscana dei nostri montagnoli, pur così
prossimi alle violente popolazioni del romano, erano già al-
lora rarissimi i delitti di sangue e i reati contro la proprietà;
non si conosceva — come non s' conosce ne anche oggi —
quello di abigeato. La sicurezza delle persone era generale,
in una regione c('>rsa ancora poco più che un secolo innanzi
da banditi e da masnadieri, e ove l' immensa boscaglia, che
prima continuava sino alla Maremma e un pezzo in là nel
romano, e lasciava arrivar quassù i cignali e i lupi, s'era
cominciata, a})pena nei primi anni del secolo, a diradare per
l'estendersi dei campi seminativi. Io non mi rammento di
Che rofa ha fatto qua il governo italiano 75
aver mai sentito nelle lunghe cene d'estate raccontare ai vec-
chi di casa mia un unico caso di aggressione o di ricatto
avvenuto nel Monte Amiata.
Non si può affermare che una tale condizione di cose si
sia sostanzialmente mutata, per ciò che riguarda la vita ma-
teriale e morale delle popolazioni della Montagna, dopo che
esse vennero sotto il governo italiano. Senza stare a dir
qui cose dette altrove in questo libro, osserverò accennando
principalmente agli ultimi venti anni, come anche chi, al
pari di me, creda che tutto non deve aspettarsi dal Go-
verno, possa però pensare che i benefìzi, venuti in gran
parte almeno alle altre regioni italiane dal largo uso di
tutte le pubbliche libertà, non siano stati per noi tali quali
avremmo dovuto aspettarceli in quasi mezzo secolo.
Non che qualcosa non sia stato fatto. L'avvicinarsi della
via ferrata ai paesi niìi prossimi alla Maremma; l'esten- ,
sione assai maggiore data all' insegnamento elementare, vi-
gilato dal Governo e dalla Provincia; i provvedimenti fatti
prendere ai Comuni pei pubblici servizi ad essi affidati ;
l'aprirsi di nuove vie provinciali ; — tutto questo ed altro
ha certo portato anche fra i nostri monti una ripercussione
dei nuovi impulsi che tutta la vita civile, intellettuale ed
economica del paese ebbe dal suo costituirsi a nazione. Ma
su quanto è stato fatto per opera dei pubblici poteri, a
cui — nella mediocrità , quasi generale tra noi , delle
fortune private — toccava la più larga parte d' iniziativa,
hanno potuto molto, con effetti in proporzione assai peg-
giori che in parecchie altre parti d' Italia, gli errori, che
viziano dal fondo l'amministrazione dello Stato italiano :
massimo fra tutti, quello dell'accentrar troppo, e del non
7t) MONTE AMIATA
avere mai sin qui avuto il potere centrale, nella sua azione
così detta tiifrice, la forza e la continuità, necessarie a te-
nere le Provincie e i Comuni nei limiti di una corretta
amministrazione. Così è avvenuto che qua, dove l'opera
moderatrice dell'autorità governativa avrebbe dovaito, per
riuscir benefica, esser piìi presente ed etìicace, se ne siano
fatti sentire molto i pesi, poco o punto i vantaggi e i
provvedimenti. Il maggior peso era, ed è ancora, quello
della sovrimposta, aggiunta dalle Provincie e dai Comuni
alle tasse imposte loro dal Groverno, divenuta eccessiva
anche qua da noi, perchè l'erario dello Stato, dopo aver
insipientemente tolto a quello delle Provincie e dei Comuni
gran parte dei loro proventi, lo ha poi per di piìi aggravato
di spese obbligatorie. Una delle maggiori e delle pili no-
cive all'economia dei Comuni amiatini della provincia di
Grosseto è stata quella della costruzione delle strade, im-
posta nel l<s6<s, in seguito a una legge, buona in se, ma
pessimamente interpetrata ed eseguita — giova, mi pare,
citar qui un esempio caratteristico — dalla prefettura di
Grosseto, che " non ebbe nell' applicarla alcun riguardo ai
mezzi disponibili dai Comuni, e ne impegnò il bilancio in
passività rilevanti „. Lo notava con queste parole nella re-
lazione di una sua inchiesta sui fatti di Arcidosso e sulle
condizioni della nostra regione l'avvocato Evandro Cara-
vaggio, oggi senatore, allora, nel l-STS, ispettore centrale
del Ministero dell' Interno. Ed egli metteva giustamente in
rilievo " lo squilibrio finanziario di tutti cotesti Comuni „,
in quattro dei quali — Castel del Piano, ( 'inigiano, Roccal-
begna e Santafiora — " ramiiKmtare della sovrimposta pro-
vinciale e comunale era già })iìi del (l<>pi)i(> supcriore al
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78 MONTE àMIATX
contributo erariale, mentre era più di tre volte superiore
nel comune di Arcidosso „.
Il cav. dottor Emilio Ginannesclii di Castel del Piano,
persona autorevole e pratica delle pubbliche amministrazioni,
richiesto da me del presente stato di cotesta parte della
Montagna, mi rispondeva in una sua lettera, densa di fatti
e di cose, non credere che la vita economica delle popola-
zioni si possa dire migli orata in questi anni dal 1878 in poi.
— " Se dovessimo riferirci — soggiungeva — alla elevatezza
delle imposte pubbliche, sarebbe il caso di concludere ch'è
peggiorata.... Dal 1878 ad oggi la sovrimposta comunale e
provinciale sulla fondiaria è andata continuamente aumen-
tando ; i dazi locali già esistenti si sono esacerbati, ed altri
se ne sono aggiunti „, per la sempre crescente necessità di
nuovi servizi pubblici. E ciò — si noti — mentre coli' au-
mentare delle imposte la media della rendita dei contribuenti,
dei piccoli proprietari in specie, che qua sono il maggior
numero, non cresceva, anzi in proporzione scemava a causa
dei pochi progressi, di cui sono state capaci finora le in-
dustrie agricole in una regione non fertile, a tanta distanza
dai centri del commercio italiano. Si aggiungeva, a carico
della vita e del benessere dei non possidenti, dei braccianti,
la gravezza di alcune nuove tasse, che — come quella di
focatico — si prestano piìi ad essere talvolta, per le par-
zialità malevole delle fazioni locali, ingiustamente repartite.
Si aggiungeva a danno di tutti, ma piìi delle classi povere,
r iniqua esecuzione, che ha avuto anche tra noi la legge
forestale, giusta in se, ma assurdamente concepita, e a cui
hanno potuto sfuggire parecchi tra i maggiori proprietari;
mentre per lo più ne ha sofferto il piccolo contadino, spesso
Eccesso (ielle imjìoste locali 79-
colpito dal vincolo in quell'unico campicello, di cni viveva,
e che i suoi avevano coltivato ai) immemorahili. Ne soffrono
intere popolazioni, che in alcune parti della Montagna usu-
fruivano da secoli diritti di pascolo e di legnatico, e ora non
hanno più ove mandare le bestie, ne come accendere il fuoco.
Non so se in altre regioni d' Italia, ma certo nella nostra uno
dei maggiori fomiti del malcontento, che già comincia a venir
su anche dalle classi agrarie, è questa legge. Essa si risolve
in un'evidente violazione del diritto di proprietà, non inden-
nizzando — come pur si fa altrove — chi è gravato dal
vincolo. Inutilmente vessatoria, perchè manca il personale
necessario a farla osservare, provoca più di qualunque altro
aggravio F irritazione delle classi povere , toccandole in
quell'oggetto di consumo, ch'erano abituate a procurarsi piìi
facilmente e gratis. Ed esse si vendicano incendiando i
boschi. GÌ' incendi , così frequenti in questi ultimi anni
nella Maremma e in Montagna, e di cui non si è quasi
mai fin qui potuto o forse voluto scoprire le origini, sono,
per la più parte e a giudizio di tutti, dolosi.
La Relazione del Caravaggio intorno ai fatti di Arci-
dosso voleva ravvisare nella cattiva condizione finanziaria
dei Comuni di cotesta parte della Montagna una tra le
cause del moto Lazzarettista. Io cerco di mostrare nel mio
libro come quel moto sia stato essenzialmente un prodotto
del sentimento religioso e delle condizioni di mente e di
coltura dei nostri montagnoli ; come qua non vi fosse allora
— e non si può dire vi sia ne anche oggi — una questione
sociale 0 agraria. Non che fra i motivi, i quali diedero presa,
specie in ultimo, alla violenta propaganda di David, pre-
dicante una compiuta riforma sociale, non entrassero anche
80 MONTE AMIATA
le condizioni economiche, certo assai misere, massime di
quella parte molto numerosa dei suoi, che viveva nel lati-
fondo della Contea di Santa Fiora; — Comune fin d'allora
dei più aggTavati e dei meno ricchi, che poco dopo andò
incontro a un vero disastro finanziario, e ove sono stati mol-
tissimi i contribuenti piìi poveri che per non poter pagare
le tasse abbandonarono al fisco il poco loro avere. Ma la
povertà o il malcontento suscitato dalle gravezze non fu,
ripeto, la causa originaria e determinante di quell'agitazione
religiosa, i cui promotori erano tutti possidenti e contadini
nel proprio; i quali — lo riconosce anche il Caravaggio —
" non esitarono a spogliarsi dei loro averi per un' idea, o,
per meglio dire, — così lo scrittore corregge poi il suo
primo giudizio, — a profitto di un ciurmadore „. — " Le
masse erano allora — dice la lettera già da me citata —
aliene dall' occuparsi delle pubbliche amministrazioni, ne sop-
portavano pazientemente gli effetti, anche se poco buoni, e
senz'agitarsi tolleravano ogni pubblico aggravio „.
Non cosi oggi. In questi ultimi trent'anni, in cui nelle
classi popolari italiane si sono venute sempre pili destando,
col senso dei bisogni economici, la coscienza e l'esigenza
di ciò che dalle altre classi e dallo Stato potrebbe farsi per
loro, le aspirazioni a un miglioramento sociale, giuste in
se, e acuite dagli agitatori politici, hanno fatto strada anche
qua. Non molta però ancora; sebbene il moto, sorto ovun(|ue
intorno a queste popolazioni, accenni anche fra di esse a
voler prender forma di i)artito })olitico, e possa trovare ali-
mento specie nei centri del lavoro minerario, tanto cresciuto
da alcuni anni, e che ormai occupa, si può dire, tutta la
popolazione di due grossi paesi : dell'Abbadia San Salvatore
Poco valgono gli aizzatori del j^opolo
81
e di Castellazzara. Ma quel che, per ora almeno, tien lon-
tani i pili dei nostri montagnoli da agitazioni inconsulte, è
oltre il fatto innegabile delle migliorate condizioni della
classe operaia, il poco credito, di cui qua godono coloro che
vorrebbero aizzarla. Essi non sono, come i trlhunl plehis
delle nostre città, borghesi politicanti, avvocati retori, dive-
Castel del Piano (pag. 83).
nuti per ambizione aizzatori di popolo e predicatori dello
stolto e malvagio domina della lotta di classe. Essi, i nostri,
sono, i pili, qualcosa di peggio : piccoli e poveri proprietari,
che non avendo, quasi rendita alcuna, vivono o, meglio, fanno
le viste di viver di rendita, cercando di suscitar disordine
e malcontento contro chi ha più di loro. Oziosi in mezzo a
tutta una popolazione che lavora, essi esprimono in se —
per un curioso contrasto tra le loro opinioni e la loro vita —
G, Barzellotti. 11
82 MONTK AJIIATA
il vero tipo di quel ceto sociale dei fammUom, che, dato
un giorno prevalessero le dottrine del Socialismo, dovrebbe
essere il primo a scomparire. ^'
Se gli agitatori hanno poco s('guito fra gli operai, non
ne hanno poi affatto nella popolazione delle campagne, for-
mata quasi tutta dai coloni, che poco o nulla risentono dei
pubblici aggravi, e per quanto siano per indole gente sem-
pre malcontenta di tutto, non si sa come potrebbero mai
trovar ragione o pretesto a voler mutati d'una sillaba i patti
del contratto di mezzadria in uso qua, eh 'è il più largo e
il pili favorevole al lavoratore fra quanti ce ne possano,
essere; Tutto da noi si divide a metà fra il padrone e il
lavoratore. Di tasse in comune n(ni e' è che quella per il
bestiame ; il contadino è gravato solo del focatico, e non
passa quasi anno che il padrone non gli dia a prestanza
in generi e in danaro quel tanto del necessario a vivere,
cui non è bastata la sua parte. Il debito che spesso gli
resta all'uscire dal podere, egli non lo paga quasi mai. Si
può dire che i nostri contadini siano gii unici mortali che
hanno l'impunità del far debiti e del non pagarli.
Ben altra è invece la condizione del campagnolo, che
dopo il lavoro giornaliero torna la sera in paese, e non li a
di suo se non la povera casa gravata dell'intollerabile im-
\ posta sui fabbricati. Questa, che in Italia si riduce a una
vera e propria confìsca di quasi tutta la rendita degl' im-
mobili, è tra le cause principali e piìi giuste del malcon-
^' Alnnii casi rccciili di disnidiiii. jndvocati ai'tificialiiicntc in (jualclic ])aese
(Iella Montagna dalle Leghe dei Lavoratori, istituite di recente anche qua. par-
reli1)ero indicare uno stato di cose diverso da que.*!to che io qui descrivo. ]\la esso
resta sempre vero e innegabile per quel che riiruarda le condizioni sociali e lo
spirito della gran massa di queste popolazioni.
Regione ignorata e j^oco curata 83
tento crescente anche da noi ; e poiché rende difficile, in
tanto e continuo aumento deUa popolazione, l'estendersi delle
abitazioni a ì)uon mercato, contribuisce ad aumentare il di-
sagio delle classi povere. Il peggioramento delle condizioni
economiche dei piccoli proprietari si vede al diradarsi che
fanno, da pochi anni in qua, sotto la scure del taglialegna,
i bei castagni un tempo così iitti e giganteschi nella nostra
montagna.
E con tutto ciò, negli ultimi trenta o quarant'anni, questi
paesi, specie i pili industriosi, come Arcidosso e Castel del
Piano, hanno fatto progressi notevoli nel loro aspetto este-
riore e nella igiene privata e pubblica. L'iniziativa di alcuni
cittadini vi ha promosso imprese utili e benefiche; basti
citare un solo esempio : quella del pastificio, istituito a
Castel del Piano dall'ingegnere Eugenio Monaci. Egli è stato
uno dei primi a servirsi della ricca forza motrice, che pos-
sono dare alle industrie le nostre copiose sorgenti, le quali
ora forniscono l'illuminazione elettrica a tutti questi paesi.
Né sono mancate le fondazioni di beneficenza. Tra le mag-
giori — la prima del genere, sorta qua — è l'asilo infan-
tile istituito in Piancastagnaio dalla mia famiglia, e a cui
mio padre fabbricò un ampio locale luminoso, ove imparano
a leggere e a scrivere e stanno una gran parte del giorno
pili di settanta bambini.
Chi guardi al poco o niim conto, in cui il Groverno
nazionale ha sempre tenuto fin qui i bisogni delle nostre
laboriose popolazioni, dovrà riconoscere che questa può dirsi
ancora una regione ignorata. Io mostro in questo libro come
l'esito sanguinoso dei fatti di Arcidosso fosse dovuto per
gran parte all' ignoranza, in cui erano le autorità politiche
84 :moxte A:\riATA
intorno alle vere condizioni intellettuali e morali di questa
gente. In piena civiltà moderna, lo Stato italiano trattò il
fenomeno religioso del Lazzarettismo nel modo stesso in
cui si sarebbe trattato in pieno ^ tedio Evo, cioè col ferro
e col fuoco.
E neppure oggi, dopo trent'anni da quei fatti, le no-
stre classi dirigenti e i nostri uomini politici hanno, io
credo, il piti remoto sospetto che anche in Toscana possa
esservi una regione altrettanto dimenticata e meritevole di
\ attenzione e di provvedimenti amministrativi da parte del
f Groverno quanto le pili dimenticate dell' Italia meridionale.
Io non ho memoria che mai uno solo tra i tanti prefetti,
succedutisi a capo delle provincie di Grosseto e di Siena,
abbia visitato un'unica volta questi luoghi a fine di ben
conoscerne la ricchezza naturale e i bisogni sociali e mo-
rali. Ed è stato, del resto, iìn da principio un grave errore
l'aver diviso fra coteste due provincie una regione, di cui
tutte le parti hanno tra loro tanta conformità di carattere
e d'interessi, e di non averla mantenuta tutta in un corpo
solo, com'era nell'antico Stato senese; — • errore ammini-
strativo, del quale è stato conseguenza l'altro, che ne ha
smembrata la rappresentanza politica in due collegi, in cia-
scuno dei quali i Comuni amiatini sono stati sempre troppo
poca cosa per farsi politicamente valere. E sono stati troppo
poca cosa — diciamolo una buona volta — anclie in parte
[)er colpa loro ; perchè non hanno mai o quasi mai dato i
loro suffragi ad uomini ])en consapevoli e studiosi a fond<»
dei bisogni e degl'interessi della regione, ad uomini abba-
stanza autorevoli da patrocinarli con successo in l'arlamcnto
e nei consigli del Re.
Che cosa aspetta e promette VAmiata 85
Ora i Comuni dell' Amiata aspettano che per opera di
savi provvedimenti amministrativi sia secondata anche qua
r iniziativa dei privati e Fattività laboriosa di queste popo-
lazioni; che coir avvicinarsi delle vie ferrate cessi il nostro
quasi isolamento dai centri del commercio e dell'industria
italiana, e l'agricoltura, rimasta da noi ancora generalmente
estensiva, ne riceva impulsi ad accrescere e ad intensifi-
care i suoi prodotti. Ciò che negli ultimi anni si è fatto,
specialmente dalla Provincia di Siena, per agevolarci gli
accessi alle lontane stazioni ferroviarie, è già qualcosa, ma
lascia ancora molto a fare. E sopra tutto si aspetta qua
che l'opera provvida del Groverno dia mano a più istruire,
a meglio educare, a sollevare le condizioni intellettuali e
morali della vita delle classi inferiori tuttora molto basse;
che lo Stato o avocando a se le scuole o accrescendo ai
Comuni, col non gravarli troppo, i mezzi di estenderle, di
migliorarle, di mettere in atto la legge dell'insegnamento
obbligatorio, oggi lettera morta, contribuisca efficacemente
a sanare anche qua la piaga dell'analfabetismo appena di-
minuito negli ultimi venti anni.
In nessun' altra parte della penisola, ove pure il popolo
è tutto per indole così disposto a lasciarsi disciplinare, il
seme di un'istruzione, data bene e veramente moralizza-
trice, troverebbe anime e menti più aperte di queste a ri-
ceverlo : anime senesi passionatamente sensitive, ribelli d'i-
stinto ad ogni violenza, ma pronte ad ammirare e a voler
bene, se sapute prendere con affetto ; menti senesi, mobil-
mente immaginose, facili così ad esser dominate dal mara-
viglioso e dal sublime delle grandi idealità religiose, come
a cogliere nella vita il lato comico delle cose e delle per-
86 MONTE AMIATA
sone, e per ciò indocili ad ogni autorità, che non si faccia
loro sentire e riconoscere intellettualmente superiore. Da
nature come queste, di buona lega toscana, per quanto ir-
ruvidite dall'ignoranza e dal secolare isolamento montagnolo,
un'istruzione, quale io la vorrei, moralmente e civilmente
educatrice, può formare un popolo di lavoratori, di operai,
di cittadini tra i migliori d' Italia ; non irreligioso, ma mondo
da ogni scoria di credulità superstiziosa, svezzato dal triste
vizio dell'ubriachezza, e non servo al lavoro manuale della
gleba e delle miniere ; ma capace, nelle sane abitudini della
vita frugale, di sollevare la mente alle pure altezze del-
l'arte, che finora gli furon contese, e a cui lo invita lo
spettacolo luminoso di questa grande natura alpestre, che
lo circonda.
Piancastognaio, l'agosto del 1908.
DAVID LAZZARETTI, di Arcidosso,
detto IL SANTO.
Monte Labbro (pag. 90).
Piancastagnaio (Monte Amiata),
20 settembre 1878.
La quiete di questo angolo della Toscana, abitato da
una popolazione quasi tutta agricola, a cui giunge appena
l'eco di ciò die avviene fuori di qui, fu turbata da un
fatto, che, se non è nuovo in Italia, era senza esempio in
questa parte della penisola: dal tentativo di rinnovazione
religiosa e sociale, represso, ora è un mese, in Arcidosso,
e che costò la vita all'uomo che se n'era fatto capo, a Da-
vid Lazzaretti. Il suo nome, ignoto, si può dire, fino a ieri
in ogni altra parte d'Italia, fuorché in queste montagne e
nella Sabina e nella Maremma toscana, ove da un pezzo
egli aveva fama di santo, è ora notissimo, ed ha eccitato le
polemiche appassionate dei giornali, che discutevano quale
sia stata nei fatti d' Arcidosso e nelle circostanze che li ac-
G. Baezellotti. 12
90 DAVID LAZZARETTI
compag'narono e li precederono, la condotta del Governo.
Senza voler punto entrare qui in tale questione, clie può
essere risoluta solo con tutti i dati del processo, oggi pen-
dente a Grrosseto, io osservo intanto come ciò die piìi forse
contribuì a provocarla fosse l'esser riuscito affatto nuovo e
impensato fuori di qui, quasi rivelazione d' impreveduto pe-
ricolo, il fatto della morte del Lazzaretti e dell' agitazione
religiosa promossa da lui ; tanto che molti domandarono se
e fino a qual punto il Governo ne era informato, e perchè,
conoscendola, l'avesse lasciata covare e crescere sino a ren-
der necessario per reprimerla l'uso delle armi.
Ora, lasciando stare che il Lazzaretti aveva subito vari
processi, dai quali era andato libero per mancanza di prove,
è poi un fatto che il prestigio esercitato da lui su questi
montanari, fu sino a pochi mesi fa quello di un preteso
riformatore religioso, di un sedicente profeta. Ciò che fin
da principio v'era nelle sue prediche e nei suoi scritti di
pili conforme alle mire del partito clericale, ciò che poi vi
apparve di piìi concorde con le idee dei Socialisti e dei
Comunisti, non era stato mai, ad arte o no, espresso da
lui così esplicitamente, prima di pochi mesi fa, ne aveva
mai prodotto negli animi rozzi di questi contadini effetti e
moti da turbare la quiete pubblica. Fino al suo ultimo ri-
torno dalla Francia, ov'egli da vari anni soleva recarsi ogni
tanto ad attingere ispirazioni, la sua condotta non era stata
mai tale da farlo apparire un agitatore nel senso politico
di questa parola. Egli si diceva, è vero, in intimo com-
mercio con Dio, e abitava sulla vetta nuda e solitaria di
Monte Labln'o vicino ad Arcidosso, sua i)atria, in una torre
e in un eremo, che gli avevano fabbricato i suoi seguaci
^apostolato di David 91
lassù, (li (love si domina gTan tratto del Monte Amiata e
della Maremma toscana. Il luogo ove sorgeva la torre e
con essa una chiesetta, in cui il Santo predicava e ufììzia-
vano, come suoi ministri, due preti (non storniti, mi si dice,
di una certa coltura) apparteneva al compare del Lazzaretti,
a un Vichi, contadino nel proprio. Costui ed altri credenti
dei pili fedeli, avean messo in comune ciò che possedevano,
dandolo ad amministrare a David, che pensava a far loro
le spese. Poiché è notevole che una gran parte dei suoi
seguaci erano, anziché proletari e semplici operanti, piccoli
proprietari, contadini assai agiati e possidenti essi pure.
In questa anticipata applicazione che il Santo fece fin da
principio delle teorie comunistiche da lui predicate piti tardi,
si vollero cercare motivi bastanti a farlo condannare per
truffa. Ma coloro che s'erano cavati di tasca i capitali della
società da lui amministrata, protestarono d'averlo fatto di
loro piena e spontanea volontà. Volenti non fit injuria.
Del resto, la propaganda aperta dei principi del Comu-
nismo ; le promesse di un prossimo rivolgimento sociale, a
cui doveva forse seguire una generale divisione dei beni ; il
grido di Viva la repahòlica regno di Dio, sollevato innanzi
alla folla, e scritto a grandi lettere nella bandiera issata
sulla torre di Monte Labbro ; — a tutto ciò il Lazzaretti
era venuto solo poco tempo innanzi la sua morte, quando
eccitato dal prestigio, che gli dava la sua parola su qualche
migliaio di campagnoli, avea concepito chi sa quali speranze
nell'avvenire della sua setta. E anche in materia di fede egli
era rimasto a lungo, quanto alla sostanza almeno, nei ter-
mini dell'ortodossia. Gli scritti, pubblicati sotto il suo nome
in Arcidosso, l'ultimo dei quali col titolo : La mia lotta con
92 DAVID LAZZAEETTI
Dio, e del 1877, protestano della sua devozione al Cattoli-
cismo e al Pontefice. La chiesa di Monte Labbro era stata so-
lennemente consacrata dal vescovo di Montalcino ; e col suo
consenso e con quello del clero d'Arcidosso aveva il Lazza-
retti predicato piii volte, vari anni or sono, chiedendo le of-
ferte e l'opera manuale dei suoi seguaci per la fabbrica di una
nuova chiesa da erigersi a pochi passi dal paese per la via
che mena a Santa Fiora, proprio in quel punto dove egli cadde,
circa un mese fa, colpito da una scarica dei carabinieri.
Mi premeva metter bene in rilievo fin da principio que-
ste circostanze, che accennano l'origine e, a parer mio, la
sostanza dei fatti d'Arcidosso, e il punto di prospettiva, da
cui bisogna osservarli. Poiché essi apparvero, io credo, assai
maggiori del vero a quanti, in altre parti d' Italia e fuori,
li guardavano coli' interesse solito a destarsi oggi innanzi
ad ogni nuovo fenomeno della coscienza popolare. E certo
la figura del profeta dovè, per un'illusione ben naturale in
questo caso, guadagnare, anzi che perdere colla distanza,
agli occhi di chi lo vedeva in fantasia, parato della sua
divisa rosso-turchina, su cui spiccava il nero cupo della gran
barba e dei lunghi capelli, scendere da Monte Labbro a passo
lento, salmodiando a capo di piìi che duemila contadini, e,
se la morte non l'avesse fermato, invadere i paesi del Monte
Amiata, e dilagare co' suoi giìi al piano per tutta la pro-
vincia senese e grossetana, pronto forse a ripetervi l'esempio
di Giovanni di Miinster. Ma chi abbia guardato un jx)' d.i
vicino e da lungo tempo il fondo del quadro, su cui codesta
figura campeggia, potrà ridurla alle giuste proporzioni, non
dirò ne anche della storia, ma della cronaca locale ; potrìi
capir subito come soli otto cara1)inieri sian bastati ad arre-
Jl Monte Amiata e gli abitanti 93
stare quella piena popolare, senza che, morto il profeta, sia
rimasta larga traccia del movimento tentato da lui. E ciò,
perchè cotesto movimento, nato in una parte del contadi-
name del 3Ionte Amiata e delle Maremme toscane, non s'era
mai allargato al grosso della popolazione, per quanto a se-
condarlo possano aver concorso, specie sull'ultimo, le isti-
gazioni di chi forse voleva profittarne per fini meramente
politici, e le condizioni economiche assai aggravate, da qual-
che anno a questa parte, per la scarsità delle raccolte e
l'aumento dei balzelli. Ma, tenuto pur conto, quanto si vo-
glia, di queste ultime circostanze e della possibile, ma non
provata complicità del Lazzaretti colle mire di qualche par-
tito sovversivo, riman sempre certo che quelle cause, che
operano altrove ovunque esiste una vera e propria questione
sociale 0 una questione agraria, non ebbero una parte per
lo meno sostanziale e determinante nei fatti di Arcidosso.
Nelle grosse borgate, che poste a pendìo sui fianchi
dell' Amiata, gli fan quasi corona, mezzo nascoste tra selve
di castagni secolari, e hanno, sul loro capo, imminente la
grande e bella montagna fitta di faggi fino alla cima, e
sotto ai loro piedi larghi campi di grano, pasture e vigne,
abita una popolazione, che, se non è delle più ricche, non
è certo delle pili povere della Toscana; campagnuoli i piìi,
che passano la giornata a opera fuori del paese e vi rien-
trano a notte; ne sono pochi quelli che lavorano nel pro-
prio e ne cavan da vivere ; che qua il possesso è tuttora,
salvo in uno o in due di questi paesi, assai più ripartito
che in molte altre provincie d' Italia. Non cosi numerosi
quindi gli assolutamente miserabili, che, salvo nelle annate
scarsissime, non riescano per la più parte, lavorando a gior-
94 DAVID LAZZARETTI
nata, o spelluzzicando di quel degli altri nella castagnatura,
a metter da parte la polenda o il pan nero per l' inverno.
Una vita non bella davvero , e ce lo dice lo squallore
di molti tuguri in questi villaggi ; ma ne anche disperata
d'ogni risorsa. Il contratto agricolo, universalmente in uso
qua, è la mezzeria ; che, sebbene siamo a due passi, si può
dire, dall'antico confine pontificio, e nella parlata, nell'a-
spetto e nel sentire di questa gente cominci già a balenare
un po' del romano, essa è tuttora toscana nelle consuetudini
e nella vita e nelle tradizioni, che da secoli si congiungono
con quelle della repubblica di Siena e dei reggimenti me-
diceo e lorenese. Lo stato della popolazione agricola, in con-
fronto a quello dei contadini di altre parti d' Italia e della
stessa Toscana, non e tra i peggiori, specie poi se teniamo
conto di non poche consuetudini, invalse ormai per lungo
uso, e che volgono tutto il sistema delle relazioni interce-
denti tra il proprietario e il contadino in gran parte a van-
taggio di quest'ultimo. Al quale un lavoro assai meno gra-
voso di quello degli opranti, costretti a viver nei villaggi,
assicura il vitto, che è dei piìi sani : pane, polenda di ca-
stagne e di granturco, patate, fagioli, ecc. Questo stato di
cose e l'indole assai mite della popolazione rende sicuris-
sima la campagna, che, sebbene prossima al romano, e, sino
a pochi anni fa, confine tra questo e la Toscana, è stata
ben rare volte e per breve tempo corsa da malviventi, mai
da bande di briganti o da ricattatori.
Ma se la condizione materiale ed economica di questi
paesi non e delle peggiori, la condizione intellettuale è tra
le pili basse, almeno in confronto al rimanente della Toscana.
Non che l'attitudine ad apprendere e le facoltà naturali siano
Condizioni intellettuali: il clero 95
scarse ; v'è anzi nel popolo svegiiatezza d'ingegno, memoria
pronta, buon senso ; e alla povertà della fantasia popolare,
attestata dal difetto qnasi assoluto di tradizioni, di leggende
locali (difetto notevole davvero in luoghi, ove la natura è
cosi grandiosa e ispiratrice), è compenso in parte lo schietto
sentimento del bello die dà al parlare di questa gente molta
eleganza ed eihcacia. Ma l'istruzione è tuttavia così bassa
che gli analfabeti salgono a piìi che due terzi della po-
polazione. L' isolamento, in cui essa ha vissuto a lungo
per esser questi luoghi fuori di mano, e non attraversati
da alcuna delle grandi linee di comunicazione e di com-
mercio che ha l'Italia, è stato causa che qua unico maestro
e educatore per secoli fosse il clero, di poco superiore per
cultura e per costumi al volgo, da cui in gran parte usciva.
Poiché il sacerdozio era, ed è ancora, ne solo in questa
parte d'Italia, in una gran parte di coloro che lo profes-
sano, un mezzo per vivere, non una vocazione. Quali siano
stati gli effetti dell'influenza del clero su questi montanari,
lo dice abbastanza la fede cieca, che una gran parte di essi,
specie nelle campagne, prestava alle profezie di David, alla
cui prossima resurrezione alcuni credono tuttora. Nei paesi
pili grossi, ove da vari anni per opera dell' insegnamento
laico, per le comunicazioni e i commerci resi piii frequenti
all'approssimarsi della via ferrata, l'istruzione crebbe, il nu-
mero dei seguaci del Lazzaretti era assai minore; il che
però non vuol dire che fosse del pari molto minore il suo
prestigio, sebbene spesso non voluto ne potuto confessare da
quelli stessi, ed erano forse i più, che lo subivano a loro
insaputa, perchè già disposti a credere ciecamente dall'in-
fluenza dell'insegnamento religioso. Sino tra le persone piti
96 DAVID LAZZARETTI
civili e colte d'Arcidosso e dei paesi vicini e in quel clero
v'era chi voleva vedere in David un mandato da Dio, un
ras electionis. " Per qualche tempo io l'ho creduto insignito
veramente di una grazia speciale „ ; ^ — mi disse giorni sono
un sacerdote, che ha conosciuto di persona il Lazzaretti ; —
però soggiungeva averlo più tardi convinto di menzogna e
d'eresia. Clli domandai come poteva essere che uomini rozzi,
contadini e contadine credenti fino allo scrupolo, prestassero
fede al Lazzaretti anche quando egli, in ultimo, avea preso
a mutare la sostanza e la forma del credo cattolico, e Roma
lo aveva scomunicato. " Illusione diabolica, illusione diabo-
lica! „ — mi rispose il prete con voce solenne. —
Bastino questi cenni a dare un'idea dello stato intellet-
tuale della gran massa della popolazione, da cui uscivano i
discepoli del profeta. Ciò che sino dal 1808 diede origine alla
sua fama e al suo prestigio fu l'essersi sparsa la voce che
egli si era convertito a un tratto da bestemmiatore e da
uomo di vita assai libera in un umile penitente, che racco-
mandava a tutti, e specie ai suoi antichi compagni e amici,
la necessità della fede, della preghiera e della costumatezza.
Barrocciaio in gioventìi, il suo mestiere gli era stato occa-
sione a percorrere tutti i paesi del Monte Amiata e la Ma-
remma, e a larvisi conoscere e risi)ettare per la forza er-
culea, la singolare abilità nel maneggiare il bastone, l'aspetto
grave e non senza impronta d'intelligenza, e la parola fa-
cile, efiìcace. Sparsasi la fama della sua conversione tra
([uesta gente, che se lo vide comparire innanzi do})o una
lunga assenza, tutt'altro da quel di ])rima, col viso solenne
e ispirato e in fronte uno stigma con una croce in mezzo
a due e (0 + C), ch'egli diceva avuto da San Pietro ad
I lìvincivì dell' cqìostolato di David 97
attestare la sua missione, moltissimi ovunque andasse cor-
revano ad accoglierlo e a parlargli, non esclusi i preti.
Insieme coli' arciprete d'Arcidosso egli visitò, vari anni sono,
quasi tutti i paesi del Monte Amiata, e si trattenne un
giorno anche qui a Piancastagnaio, annunziando maturi i
tempi designati da Dio alla rinnovazione morale e civile
dei popoli, ch'egli dovea preparare col suo insegnamento.
Aggiungeva essere stato, fin dal 1848, chiamato a questa
sacra impresa, e che vivendo egli solitario e penitente in
una grotta della Sabina, gli apparve un guerriero e gli
disse : essere un suo antenato, un Lazzaro Pallavicino, morto
penitente e seppellito in quel luogo, dopo aver combattuto
a lungo per la Chiesa e pel Papa contro un Re di Francia,
che, fattolo prigioniero, gli era stato liberale della vita per
averlo scoperto suo figlio naturale. David sosteneva che,
avendo fatto scavare in quella grotta, vi aveva trovato uno
scheletro e avanzi d'armi corrose dal tempo.
Fino dal suo primo apparire innanzi alle turbe non man-
cava dunque al profeta quell'aureola un po' massiccia, che
cinge il capo alle statue de' Santi recate così spesso in pro-
cessione per le campagne italiane. E come non credergli
quando egli era segnato in fronte da Dio, e discendeva da
un figlio di re e di un re di Francia, da un campione della
Santa Sede? Questo e altri racconti di apparizioni, di pro-
digi, di rapimenti estatici David andava ripetendo qua e là
pei paesi del Monte Amiata, e li accennava lasciandoli in una
mezza luce fantastica, nei discorsi tenuti da lui ogni dome-
nica a Monte Labbro tra il 1869 e il 1870, in quell'immi-
nenza della guerra franco-prussiana, quando le speranze e
i timori del partito clericale si ridestavano in tutta Europa.
G. Barzellotti. 13
98 DAVID LAZZARETTI
Metto qui apposta questa data come commento storico alle
vaghe predizioni di terribili, imminenti castighi divini, ripe-
tute più volte in codeste prediche, che si possono leggere
pubblicate nel 1870 in Arcidosso col titolo: Rescritti pro-
fetici. Sono cento trenta pagine circa di rozza stampa, che
contengono inoltre preghiere e profezie in prosa e in verso,
e il Regolamento di una Società della santa lega o fratel-
lanza cristiana, istituita da David ; né vi manca in fondo
VEnimma ^'■referente all' Autore dei presenti scritti.,. Il libro
dei Rescritti profetici ha poco di notevole e che lo distingua
dagli altri dello stesso genere, letti dal volgo italiano, fuor-
ché là dove il Lazzaretti è tratto a parlare di se, sia per
difendersi dall'accusa d' impostura e di mala fede, sia per
rintuzzare la punta del ridicolo con cui erano assalite le
sue profezie. Allora l'amor proprio del profeta, toccato nel
vivo, dà alla sua parola una sincerità che non è senza eth-
cacia. Ed è curioso di vedere come di sotto al velo della
riserva e dell'unzione, impostagli dal suo nuov*» carattere
sacro, trasparisca ogni tanto, nell'energia mal repressa di
qualche espressione, l'uomo antico, il barrocciaio montagnolo.
Un'altra cosa che già si accenna in questi scritti di
David, e apparisce poi via via sempre piìi fra i tratti di-
stintivi della sua natura, è l'attitudine umile e guardinga
a un tempo, ch'egli prende in faccia al partito del cui ap-
poggio si vale, pronto però a staccarsene appena creda averne
trovato uno piìi saldo. Fino a pochi mesi fa (poiché nel
marzo scorso si ritrattò innanzi al Vescovo di ]\[ontalcino
delle idee ereticali in cui confessava di essere caduto i egli
si è dichiarato sottomesso in tutto ai suoi superiori spiri-
tuali, ai preti, dei quali però, parlando coi suoi seguaci e
La sua esaltazions non esclude l'accortezza 99
in pubblico, piìi volte aveva scoperto le mag-ag-ne. Poiché
in lui c'era bensì l'uomo ingenuamente impulsivo e rozzo,
esaltato dal fanatismo religioso, ma non tanto ingenuo ed
esaltato dal non saper tastare il terreno su cui si avven-
turava e guardarsi intorno per spiare da chi gli tornasse
pili conto d'essere seguito ; l'uomo non tanto perduto nei
suoi sogni da non accorgersi con fino istinto pratico come
e quando essi potevano servirgli a fini personali e in specie
a soddisfare la sua passione dominante, che non era, io
credo, l'amor del denaro, ma quello della fama e del favore
popolare. Nato e cresciuto in queste montagne, egli era una
di quelle nature fatte per agire potentemente sulla immagi-
nazione e sullo spirito popolare, appunto perchè ne ritrag-
gono in se quasi il tipo e ne sono l'espressione schietta e
vivissima. Il fondo del suo carattere era quel misto d'igno-
ranza e di finezza naturale, di credulità superstiziosa, d'esal-
tazione e di accorgimento pratico, che non è raro trovare
accoppiati negli uomini del nostro volgo anche delle cam-
pagne, specie in Toscana.
E da sperare che il processo, ora istituito, metta in chiaro
se fin da principio, e sino a qual segno poi David sia stato
complice degl'intenti del partito clericale, di cui, almeno in
principio, fu certo un istrumento, e per qual motivo, man-
candogli l'appoggio dei suoi benefattori francesi, egli si sia
vòlto alla parte opposta. Forse i primi, dopo averlo speri-
mentato arnese mal fido e indocile, l'abbandonarono per la
stessa ragione, che spiega, secondo me, l'essersi egli gettato
a un tratto verso gli estremi dell'altro partito, e la ragione
è questa : che il suo credito di profeta e di santo, fondato
sul fanatismo del volgo, non poteva durare a lungo, se non
109 DAVID LAZZAKETTI
era sostenuto con mezzi assai piìi efficaci che non fossero
quelli puramente spirituali e religiosi da lui adoperati sin al-
lora. Forse egli sentì contusamente ciò che il Machiavelli
pensava a proposito del Savonarola : che i profeti disarmati
rovinano. Ma anche nella parte puramente religiosa e mi-
stica del suo insegnamento egli si era avanzato, in ultimo,
assai più in là che non avesse mai fatto per vari anni ; o
ciò fosse in lui (coni' è pili probabile) solo l'effetto della
esaltazione della sua mente, che finì col prestar fede asso-
luta ai suoi stessi sogni, o perchè forse egli sapeva per
esperienza che il volgo non crede se non vede, e che per
trascinarlo irresistibilmente bisogna eccitarne il sentimento
religioso sino all'allucinazione. Nel libro La mia lotta con
Dio, pensato e scritto in Francia fin dal 187G, e che rivela
sopra tutto uno studio accurato del vecchio e del nuovo Te-
stamento e dell'Apocalisse, quel ritegno, che David mo-
strava in altri suoi scritti, nell'aifermare la divinità della
sua missione, e quel vago indefinito, in cui egli aveva la-
sciato sempre avvolte le sue predizioni, sono scomparsi af-
fatto. Il profeta racconta addirittura d'essere stato rapito in
cielo, d'essersi trovato a faccia a faccia con Dio, d'avergli
parlato e d'averlo udito parlare a lungo; descrive sino ai piìi
minuti particolari la sua visione e in specie quelle ch'egli
chiama le sette citta eternali, una dellt^ quali doveva sor-
gere sul Monte Amiata. In questo libro David, come ac-
cennai già, si professa tuttora fedele a Roma e al Pontefice ;
ma già vedi ch'egli s'atteggia a depositario immediato dei
segreti di Dio e a capo di una nuova fede. Tornato nel
marzo di quest'anno (UiUa l'rancia, ove aveva fatto educare
i suoi figli, egli ])redicava il nuitrimonio degli ecclesiastici,
Fine di David: sue cause e occasioni 101
confessava e comunicava con nuovo rito i suoi uditori di
Monte Labbro, pei quali avea composto un nuovo Credo di
24 articoli. A spingerlo sino a tale estremo concorse anche
la morte di Pio IX, e l'opposizione risoluta che d'allora in
poi gii venne da Roma e dal clero d'Arcidosso.
Una notizia piìi intima della vita del Lazzaretti e dei
suoi viaggi potrebbe accertare quale e quanta parte abbiano
avuto negli ultimi atti di lui le sollecitazioni venutegli da
altre parti d'Italia e di fuori, e le vaghe speranze ch'egli
può avere concepite di probabili mutazioni politiche e so-
ciali. Ma una cosa par certa a ogni modo, ed è ch'egli si
trovava ormai nell'assoluta impossibilità di ritrarsi indietro,
posto com'era nell'alternativa o di rinunziare al suo pre-
stigio 0 di tentare un'impresa, ch'egli stesso sentiva supe-
riore alle sue forze e a quelle della sua fazione. Quale do-
vesse essere codesta impresa, non mi sembra ancora ben
provato. Ma è voce assai diffusa qua, e molto credibile, a
parer mio, che David, dopo aver predetto grandi e terri-
bili cose che dovevano accadere la mattina del 14, quand'egli
scenderebbe da Monte Labbro, e poi rimessa la sua discesa
di giorno in giorno tino al 18, sia stato in ultimo costretto
a muoversi dai suoi, divenuti impazienti di vedere avverate
le sue profezie. Da un lato, la prova tanto aspettata dei
fatti, che dovevano confermare i suoi vaticini, dall'altro,
il cimento, a cui ea:li doveva mettere la sua autorità e il suo
prestigio, presentandosi inerme alle popolazioni commosse
e ai carabinieri, che gli avrebbero sbarrata la via, furono
una specie di giudizio di Dio, al quale il Lazzaretti venne
sottoposto dai suoi stessi seguaci.
Una visita alla torre di David Lazzaretti
(Cinque anni dopo).
Il podere sotto Monte Labbro (pag. 109).
— C'eri, dunque, anclie tu con David il g'iorno che
scese di lassii in processione per andare alla Chiesa del-
V Incoronata ?
— Se e' ero ! E glielo posso dire se s' era in molti.
N' eran venuti, vede, da tutte le parti. E la notte innanzi
qui intorno non si passava dalla gran quantità delle cavalca-
ture, quasi tutte di maremmani. E a giorno poi, aver veduto
la gente su per questi poggi! C'era fitta come que' sassi.
Mi diceva così il capoccia d'un podere, a cui ci era-
vamo fermati, là dove comincia quasi a picco l'ultima erta
di Monte Labbro, e, parlando, me ne accennava intanto il
dorso nudo e sassoso e la vetta, su cui s' inalza la Torre
di David. E di una struttura singolare, fatta di pietre non
tagliate, commesse a secco, da parere a guardarla di già,
G. Barzellotti. 14
106 rNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
già mezza diroccata come è ora, un ammasso informe di sassi
che prolunghi V aspro comignolo della montagna. — " Fu
il Governo che non la volle murata a calcina, dicono i
Lazzarettisti, perchè aveva paura che si facesse quassù una
fortezza ,,.
Tutti ci voltammo in su a guardarla. Eravamo una
lieta compagnia d'amici, chi a cavallo, chi sull'asino, venuti
quella mattina da Castel del Piano. E la compagnia s'era,
cammin facendo, scemata di quelli che non avevan potuto
reggere alla tentazione di venirsene pian piano, discosti da
noi, col fucile in ispalla per far qualche tiro alle quaglie
e alle lodole, che ogni tanto ci frullavano davanti su per
quelle stoppie. Noi s' era tirato di lungo. Ci precedeva un
singolare battistrada, il pulledrino di una delle asine della
carovana, che colla continua mobilità dei bambini faceva,
ora scomparendo, ora riapparendo per quei sentieri scoscesi,
le più allegre e matte corse del mondo.
Il tempo non poteva essere migliore. Un po' coperto,
anzi a momenti quasi minaccioso nelle prime ore del mat-
tino, s'apriva oramai in una bella e calda giornata degli ul-
timi di agosto, anche troppo calda se l'aria non fosse stata
mossa da un ponente leggero, che ci dava nel viso
non di più colpo che soave vento,
spirando dal mare lontano, e pur visibile per 1' azzurro più
carico in cui andavano a perdersi gli ultimi lembi cenero-
gnoli di una nebbia crescente sul piano di (rrosseto. E
in faccia al Tirreno e alla grigia maremma, a cui l'occhio
scendeva lungo un continuo ondeggiare di colline boscose
con qualche raro villaggio e (jualche casolare solitario, bian-
Il podere sotto Monte L(ihì)ro 107
clieggìava in ima pianetta verde, dominata dalla vetta di
Monte Labbro, il podere ove ci s' era fermati.
Al primo scalpitio delle nostre cavalcature aveva ri-
sposto dalla stalla il fremitare di un muletto, corso poi su-
bito ad incontrarci, e dietro a lui era uscita salterellando
una bionda fiimigliola di ragazzi e di bimbe. Saranno stati
sei 0 sette per lo meno. Sulla balzòla della casa stavano
guardando verso di noi il padre e la massaia; una donna
bassotta, di forme fatticce, accesa in viso perchè era occu-
pata a fare il bucato. Tutt' altra di forme e d' aspetto da
lei, una figliuola giovinetta, pallidissima, con in viso i segni
del male e di una convalescenza stentata, era rimasta in
casa e guardava tra le inferriate dì una lìnestra terrena.
Io non dimenticherò mai quel viso. E mi stupivo di averlo
potuto trovare lassù, dove l' aria, il cibo, la rozza e forte
vita dei campi danno anche alle fanciulle una bellezza, che
ha per lo piti molto del virile. Ma nelle fattezze delicatis-
sime di ({uella lì, nel puro ovale del volto, che arieggiava
a un' immagine del Perugino, e negli occhi grandi di un
vivo celeste addolciti da mestizia ineffabile, era espresso un
intimo dolore tutto suo, che faceva specie a quell' età quando
nelle giovinette fiorisce e sboccia tutto il corpo e anche
r animo pare che si scaldi a una luce nuova. Seppi poi
dalla madre che la fanciulla era una delle dodici Figlie dei
Cantici, che tutte vestite di bianco con una ghirlanda e
un velo in testa camminavano avanti a David nella sua di-
scesa da Monte Labbro il 18 agosto 1S78. Aveva allora
tredici anni o poco piìi, e fu terribile l' impressione che
ebbe nello scontro coi carabinieri. Si vide cadere accanto
David e tre o quattro de' suoi, e rimase li ferma, gelata di
lOS rXA VISITA ALLA TOTIEE UT DAVID LAZZARETTI
paura fra il grandinare dei sassi, le schioppettate, gli nrli
e il fuggi fuggi della calca atterrita. — " D' allora in poi
non ha avuto pili bene .. , mi disse la madre.
Le prime parole io le avevo fatte col capoccia. Egli
era stato nno dei piìi antichi e lidi seguaci del Lazzaretti,
e tra quelli che lo raccolsero moribondo e con una scala
a pioli gì' imjDrovvisarono una barella per trasportarlo poco
lontano in un luogo detto le Bàgnore. Là egli spirò la
sera stessa, circondato da tutti loro e dalla sua famiglia,
senza che però nessuno dei presenti, salvo i figliuoli pic-
cini, un maschio e una bambina, che faceva pena a vederla,
desse il minimo segno di dolore : circostanza incredibile
per chi non conoscesse quale sia la potenza della fede su
quelle forti nature di campagnoli. Me l'avevano riferita
anche cinque anni fa tutti quelli che il giorno stesso della
morte di David ne recarono la nuova e i particolari in
tutti gli altri paesi del Monte Amiata, e anche in Pian-
castagnaio, ov' io ero a villeggiare, ^li ricordo anzi come
fosse ora che un mio contadino mi diceva d' aver veduto
passando dalle Bàgnore i seguaci del profeta, raccolti in-
torno a lui, sdraiato sull'erba e già agonizzante, ancora
tutti vestiti dei costumi pittoreschi che avevano indossato
per la processione. Ce n' era, mi disse, che sedevano tran-
quillamente colle loro mogli a mangiare sotto i castagni ;
altri avevan fatto cerchio intorno al moribondo e cantavano
con voce ferma e ben intonata gl'inni imparati da lui a
Monte Labbro. Il maestro aveva, prima di muoversi di lassù,
predetto appuntino e per ordine ogni cosa come poi suc-
cesse. Il suo sangue, Il Htmiue del nuovo Abele, doveva
essere sparso per loro e per la loro fede ; anche se 1' aves-
I Lnzzareitisti 109
sero veduto cadere e morire, nessuno, diceva, si fosse mosso
0 avesse dubitato un solo momento. — "E così fu davvero „,
dicono anche oggi i Lazzarettisti rimasti fedeli al profeta.
E me lo ripeteva il capoccia di quel podere biancheggiante
nella verde pianetta a ponente sotto Monte Labbro.
Egli mi parlava tenendomi la briglia del cavallo, da
cui ero sceso, e nella sua voce maschia e piena, ma non
troppo viva, perchè tratta dal petto profondo, vibrava 1' ac-
cento di una persuasione pacata, a un tempo, e vigorosa.
Gli fissai bene gli occhi in viso per osservarlo. Era una
delle facce piti veramente sacerdotali che io abbia mai visto,
e che mi rammentò quelle così solenni di alcuni giovani
indiani, con cui avevo parlato dieci anni prima a Londra in
University College, dopo le lezioni di psicologia del mio amico
Groom Robertson. Se non che mi colpì subito una diffe-
renza tra quei severi studenti dalle lunghe cappe nere, figli
dei più antichi sacerdoti della nostra razza, e il viso del
contadino di Monte Labbro. Grli occhi, nerissimi negl'indiani
e tagliati a mandorla, di un vivo fuoco nello sguardo, appena
velato da grandi e nere sopracciglia, erano invece azzurri
nel mio campagnolo e così dolci da rammentare quelli della
figliuola malata. Ma la barba lunga e folta d' un cupo ca-
stagno, r ovale perfetto del viso, il naso fine, signorile, del
pili squisito profilo, che faceva un lieve angolo colla fronte
alta e quadrata, sopra tutto poi il tono della voce, davano
alla dolcezza di quegli occhi azzurri un che di raccolto e
quasi di religioso, a cui contrastava in lui la ruvidezza
delle braccia muscolose e del petto, nudo in parte, peloso
e abbronzito dal sole. Chi sa, pensavo, che nelle vene di
questo lazzarettista, certo d' una razza e d' un tipo tutto
110 TNA VISITA ALLA TORRE IM DAVID LAZZARETTI
diverso dagii sveltì, nervosi e arguti contadini delle altre
parti del Monte Amiata, non vi sia qualche goccia del piìi
puro sangue sacerdotale di quegli etruschi, che là in riva
al mare ebbero tante città? E forse, continuavo tra me e
me, sorridendo di queste mie velleità da etnologo improv-
visato, forse r istinto religioso, un po' davvero indebolito,
mi pare, col tempo nelle plebi toscane, s' è per eredità con-
servato pili schietto quassù in questa fociata di monti che
van dritto sino alla maremma grossetana. E se e proprio
così, ecco come, secondo me, si spiega con un briciolo
d' eredità e d' atavismo, e chi sa con quanta sodisfazione
dei nostri buoni darwiniani, un fatto non abbastanza osser-
vato dai cronisti del Lazzaretti : il favore avuto da lui fin
da principio e poi per quasi dieci anni in tutta la maremma
toscana più che nella sua patria e negli altri paesi del
Monte Amiata.
Ma io dovetti mentalmente rimettere la soluzione del
grave problema a qualche futuro congresso antropologico.
Un " andiamo „ di tutta la brigata mi fece risalire in fretta
a cavallo e riprendere cogli altri la via verso la vetta del
monte. Fatti pochi passi di quel primo trotto, die i cavalli
male avvezzi dai contadini muovon subito dopo che gli hai
montati, mi voltai indietro. Tutta quella buona gente del
podere era rimasta ferma davanti a casa a vederci partire
e salutava augurandoci una buona gita. — " Noi non ve-
niamo „, mi gridò il capoccia. " Non ci basterel)be l'animo,
sa, a veder la nostra chiesa così male andata,,.
Ci faceva da guida un vispo giovinotto venuto con noi
da Castel del Piano e pratico di quei luoghi })erchè era stato,
diceva, anche lui alla Torre col Lazzaretti e coi suoi seguaci.
L'ascetisnio di r)aind 111
Ma a giudicare dalle eloquenti scrollatine di testa e dai sor-
risi, con cui accompagnava le sue risposte alle interrogazioni
che io gli facevo, si vedeva chiaro che in David e nella
missione, che questi diceva aver ricevuto da Dio, la nostra
guida non aveva mai creduto. E anche mi parve che il te-
nore di (juella vita religiosa, menata, come egli assicurava,
mesi e mesi in mezzo alla confraternita dei lazzarettisti, non
avesse lasciato in quel giovinetto disposizioni ascetiche molto
pronunziate ; tanta era la fina malizia toscana che gli ba-
lenava negli occhi piccoli e sorridenti e in un certo alzar
di spalle che gli era abituale e pareva volesse dire : " Che
importa ora a me di simili malinconie ? „
Ma, a sentirlo, la vita non era poi così dura lassù alla
Torre, come oggi molti credono o vorrebbero far credere.
Ci si mangiava, ci si beveva in buona compagnia, a giorni
anche allegramente, non troppo però e in modo, diceva lui,
ripetendo senza volere il detto di Socrate, da poter sempre
venirsene via da tavola ognuno sulle proprie gambe. Del
resto, a quel che capii, in questa parte almeno, il precetto
e r esempio del Lazzaretti era chiaro e convincente. Egli
voleva e praticava coi suoi il digiuno, l'astinenza, la mor-
tificazione. Ma fu sentito dire molte volte che per lui era
pili meritoria presso Dio F astinenza volontaria da qualche
cibo squisito che un digiuno strettissimo, seguito, come si
usa in certe case di epicurei bacchettoni, da scorpacciate
di pesce e di salse gustose. In altre parole, egli voleva, a
sentire quel che ne dicono ancora i suoi, restar fedele alla
disciplina e alle pratiche del Cattolicismo, ma raccomandava
di serbarne innanzi tutto lo spiritu, che per colpa del clero,
massime nelle campagne, è spesso ucciso dalla lettera.
112 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
— "E anzi a questo proposito „, diceva imo della bri-
gata, '• bisognava sentirlo quand'era in vena, non importa
che fosse stato, magari anche in chiesa, quante ne diceva
su certi parrochi che sono
in veste di pastor lupi rapaci;
— perchè dovete sapere che David sebbene fosse stato
barrocciaio aveva letto molto i poeti e Dante in specie, e
anche lui aveva un ramo di poeta : — lupi, diceva, che
tirano sempre alle agnelle piìi grasse e piii belle della
greggia, e a volte non risparmiano ne anche le mamme....
purché non sian tanto vecchie, badiamo. E quando diceva
di queste cose, allora bisognava sentire come la gente in
chiesa tossiva per trattenere le risa, e certi nomi ben co-
nosciuti andavano, bisbigliati, di bocca in bocca. Tanto pili
che a David tutti gli credevano se dava addosso al mal
costume, perchè convertito che fu non diede mai a dir di
sé e voleva un gran bene alla moglie e ai figliuoli. Su
questo capitolo delle donne, conchiuse il mio compagno di
strada, non ho mai sentito dir nulla contro di lui uè anche
da' suoi nemici piìi accaniti. I\gli soleva dire anzi che due
cose lo annoiavano sopra tutte : il giuoco e la conversazione
delle donne. „
Qui lascio indovinare al lettore i sorrisi e i commenti
di tutti. ])iu che altro della nostra guida, che però tenten-
nava la testa come avesse i suoi dubbi sulla sincerità di
quelle parole attrilmite al santo David.
— "Veniva molta gente alla Torre?,, gli domandai.
— "Era un va e vieni continuo,,, mi rispose, "sull'ul-
timo anche di gente arrivata di fuorivia e che non s'inten-
Un aneddoto della giovinezza di David 113
deva. Si rinchiudevano con David per parlargli, poi ripar-
tivano subito. Tra gli eremiti e' era anche un tedesco, che
faceva più aspra vita degli altri e vestiva poveramente e
ci mori assistito da David sino alla fine „.
Lo interrogai allora se a lui e agli altri, massime ai
paesani del Lazzaretti, che l'avevan veduto barrocciaio, fa-
ceva specie il vederlo poi tenuto in tanta stima da quegli
stranieri. Mi rispose di no, perchè gli pareva che tutti anche
le persone istniite, dovessero sentire, come aveva sentito lui
stesso che non ci credeva, una certa quasi malia segreta
nella parola, nel gesto, nell'aspetto e nel fjire di David, che
non si sa come li convinceva e li trascinava.
— " Era un bell'uomo ? „ interruppi.
— " Bellissimo : alto, forte, svelto della persona, con una
gran barba nera che gli arrivava sino al petto ; aveva la
fronte aperta e larga, V occhio vivo e penetrante ; era per
lo più tranquillo, di buon umore e manieroso ; ma se poi
s' infuriava, guai : faceva paura. Veniva da una famiglia
tutta bella e forte ; e quando andavano tutti insieme lui e
i fratelli alle fiere di maremma, se per caso, come accade,
nasceva qualche chiasso, non e' era chi fosse ardito d' af-
frontarli. Una volta che alcuni ci si provarono, bastò Da-
vid solo, allora molto giovane e prima che si convertisse,
a tenerli a segno tutti. Erano in quattro o cinque, tutti
pezzi di giovani alti e tarchiati, che ce l'avevano fina con
lui, risoluti di non lasciarselo scappare dalle mani senza
avergli fatto prima sentire quanto pesavano. David per un
po' li tenne discosti con una mazzarella che aveva in mano ;
poi quando si vide perso, perchè gli si avventavano addosso
da tutte le parti, dà un punzone nel petto a quello che
G. Baezellotti. ^^
114 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
aveva davanti, lo butta per terra e su a salti per la sca-
letta di un podere ch'era lì vicino. Sulla balzòla c'era per
caso in terra un grosso barile pieno di vino ; lui te F ag-
guanta con tutt' e due le mani, l'alza sopra la testa come
se fosse stato una penna, e te lo scaraventa giìi sul muc-
chio di quelli che salivano le scale a furia tutti insieme e
già eran quasi in cima. Le ha viste le spighe granite giù
per una balza quando ci dà dentro il turbine? Ne anda-
rono a caporovescio tre uno sopra l'altro conci di vino e
di sangue ; gli altri se la diedero a gambe „ .
A questo punto, nessuno dei miei compagni si potè
trattenere; non ci fu chi non dicesse la sua per mutare o
aggiunger qualcosa a quell'abbozzo della fìsonomia di Da-
vid, che io volevo farmi fare lì per lì in poche pennellate
dalla mia guida. Gli aneddoti, le citazioni di parole e di
cose riferite da questo o da quello, le impressioni vive e
personali, serie o argute, fioccavano da tutte le parti. Ma
dall'insieme di que' tratti tirati giìi alla brava, sotto l'ispi-
razione del momento, così diversa in ciascuno, mi sorgeva
nella mente una bizzarra figura del profeta ; qualcosa di si-
mile al ritratto d'un arsente che pittori di scuole opposte
facessero tutti insieme, a memoria, interpetrando, ciascuno
a modo suo, chi in una parte chi in un'altra, il tipo, gli
atti, la guardatura, le vesti caratteristiche all'originale. Sotto
l'aureola del santo, che qualcuno forse gli avrebbe data, un
altro mi faceva balenare nell'atto della testa e nello sguardo
di David la fissazione del maniaco. Un terzo invece gli di-
pingeva negli occhi socchiusi, apparentemente smarriti nel
vuoto, e agli angoli delle labbra finissime un po' contratte,
il ghigno dell' impostore e del ciarlatano. C era anche chi
Quaruomo era David 115
vedeva in lui non altro che un avventuriere da villag<^io,
che la credulità di centinaia di contadini aveva tentato a
recitare per quasi dieci anni, alle spese di chi gli credeva,
una pia commedia finita poi tutt' a un tratto in tragedia.
Ciò in cui s'accordavano tutti era nel far di lui uno di
quegli uomini che, nati a operare sugli altri, diffondono
sempre intorno a se a seconda dei luoghi e dei tempi, del-
l'ambiente di coltura e d'educazione in cui vengon su, il
contagio delle loro idee quali che esse siano, il calore del
loro entusiasmo o i deliri della loro follia; uomini che per-
sino con quello che hanno in se di pili intimo rendon sempre
in tutta la varietà infinita di forme, che stanno fra l'eroe
e il masnadiere, tra il santo ispirato da una grande idea e
l'entusiasta volgare, qualche lineamento fondamentale dello
spirito popolare.
Quanto io stesso sapevo già di David, e fino dal 1878
ero andato raccogliendo nelle sue opere e dalla bocca di chi
lo aveva conosciuto, me lo faceva considerare più in specie
sotto codesto aspetto. Io non vedevo in lui, come oggi si
dice, una personalità spiccata. I suoi principi erano stati in
fondo quelli di tanti altri convertiti, a cui la pietà supersti-
ziosa del volgo specie nelle campagne regala così spesso
l'aureola di santi. La sua fine, per quanto originale e fan-
tastica in alcune circostanze che l'avevano accompagnata,
non mi appariva diversa da quella di parecchi oscuri capi
y ^> y igiose, la cui propaganda s' è andata tante volte
/.L rompere nella resistenza armata o no del potere eccle-
siastico 0 civile. E dopo letti i suoi libri avrei potuto dire
proprio r opposto di quello che scrisse il Pascal dopo non
so piti quale lettura : non ci avevo cercato lo scrittore, ma
116 rXA VISITA ALLA TOERE DI DAVID LAZZARETTI
non ci trovai ne anche l' uomo. L' uomo, che pur e' era
anche in David, doveva, se mai, farsi sentire nella viva
vox, nella parola improvvisa, rozza e potente.
Ma appunto cotesto confondersi che fa in David quasi
tutto r uomo nella fisonomia del moto popolare guidato da
lui, era il segreto dell'interesse, che egli aveva potuto de-
stare in me. La sua figura prendeva rilievo e forza ai
miei occhi non da qualche suo tratto veramente originale,
ma dallo sfondo del quadro su cui m'appariva, dall'ombra
della folla che gli s'accalcava intorno, e dalla quale egli
non si distingueva poi molto. Ciò che gli restava di proprio
negli atti e nell' aspetto era l' intensità estrema della pas-
sione religiosa, che, comune a tutte quelle anime, nella sua
per un complesso di cause morbose giunse sino al delirio;
era, in certo modo, l'espressione più viva di quello stesso
tipo morale che io ritrovavo in molte altre facce intorno a
lui, ma che nella sua si prestava meglio ad essere osser-
vato, non per altro se non perchè era più risentito.
E poi, pensavo, se ì fatti d'Arcidosso potevano dirsi ap-
pena un aneddoto della coscienza religiosa del nostro popolo,
prendevano tutt' altro valore per chi vi avesse cercato le tracce
e le leggi di altri fatti simili ben più grandi. Nel mondo
morale, che alla pari di quello della natura non vive se non
a condizione di mutare continuamente, il prevalere lento
della coltura e della riflessione sulla spontaneità istintiva
incolta penetra sempre più da uno a un altro strato sociale,
ed è causa in tutti d'una trasformazione, che fa pensare
all'altra prodotta nel nostro pianeta dal raifreddarsi graduale
della sua crosta. Anche quelle che io chiamerei le forze
ignee centrali dell'anima umana, hanno avuto le loro grandi
Il popolo non crea più le religioni 117
eruzioni, da cui sono uscite le forme primitive di religione,
di società, di linguaggi e d'arte. Ma codesto rigoglio di
spontaneità giovanile creatrice è cessato da secoli anche nel
mondo della coscienza e della storia. E anzi si potrebbe
affermare della vita delle nazioni presso a poco lo stesso,
che il Leopardi fa dire al suo Tasso della vita di ogni uomo
singolo ; cioè, che col progresso dei tempi e col maturarsi
della civiltà e della riflessione, quello che v'era in principio
di più vicino alla natura, di piìi fresco e primitivo, di piii
umano, in somma, in fondo al genio d'ogni popolo, si va
ritirando, sparisce man mano dalla sua storia per dar luogo
a qualcosa di sempre piìi riflesso e d'artefatto così nel pen-
sare e nel sentire come nel vivere privato e pubblico. Non
che si possa dire che ogni facoltà creatrice venga così a
spengersi nei popoli più civili; ma nelle manifestazioni della
coscienza umana opera forse una legge simile a quella della
conservazione e della compensazione delle forze fìsiche. Quel
tanto di vita e di spontaneità geniale, che un tempo ren-
deva così feconde alcune forme dell' ingegno e dell'animo
umano, ora invece si volge sempre piìi ad altre, si restringe
via via a un minor numero di facoltà e alle meno origi-
nali ; l'armonia della persona morale umana perde così ogni
giorno nella bellezza delle sue proporzioni. Ciò è vero sopra
tutto dei popoli più civili della nostra Europa, dove la ri-
flessione scientifica, le industrie e l'istinto creatore di nuove
forme sociali e politiche sono ancora in pieno vigore di vita ;
ma nessuno potrà negare che le arti del disegno e con esse
l'intelligenza ed il gusto delle forme più vìve e spontanee
e ingenue del bello diano segni d'una vecchiaia, che po-
trebbe far temere una morte non lontana.
118 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
E qui, com'è naturale, il corso stesso del mio pensiero
mi suggeriva l'effetto pili evidente di questo venir meno
oggi della spontaneità primitiva del genio popolare. Quella
tra le sue forme, a cui nei principi delle nazioni sottostanno
tutte le altre, la potenza creatrice e trasformatrice delle idee
religiose, ch'è anch'essa in qualche modo una forma d'arte,
oggi si può dire spenta quasi in ogni parte d' Europa. E
se non mi pareva quello il momento di mettermi a scan-
dagliare come e quanto codesto fatto potesse avere di bene
0 anche di male in se e nei suoi effetti, non è meno vero
ch'esso mi appariva con un'evidenza che ai miei occhi non
aveva mai avuta, in que' luoghi e tra quei montanari, che
per virtìi di fede viva avevano reso possibile, fosse pure
per qualche momento, tra noi, in Italia, ciò che a questi
tempi non pareva davvero più possibile : un moto religioso
sorto spontaneamente.
Non che io avessi mai dato ai fatti d'Arcidosso l' im-
portanza di uno di quegli avvenimenti che lasciano larghe
tracce nella storia della coscienza popolare. Nulla mi sa-
rebbe parso così meschino come uno sbaglio simile di pro-
spettiva morale storica. Ma anche a guardarli nella loro
vera luce, tali quali erano non più che un embrione di fe-
nomeno religioso, que' fatti rivelavano però in se l' intimo
lavoro della natura, l'opera dei sentimenti e dei motivi che
s'accompagnan sempre in noi al sorgere di nuove credenze.
Quello che di men sano, anzi addirittura di patologico, vi
poteva essere nell'entusiasmo, che aveva portato centinaia
di quei montagnoli colle mogli e coi figli a incontrare i
fucili de' carabinieri, mostrava, se mai, quanto largo seme
di passione e di esaltazione morale sia sparso in ogni paese
I fatti di Arcidosso guardati da più asj^eiti 119
nei cervelli della gente e aspetti per potersi svolgere l'ele-
vata temperatura delle commozioni popolari ; ma non era ai
miei occhi che ima prova di più del valore che quei fatti
dovevan prendere per chi sapesse osservarli. Tra i grandi
prodotti della coscienza umana le religioni sono quello, in
cui si dà piti a divedere il travaglio interno della natura
nell'atto del creare ; travaglio che sembra ed è non di
rado di malattia piti che di sana funzione vitale. La storia
del Cristianesimo è là per mostrarlo. Se non che codesta
storia, io concludevo tra me e me, rimane per due terzi a
fare sotto questo aspetto ; è materia greggia che aspetta una
critica tanto larga ed umana da saper capire come anche
il più sublime tra i fatti religiosi sia tutto in quell'unità
vivente, che vi fanno ciò che la coscienza popolare ha in
se di più vigoroso, di più sano e di più integro, e persino
le sue più strane aberrazioni, i più intensi deliri della mente
e del cuore.
Ma per ora mi pareva che di una tal critica avesse sen-
tore più spesso forse l'intuito sicuro dell'opinione pubblica,
che non una certa scienza, a cui l'intima vita dei fatti morali
sfugge via attraverso le maglie del sistema che vorrebbe
chiuderla in se e spiegarla tutta con uno solo dei suoi ele-
menti. Così può essere che al casista e al procuratore del
E,e, intento solo a far valere i cavilli della sua scolastica fo-
rense, il movimento religioso, represso nel sangue quattro
anni or sono in questi luoghi, sia parso nulla più che l'ef-
fetto della furfanteria e dell' impostura di pochi secondate
dalla sciocca ignoranza di parecchi illusi. E può anche es-
sere che qualche alienista, un po' troppo facile a tirar con-
seguenze generali da pochi dati colla fretta propria sempre
120 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
alle scienze nascenti, abbia veduto nei fatti d'xVrciclosso e in
tutto ciò che li precede un mero caso di follia religiosa da
doversi studiare e spiegare solo coi suoi criteri psichiatrici.
Ma framezzo a codesti giudizi, da cui restava fuori, come
residuo non analizzato, tanta parte del fatto, m'era sempre
parso che ce ne dovesse stare un altro : quello del buon senso
intelligente. Il quale vede in ogni manifestazione della co-
scienza religiosa popolare un incognito indistinto di motivi e
d'impulsi opposti, diversissimi, un misto di bene e di male, di
passioni inferme e d'intimi bisogni morali, die non perdono
punto del loro valore umano per la qualità dei luoghi e delle
persone e pel modo in cui ci si rivelano. Che i più sentano
tutto ciò quasi per un istinto del vero, me l'aveva mostrato
l'attenzione viva, ansiosa che i fatti é'Arcidosso avevano sve-
gliato da per tutto in Italia e fuori. Ma passato quel primo
momento, attenuata naturalmente l' importanza, certo mag-
giore del vero, ch'essi avevano presa guardati troppo da
lontano, era rimasto il campo ai giudizi tecnici o passionati
degli specialisti o dei partigiani, tutti più o meno falsi o in-
compiuti, perchè invece di guardare prima di ogni cosa il
fatto in se stesso, nella sua realtà ])articolare, individuata nei
luoglii e nelle persone, ne prendevano invece occasione o i)rc-
testo a sostenere certe idee o certi principi di parte o di si-
stema. E perche, — finivo col dire a me stesso quasi alzando
internamente la voce del mio pensiero come clii sta per far
punto in una conversazione, — ])erchè questo benedetto
metodo dell'osservazione e dell'esperienza, di cui si parla
sempre tanto e da tutti, non finiamo poi coll'applicarlo dav-
vero una buona volta anche ai fatti della coscienza e della
storia, e invece d'interrogarli, come facciamo quasi sempre,
Fer Verta di Monte Labbro
121
per averne risposte più o meno già preparate da noi, non
li lasciano parlare nn po' da se anche loro, e lo storico e
lo psicologo non scrivono essi pure, come voleva quel va-
lentuomo, dlctante mundo f Saper vedere e saper guardare
il vero e tutto il vero. Ecco quello clic in ogni problema
della scienza e della vita ci salverebbe da tanti errori, se
l^r&
JEonte Labbro veduto da Santa Fiora.
l'avere gli occhi della mente e il tenerli aperti bastasse
anche a farceli bene adoperare in ogni caso.
Fra questi pensieri io aveva già percorso buon tratto
della salita. Il cavallo s'era accorto dal rallentare della bri-
glia che io non gli badavo troppo, e ne approfittava 23ren-
dendo la strada con tutta pace, tanto che poi a una svolta
persi di vista i compagni. S'erano, mi diceva la guida, van-
taggiati forse d'una trentina di passi al pili, ma me ne ar-
G. Bakzellotti. 16
122 TTNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
rivavano di tanto in tanto le voci allegre attutite dagli
anfratti di quel sentiero, che ora s'affondava tra due ripe
sassose, ora invece correva in salita, orlato di macchia bassa
e di pruni. Grosse nuvole scure, strascico di quelle che ci
avevan minacciato la mattina, e ora a levante erano li per
dileguare a una a una in idtimi lembi smerlati di viva luce,
passavano via incalzate dal vento che tirava solo su in alto,
e gettavano sulla campagna intorno e sul monte sprazzi
d'ombre mobili, cupe. L'aria si faceva allora greve e lenta
sotto quel cielo così abbassato e metteva tristezza. L'aspetto
stesso dei luoghi, lieto e vario fra gli ultimi castagneti,
che ci avevano accompagnati un pezzo in là sulla via ma-
remmana, poi s'era fatto uniforme, quasi severo allo svol-
tare da questa in un viottolo fra campi aridi rosseggianti
qua e là per qualche maggese; e ora in quel che restava
a salire dell'erta nuda, ove pochi anni prima non rampica-
vano che le capre, il ginepro usciva stento fra il macigno
e fra i grigi frantumi calcarei sparsi come in vasta rovina,
ma senza traccia d'opera umana; la natura stessa spirava
un che di smorto, quasi d'ascetico e respingendo da se l'oc-
chio pareva invitare al raccoglimento. Anche la mia guida
che dalla mattina in poi per tutta la strada non aveva mai
smesso di scherzare coi miei compagni, e m'aveva fatto ri-
dere tante volte con uscite tutte sue, s'era poi tirato il cap-
pello sugli occhi e mi veniva dietro zitto come se fosse
stato preso suo malgrado da pensieri o da sentimenti inso-
liti in lui. Egli forse provava in se, senza saperselo bene
spiegare, quello a cui io pensavo allora: Fimpressione vaga,
ma non perciò meno vera e intima, dell' armonia ch'è sempre
tra certe forme di religione, d'arte, d'istituzioni civili, di ere-
L'ambiente in cui crehhe la nuova fede 123
deiize e consuetudini popolari e Fasjìetto dei luoghi in cui
esse veng'on su. Tutti i g-randi fondatori n'ebbero una specie
d' istinto ; da quei solitari bramini e buddisti, la cui dolo-
rosa contemplazione dell'infinito spira ancora nelle fughe di
archi di quei loro eremi e dei templi perduti lungo il Gange
immenso tra sal)bie deserte, sino al fraticello umbro, che
andava alla cerca tra i suoi monti e sceglieva da se il luogo
a qualche cenobio dal bel portico svelto pieno di pace, che
guarda dall'alto, tra il verde cupo degli abeti, la piccola
valle tranquilla ove dormono i suoi morti. Mi ricordavo di
avere piìi d'una volta in viaggio indovinato dal disegno e
dalla fisonomia di qualche convento lontano, l'ordine reli-
gioso che lo abitava. Forse perchè, come gli occhi e i tratti
del viso, così anche le cose intorno a noi finiscono a lungo
andare coU'improntarsi delle nostre idee e dei nostri senti-
menti. Ma anche perchè nell'unità d'ogni alto concetto umano,
religioso, morale o d'arte, la sua armonia colla forma sen-
sibile esterna che lo veste e colla natura ambiente, è parte
di quel sentimento, a cui s' ispira sempre l'artista, il legi-
slatore 0 il guerriero, il fondatore di città o d'istituti reli-
giosi, il grande architetto o il santo.
E ora mi tornavano a mente molte di quelle impres-
sioni. E, a pensarci, non mi faceva piìi specie che lì a
due passi dall' Amiata, dove la natura ha da per tutto l'im-
pronta d'una bellezza così maestosa, quel nudo comignolo
di Monte Labbro avesse potuto suggerire al Lazzaretti e
ai suoi l'idea d'andare a star lassìi e di costruirci una
chiesa. Sollevato 1187 metri sul mare, e perciò pili alto di
tutti gli altri monti lì intorno per lungo spazio, se ne togli
r Amiata (1734), Monte Labbro con quella sua bizzarra forma
124 UNA VISITA ALLA TOBEE DI DAVID LAZZAEETTI
di cono tronco, s' inalza solitario come se apposta volesse
contrapporsi, così sterile nudo e triste coni' è, alla lieta esu-
berante fecondità dell' Aniiata, fitto di faggi fino alla cima e
pili giìi di castagni e di querci, di vene d'acqua perenni e
sparso di borgate. La regione dell'Appennino occidentale, su
cui sorge la bella ^Montagna, è formata da terreni relativa-
mente pili antichi, ov'entra l'argilla, e di natura poco feraci.
A questi appartiene anche Monte Labbro e ne ha la fisonomia
uniforme, la tinta quasi cinerea: scarso d'acqua e d'ombre,
perchè non vi verdeggiano che rari e stenti querciatti, non
coltivato che alle falde e per breve spazio, con pochi casolari
di terzaiuoli e di piccoli possidenti e in cima velato quasi
sempre da nebbie uggiose, come se ci pesasse un'antica male-
dizione, par fatto per abitarvi chi voglia fuggire il mondo e
aspettar la morte conversando con Dio. Una vecchia leg-
genda voleva vi fosse sepolto non so qual re o guerriero,
anzi i Lazzarettìsti dicono d'averne ritrovate le ossa con
resti d'armi antichissime nella grotta che scoprirono scavando
lassìi per costruire la torre. Prima che vi andasse a stare
David co' suoi, il pastore a cui per caso si fossero sviate
le capre verso la vetta, vi s'avvicinava lento, guardandosi
intorno e ascoltando, in (|uel silenzio non rotto che dagli
stridi del falchetto e dal vento, e appena rifatto il branco,
non gli pareva vero di calar giìi spingendoselo innanzi con
fretta paurosa. Nella castagnatura la mesaiola, che coglieva
per le ripe della montagna lì in faccia, rispondendo agli
stornelli dei giovanotti e delle compagne più vicine, alle
prime minaccie del tempo si voltava qunsi per un moto
istintivo a ponente, verso Monte Lal)bro, come se di là do-
vesse venire l'augurio piìi certo del temporale, poi si chi-
Monte Labbro e. la missione del frofetn 125
nava giù muta a riempire in fretta il paniere già avviato. Ma
dalle bassure della Maremma il buttero quand'era sdraiato
sotto a una quercia e i bovi intorno gli ruminavano vòlti
al sole in un mezzo sonno, nei giorni tristi della febbre,
correva più spesso coli' occhio verso quella vetta grigia e
spolta, su cui sentiva che sarebbe andato volentieri a dor-
mire per sempre, meglio che là nella verde montagna troppo
popolata e gaia per lui.
La fama e le predizioni di David, dopo in specie che
fu costruita lassìi la torre con accanto la chiesa e l'eremo,
avevano aggiunto alla vista di Monte Labbro un che di
sacro e di religioso per quei campagnoli che credevano in
lui. E d' altra parte deve aver contribuito molto a dargli
prestigio e sèguito l'essere egli andato a stare in un luogo
come quello, visibile per molte miglia lì intorno a tutta la
comunità dei suoi fedeli, l'aver fatto sentire per ben dieci
anni ai più lontani la sua presenza in mezzo a loro nel-
l'aspetto di quella torre strana, mezzo velata dalle nuvole,
da cui egli diceva avrebbe dovuto un giorno apparire il
segnacolo d'una religione e d'una civiltà nuova; ma sopra
tutto l'avere unito alla torre la chiesa e 1' eremo, al sim-
bolo della missione divina del profeta quello della convi-
venza dei credenti unanimi nella preghiera. E quanto più
ci pensavo tanto più mi pareva che appunto in tutta co-
desta materia di motivi, d' impulsi, di bisogni morali e al-
tamente umani, ai quali quel rozzo tentativo di rinnovazione
religiosa, qualunque poi ne fosse la forma e il valore, sod-
disfece per qualche tempo in mezzo a migliaia di contadini,
dovesse cercarsi la cagione vera della sua durata e della
fedeltà costante di molti suoi partigiani. Non era la novità
126 UNA VISITA ALLA TOKRE DI DAVID LAZZARETTI
delle idee religiose di David che gli conciliava di piìi gli
animi ; la novità, se ci fosse stata, gli avrebbe anzi alienati
i più. Era il sentimento di quello che io chiamerei Veterno
religioso dell'anima umana, ch'egli appagava in loro, e nella
forma, rozza e strana ma efficace, che essi si sentivano
più disposti a dargli; era il bisogno, sempre potente, mas-
sime nei popoli meridionali, di sentir più viva la fede in
Dio e nelle sue promesse personificandola nella fede in un
uomo ; il bisogno d'esser mossi dall' esempio e dalla parola
autorevole d'un capo voluto eletto da tutti, e, quel che è
più, di raccogliersi a pregare in una chiesa fatta da loro,
preparata pel battesimo e pel matrimonio dei loro figli e
aperta per associarli morti. In altri tempi intorno a quella
chiesa sarebbe sorto un villaggio o qualcosa di piìi, perchè le
acropoli delle più antiche città debbono essere state luoghi
non solo di rcfugio, ma anche di preghiera comune. Gli
elementi naturali d' una società religiosa nascente c'erano,
dunque, almeno in parte anche in quella dei Lazzarettisti ;
e' era se non altro il primo : la chiesa sorta per iniziativa
spontanea dei fedeli. — " Creda, quello che ci dispiace piti,,,
m'aveva detto poco prima la massaia del podere dove ci
s'era fermati, ^- non è nemmanco tutto quel che s' è patito
in prigione e la malattia di questa povera citta; e che ci
hanno lasciati senza la nostra chiesa e ora la fanno rovi-
nare. Non so cosa darei, veda, per sentire un po' una volta
quella nostra campana. „
Intanto io avevo raggiunto gli altri della compagnia e
tutti insieme eravamo riusciti sulla spianata in cima al
monte. Là trovammo i nostri cacciatori che ci avevano pre-
ceduti da un'altra parte. Erano sdraiati all'ombra davanti
La "nuova Sion.,: la chiesa 127
all'eremo, e ci diede bene a sperare per la colazione vicina
e già desiderata il vederli tutti soddisfatti delle loro fatiche.
E vero che erano, disse un di loro, " un po' di facile con-
tentatura ; ma insomma, se da quella lotta per l' appetito,
combattuta tutta la mattina con tutte le lodole e le quaglie
che avevano incontrato, non tornavano proprio onusti di
spoglie opime, però una ventina d'uccellini raccapezzati al-
meno in cento colpi e una lepre sorpresa a covo dai cani
eran meglio che nulla. „ E noi non dicemmo di no, ma ci
rassicurava in segreto il pensiero che i nostri buoni ospiti
di Castel del Piano e le loro gentili signore avevano per
tutti i casi gonfiato ben bene le bisacce che ognuno di
noi portava alla sella. Si fissò l'ora del mangiare pel mez-
zogiorno non lontano, e ci sparpagliammo a visitare la
nuova Sion.
I Lazzarettisti chiamano ancora così il gruppo che fanno
su quella cima la chiesetta, l'eremo e la torre del Santo. Di
queste fabbriche, ora abbandonate e vicine a cadere, per-
chè costruite poco solidamente in gran fretta coi quattrini
dei benefattori di David, le due prime formano insieme un
unico corpo rettangolare, che ha di fianco sotto a se ad
oriente la valle dove comincia a scorrere la Fiora. La torre
sorge discosto forse una ventina di passi, in proda all'erta
tagliata quasi a picco dalla parte meridionale in faccia alla
maremma ed al Tirreno. La chiesetta, se non fosse la
croce che vi sta di])inta sulla porta insieme agli emblemi
di David, si scambierebbe collo stanzone terreno di qualche
grosso podere di quei luoghi. Non deve aver mai lasciato
supporre la più lontana intenzione d'arte in chi n' è stato
l'architetto. E poi rimasta com' è da piti di quattr'anni
128 tJNA AISITA ALLA TOKBIO DI DAVID LAZZARETTI
senza né uscio ne finestre, col tetto mezzo sconquassato,
alla mercè del vento e dell'acqua che battono così spesso
e forte su quell'altura, al primo vederla farebbe pensare che
fosse stata abbandonata dopo aver subito le devastazioni
e il saccheggio di un'orda furiosa d'iconoclasti. Tanto più
che è, si può dire, come se questi ci fossero realmente
stati ; perchè dopo morto David e sconsacrata la chiesa,
non è passato quasi giorno — mi raccontava colle lagrime
agli occhi un Lazzarettista — che contadini o pastori non
sian venuti lassù di suo o mandati dai possidenti lì intorno
per raccapezzar canali, mattoni, legname o altro dalle spo-
glie di quella povera casa di Dio ora scomunicata. Sulle
quattro pareti, nere dalla pioggia filtrata per le radure del
tetto e dai fuochi dei carbonai che vi si riparano le notti
d' inverno, non v' è un braccio solo d' intonaco che regga
ancora tutto, e dove fra le scalcinature non si vegga qua
e là trasparire l'aria di fuori dalle crepature piìi profonde
della muraglia. Due o tre di quei ([uadretti della Via Crucis,
che non mancano mai nelle chiese di campagna, rimangono
ancora appesi sopra e intorno a un vecchio confessionale
mezzo roso dai topi. L'altare senza predella e senza pa-
liotto mostra a nudo lo scheletro di mattoni che un tem])0
ne sosteneva le parature tutte bianche di bucato, e nel
quale sul davanti resta vuoto il luogo della pietra sacrata,
fatta levar di là dal vescovo della diocesi quando la chiesa
venne interdetta. Del resto, a chi vi s' affacci non viene
voglia d' inoltrarsi sul pavimento umidiccio, del quale avanza
qua e là solo qualche mattone tentennante, e tra i segui
troppo eloquenti dell'uso tutt' nitro che sacro, a cui molti
bau voluto far servire quel luogo.
L'eretno
129
L' eremo è presso a poco nello stesso stato di rovina
e d'abbandono. Salvo che qui la rovina si mostra anche
maggiore, perchè il piano di sopra è in piìi luoghi ve-
nuto giìi, ingombrando il terreno e le scale di macerie e
di calcinacci. Il piede mi s'aifondava entrando e non mi
fidavo, ma la guida che ci teneva molto a farmi da clce-
La Chiesa, l'Eremo e la Torre di David (pag. 127).
rone, mi si mise davanti e adagio, non senza prima ten-
tare il terreno quasi a ogni passo, dalla cucina bassa
presso la porta, dove David soleva spesso passare le notti
d' inverno coi suoi in ragionamenti morali, salimmo su al
primo piano che serviva da dormentorio e ne ha in piccolo
la forma tale quale nei conventi : un andito e di qua e di
là, in fila, le celle da starci in ciascuna non piìi d'un letto
e qualche seggiola: tre celle per parte subito a sinistra
G. Barzellotti. 17
130 rXA VISITA ALLA TOERE DI DAVID LAZZARETTI
della scala e altrettante a destra; fra queste, la cella di
David. Mi faceva specie die in così poco spazio potesse
dormirci una famig-lia numerosa come mi dicevano che era
stata, specie sul principio, la società degli eremiti fondata
lassìi dal Lazzaretti. — Sapevo da uno di loro che i soli
uomini erano .').') ; e i presenti a Monte Labbro g-iunsero
spesso a piìi di 105. — Ma nelle cellette dormivano, come
mi spiegò la g'uida, alcune tra le donne degli eremiti;
"e n'avevano bisogno,,, diceva lui col suo solito riso ma-
lizioso, "perchè ce n'erano, sa?, delle sagrestane parecchie „.
— Così chiamano nel Monte Amiata le ragazze che non
hanno trovato marito. — Gli uomini o vegliavano con Da-
vid, 0 d'estate quando non riscendevano giìi al paese o ai
poderi vicini, si buttavano vestiti a dormire per gli anditi
e nelle stanze terrene o all' aria aperta, avvezzi com'erano
a far così in maremma per la mietitura. David anche lui
dormiva ben poco e spesso passava parecchie notti senza
spogliarsi. Ma nella sua cella stava per lo più il giorno
varie ore a scrivere, a meditare, a leggere. Tra quelle nude
pareti, tempestate qua e là dei soliti ricordi e dei nomi
dei visitatori, rimasi qualche momento a guardare dalla
finestra giii verso la valle della Fiora tutta assolata. Quando
mi voltai, la guida mi aveva lasciato, forse per raggiun-
gere i miei nmici che s' erano allontanati. Non sentivo lì
intorno una voce, un rumore qualuiuiue, un alitar di vento,
il muoversi d' una foglia o il r(mzio d' un insetto. In tutta
la campagna regnava la quiete immensa del mezzogiorno
vicino. E io pensavo che quell'uomo strano e infelice do-
veva aver passato lì i suoi migliori giorni. La sua immagine
tornandomi in mente allora più viva che mai, pareva quasi
La torre 131
partecipare un po' a quella pace della natura, ch'era stata
cara anche a lui, e ricomporsi a miei occhi in un aspetto
più sereno, e che in qualche suo tratto m'avrebbe anche
fatto pensare ai grandi solitari dei primi eremi cristiani.
Forse l' ora, il luogo e un certo debole, che ho sempre
avuto per codeste memorie dell'ascetismo primitivo, mi
avrebbero fatto trattener volontieri col pensiero fra quelle
grandi immagini di estatici e di contemplanti. E lì per lì
nella disposizione di mente in cui ero, la figura del bar-
rocciaio profeta non ci avrebbe poi scapitato troppo a quel
paragone. Ma mi sentii chiamare di fuori e uscii non senza
aver gettato un'occhiata su qualcuna delle iscrizioni a lapis
lasciate là dai turisti italiani e stranieri. Quelle in cui m'im-
battei non mi diedero gran voglia di leggerne altre. La por-
nografia vi aveva lasciato, lo dirò con la frase tecnica oggi in
voga, un contributo notevole. Curioso, dicevo, tra me e me
riscendendo le scale con la stessa cautela con cui le avevo
salite, curioso che fra i tratti piti costanti e più caratteri-
stici della monelleria umana in ogni paese, fra ogni sorta
di gente, ci sia quello di voler esporre agli occhi di tutti
le brutture del pensiero e del cuore con la stessa cura con
cui anche il bruto cela per istinto quelle del corpo!
1 miei amici tornavano dall' aver veduto la torre. Mi
e' incamminai anch' io, ma ad un certo punto, dove il piaz-
zale davanti e di fianco all'eremo si solleva di più, fui a
un tratto come fermato dalla veduta stupenda che mi si
apriva. In quel momento il tempo era del più bel sereno
che io abbia mai visto; pareva volesse smentire l'impres-
sione triste che Monte Labbro ci aveva fatto prima di ar-
rivarci. Di lassù, a chi volti le spalle all'Amiata si spiega
132 UNA VISITA ALLA TORBE DI DAVID LAZZARETTI
innanzi un ondeggiare di monti e di colli che vanno a morire
nella pianura lontana ; tutti a creste tortuose, alpestri, su cui
la luce del sole, che quando è alto ci dà in pieno, riscintilla
dai nudi scogli. 3Ia F occhio che le segue crine crine e
lungo i versanti intralciati fra loro capricciosamente, a quei
larghi tratti scuri che s'aprono tra l'uno e l'altro, s'accorge
della profondità delle valli interposte. Sono, da settentrione
ponente verso mezzogiorno, i corsi dell' Ombrone e del
Trasubbio che ci sbocca dentro, poi quello dell' Albegna e
la valle della Fiora, che dopo aver costeggiato il monte
di Castellazzara, corre tortuosa a occidente del bel lago di
Bolsena. Questo però non si vede. E nel tratto piìi aperto
che si stende verso la ^Maremma il paesaggio ha l'aspetto
uniforme, smorto eh' è proprio dell'Appennino occidentale.
Più qua e più là pochi ciutìì d'alberi sparsi nei pendii e
intorno ai botri ; sulle alture qualche casolare ; da per tutto
scarsa la coltivazione ; un che di solitario e di grandioso,
ma anche di triste, come se già sentisse venir su gl'influssi
della quartana. Ma giù in fondo verso 1' orizzonte, dove
l'azzurro del mare stacca cupo sulle coste maremmane e
serpeggia in lunga linea di seni scintillanti al sole, da
quella tremula serenità,
sorriso inniimerabilo doi flutti,
come cantava il vecchio Eschilo, emergono le isole : la Cor-
sica lontana e più presso 1' Elba e a ponente della punta
di Monte Argentario il Giglio. Sopra e intorno non è che
mare e ciclo immenso tranquillo.
Ma se lo spettatore si volta indietro stanco di quello
splendore uniforme, l'occhio gli si riposa nel verde pendio
La veduta che si ha dall' Andata
133
dell' Amiata che guarda verso mezzogiorno e ha di fianco a
ponente il mare. Delle due vette ineguali che lo terminano,
dolcemente ondulate, tra cui scende un crine fitto di faggi,
la più alta è la piìi lontana da Monte Labbro. Da codesta
cima a chi sale sul sasso così detto di Maremma, s'apre
una di quelle occhiate che compensano tutta la fatica del
L'Amiata, veduto daU'Abbadia San Salvatore (pag. 134).
cammino. È uno spettacolo immenso di monti e di piani,
dal Mediterraneo sin molto al di là del Trasimeno, dai
monti su cui sta Siena, che si vede leggermente biancheg-
giare lontanissima, fino a Viterbo e al Cimino, dietro al
quale sta Roma; a sinistra, fin quanto può correr l'occhio,
il fluttuare dell'Appennino nevoso e in fondo sull'ultima
linea dell'orizzonte il Gran Sasso d' Italia. Viste di lassù,
le borgate che stanno in pendio torno torno sui contrafforti
134 UNA VISITA ALLA TOKEE DI DAVID LAZZARETTI
della Montagna, proprio là dove sgorgano dal suo seno lar-
ghe vene d'acqua, paiono sporgere il capo di sotto a un
verde tappeto di castagni secolari, e guardare giìi curiose
verso le valli sparse di vigne. Quivi i montagnoli zappano
al sole, e la sera riprendono la via verso casa col paniere
in braccio, cogli arnesi in ispalla su per l'erta tortuosa.
In quella parte orientale dell' Amiata che non può ve-
dere chi guarda da Monte Labbro, è la Badia San Salvatore,
il più antico di codesti borghi, nato accosto a un mona-
stero di Cistercensi, che già ebbe in feudo tutto il paese
lì intorno. Una vecchia leggenda lo vuol fondato dal re
longobardo Rachis, e vi alloggiò in una sua visita a quelle
montagne Enea Silvio Piccolomini che ne parla nei Com-
mentari, e narra colla compiacenza un po' epicurea del papa
umanista di quei tempi, d'aver firmato pili brevi e bolle
air ombra fi' un alto castagno. Grii abbadinghi mostravano
ancora pochi anni fa ({nella pianta. Ora un' iscrizione ri-
corda r ospitalità data dalle sue giovani oml)re al papa fa-
moso. L'Abbazia fu soppressa da Pietro Leopoldo e vi
vanno a scuola i bambini del paese, che lì a pochi passi si
stende un po' in curva, con dietro a se un pendio di sco-
gliere e davanti una verde spianata, che fa da passeggio le
domeniche, da cui si apre alla vista la cima piìi alta della
Montagna. Poco discosto dal convento spandono oml)ra e
fresco i castagni più anticlii che al)l)ia l'Amiata; il luogo
bello solleva il pensiero e l'animo. Ma dentro al paese chi
va per quelle viuzze tortuose, se alza gli ocelli alle case
nere e qua e là sdrucite, capisce come tutta codesta po-
vertà, coll'impronta della vecchiaia e dell'abbandono ovun-
que tu ti volga, duri all'ombra della tradizione secolare
La Badia San Salvatore 135
d'ozio e d'eg'oisrao contemplativo lasciata dai monaci. Tra
quelle case più povere ve n'ha però con porte, archi e
fregi d'un' eleganza ingenua da fare stupire, e ci si vedono
spesso affacciate a guardare con maraviglia curiosa fan-
ciulle, donne e bambini che ai tratti e al tipo piìi puro
dair espressione signorile e d'un biondo fulvo diverso dal
colore dei capelli di tutti gli altri montagnoli, si mostrano
d'un'altra razza piìi antica. Fuori del paese, in fondo dalla
parte di mezzogiorno, è una peschiera. Le sue acque ca-
dono giìi a precipizio lungo i fianchi degli scogli, rodendo
al piede le grosse mura castellane che vi posano su da
secoli. E a due passi di là, dall' altra parte d'un ponticello,
muovono due vie che vanno al paese più vicino, a Pian-
castagnaio.
Una di queste pianeggia a mezzo la costa che scende
verso Val di Paglia, e guarda il bizzarro cono di Radicofani
coi resti del castellaccio, dove Grhino di Tacco, un ricattatore
medioevale, fece fare all'abate di Cligny, come narra mes-
ser Giovanni Boccaccio, quella buona cura della dieta e
delle fave secche per rimetterlo del mal di stomaco. L'altra,
la via antica, sale costeggiando il ciglio del Boccheto, im-
mensa parete di massi tagliata a picco sul fianco della
Montagna, poi a un tratto volge sotto i castagni e scende
fra ombre via via piìi fìtte sino a un torrente detto rin-
dovina. I montagnoli lo chiamano così perchè, secondo le
annate, o porta molt' acqua o spesso anche s'asciuga tutto,
e vogliono che ciò possa fare indovinare il più o il meno
di raccolte che e' è da aspettarsi.
Fino a pochi anni fa lo attraversava un piccolo ponte
di pietra, le cui rovine interrompono ora questa via ab-
136 UNA VISITA ALLA TOREE DI DAVID LAZZARETTI
bandonata, nascoste giù in luia fonda fra scogli e alberi
cosi pittoreschi da meritare il pennello d'un Salvator Rosa.
Ma appena nn mezzo miglio più oltre, sempre ad acqua
'pendente, per dir come dicono quei montagnoli, è il ponte
della strada nuova. Traversato questo, sei in pochi passi
là dov'essa sbocca insieme con l'altra, che viene da Santa
Fiora, in un piazzale davanti al portico d'una chiesa. Di
qui, se il fogliame dei castagni fosse meno fitto, si vedi'eb-
bero biancheggiare le prime case di Piancastagnaio. Il por-
ticato non è che una rozza tettoia con travi di quercia che
posano su due pilastri. Dalla porta della chiesa, dove per
lo più sta china a pregare qualche vecchierella, e da un
arco che s' apre di fianco e lascia apparire in lunga fuga
le colonnette d'un chiostro, spira la pace e il silenzio del
monastero che sorge lì accanto. Era di Francescani con-
ventuali, e fu soppresso sotto il governo francese.
Dal Convento a Piancastagnaio corrono duecento passi
0 poco più. E al primo mostrarsi che fa in fondo a una
bella piana tutta ombre, il paese pare voglia subito giu-
stificare il suo nome. La rocca, tenuta ancora sui primi
del secolo XV dagli Orsini di Sovana, guarda F immenso
castagneto che le pianeggia innanzi, e poi sale per pa-
recchie miglia a scaglioni, e a un tratto s' inerpica verso
il primo contrafforte della Montagna. ]\la i)oco ;d di là
della porta merlata, dall'altra parte di una })iazza su cui
scende lo sprone della torre piìi alta, coperta d'ellera fino
all'ampia base di peperino, cominciano a correre in giù a
sghembo le viuzze del paese, come se avesser fretta di
riuscire fuori di quelle nere file di case che le fiancheg-
giano, per fermarsi all'aperto dal lato di mezzogiorno. Lì
Piancastagnaio 137
è la porta detta di Borgo che dà su Val di Paglia. In
faccia, oltre ima verde distesa di vig'iie e di l)oschi, va-
neggia lontana la conca rotonda del lago di Bolsena. So-
pra gli sorge Montefiascone ; più in alto Viterbo e il Ci-
mino azzurro.
Da codesta parte, all'aspetto e al colorito della campagna
ci s'accorge già d' essere quasi fuori di Toscana. Un non
so che di più largo, e, a un tempo, di solenne, d'austero
fa presentire le campagne romane. E in là verso mezzo-
giorno guarda dall'alto del paese il palazzo che fu dei Mar-
chesi Bourbon del Monte, a cui il Granduca Ferdinando I
dava nel 1G02 Piancastagnaio in feudo. E della prima
metà di quel secolo, ma nella semplicità del disegno e
nella parsimonia degli ornamenti non ha le esagerazioni
dello stile di molti palazzi romani e lo sfarzo di quel
barocco, che fu, malgrado de' suoi eccessi e de' suoi deliri,
un momento ancora vitale della grande arte italiana già de-
clinante. I Bour1)on Del Monte dovevano però avere sparso
a piene mani tutta la pompa e la bizzarria del Seicento
nei loro giardini, dei quali restano tracce poco lontano dal
paese in un luogo detto il Mugnello. In poche altre parti
della Toscana e d'Italia la natura poteva prestarsi, come
in quella lì, all'arte veramente signorile di quel secolo,
eh' ebl)e il genio del lusso, e che seppe fare dell'acqua rac-
colta in vasche o zampillante in fontane, degli alberi e dei
boschetti popolati di statue, di tutto quanto la scelta e la
varietà dei luoghi può aggiungere agli effetti della pro-
spettiva, altrettanti colori per la tavolozza fantastica del-
l'architetto divenuto allora pittore.
Più di due secoli e mezzo fa, le Delizie del Marchese
G. Barzellotti. , 18
138 UXA VISITA ALLA TOKRE 1)1 DAVI II LAZZARETTI
— il nome sta in un manoscritto del tempo, che le de-
scrive — dovevano formare uno dei più bei quadri che
codesta architettura dei giardini abbia mai saputo immagi-
nare, ispirandosi a una ricchezza di mezzi naturali vera-
mente meravigliosa. Un'acqua di vena freschissima, tersa
pili del cristallo, spicca da scogli immensi poco fuori del
paese sotto la porta ora detta di Voltala, e alimenta la
fonte e il lavatoio pubblico. ]^ì le ragazze e le donne bat-
tono il l)ucato per poi stenderlo al sole, o vanno e ven-
gono lente, solenni su per la salita misurando il passo, e
colle due braccia appuntate ai fianchi per tenere bene in
equilibrio sulla testa il capisteio pieno della biancheria già
lavata. Ma a guardarne le braccia tutt'altro che bianche e
la sottana che spesso pende loro in brandelli sotto al ve-
stito rialzato, non ti fanno da vero pensare a Nausica greca
e alle sue ancelle. Ai tempi dei marchesi Del Monte codesta
vena d' acqua scendeva fra i castagni per canali sotterra-
nei fino al Mugnello in un'ampia peschiera scavata nel vivo
masso. Ci notavano pesci d' ogni colore, ma piìi che altro
anguille d' una grossezza e d'un sapore da non cedere a
quelle di Bolsena e di Marta, rammentate persino da Dante
nel Purgatorio, là dove fa scontare a papa Dal Torso i
troppi peccati di gola che l'avevano trascinato laggiù. Quelle
del ^fagnello V illustrissimo signor Marchese le serbava per
le sue cene in apoUine^ quando un prelato della famiglia,
forse consigliere o intimo di Urbano VITI o d'Alessan-
dro VII, lo avesse favorito d'ana sua visita nella villeg-
giatura. E allora la marchesa e le marchesinc sfoggiavano
più del consueto in vesti ricamate a larghi fiorami con oro
e argento e coperte di nastri rasati; e in capo portavano
[ giardini del Marchese 139
larghi cappelli ornati di fiori e di piume, sotto a cui quasi
scompariva l'ovale dei piccoli visi dalla pelle delicatissima,
color di perla.
Sul verde fondo erboso della pescliiera, ombreggiata dai
castagni clie vi pendono sopra, abbarbicati non sai come agli
scogli tutti verdi di musco, scorrono le vive acque di tre
vene, che un tempo la riempivano tutta. Davanti è un fab-
bricato rettangolare. Ora vi abita una famiglia di contadini.
Dev'essere stato un tempietto, un luogo di riposo da pas-
sarvi i padroni qualche ora l'estate coi loro ospiti. Le mura
di mattone massicce non hanno dato un cretto in piti di due
secoli. La porta, pure intatta, ha una ricca cornice con bel-
lissimi fregi. Mettendo il piede su quella soglia tutta con-
sunta dalle scarpe imbullettate di que' villani, ci s'affaccia a
un nero stanzone, che ha nella parete a destra un largo ca-
mino e quasi a fior di terra il piano del focolare lastricato
di pietra con due giganteschi alari di ferro. Torno torno
alle altre pareti la povera suppellettile : una madia e due o
tre casse da corredo da sposa e poche seggiole in paglia;
su in alto gli arnesi da lavoro, zappe, ronche, falci, rastrelli,
e se l'autunno s'inoltra, le trecce del granturco pendono dal
palco in lunghe file gialle, come festoni, che però le cene
della famiglia diraderanno poi sempre piti andando verso l'in-
verno. All'entrare vedi la vecchia massaia. Maria, la moglie
di Ferro il capoccia, chinata a soffiare sul fuoco. Appena
ti vede, "venga,,, ti dice, "venga, entri senza sospetto,,;
e offrendoti una seggiola dopo averla scossa : " vede, si sta
da poveretti, ma almeno la pulizia e un po' di buon viso
non mancan mai „.
A pochi passi dal podere, più in basso, l'acqua uscita
140 T7XA VISITA ALLA TOEEE DI DAVID LAZZARETTI
dalla peschiera zampillava, ancora alcuni anni fa, innanzi
a una nicchia ai piedi della statua di uno di que' soliti
Fiumi, in fig'ura di vecchio classicamente sdraiato col go-
mito destro sull'urna che si vuota. Pei buoni pianesi, poco
forti in Mitologia, quella rozza statua di nume non è che
un Fabrizio cieco. Lascio la spiegazione del nuovo nome ai
ricercatori delle leggende popolari. Ma la parte dei giardini
Del Marchese, che doveva essere destinata a produrne il
colpo di scena finale, si vede scendendo qualche centinaio
di passi pili giù in un'insenatura. Lì il castagneto viene a
poco a poco digradando in forma come di anfiteatro per
un' infinità di viottole tortuose, e spiana in un bel prato
bislungo, circondato ora da rovine. Un immenso piatto di
peperino, d'un pezzo solo, sta tuttora fermo sulla base dello
scoglio da cui dev'essere stato scavato, tutto a forza di scar-
pello. L'acqua ne zampillava fuori con un getto ch'era di
certo pari a quello delle più belle fontane di Roma. Il po-
polo lo chiama ora il piatto delle streghe. E davvero quel
luogo par fatto per colpire la fantasia, per farti sog-nare
sveglio.
L'estate, alle ore più calde, nel mezzo sonno di tutta
la campagna lì intorno, il sole vi penetra lento traverso il
fogliame dei castagni altissimi, variato qua e là di gialle
trasparenze, e piove sull'erba una luce fredda, quasi lunare,
fra larghi e caldi si)razzi d'ombra. Il silenzio è tale che par
d'essere chi sa quante miglia fuori dell'abitato, o in un im-
menso dormentorio dove anche la natura riposi, e faccia sen-
tire meglio l'intimità della vita che abbiamo comune con lei.
Lo scorrere della vena, che s'allarga lì vicino in un letto
tutto erba, lo vedi senza quasi che l'orecchio riesca a l)eu
Il inaito delle streghe
141
distinguerlo. L'alitare del vento che muove dalla vallata,
portando l'odore resinoso deg'li abeti, ti sfiora il viso, piega
appena le foglie da un castagno all'altro, e potrebbe parere
il respiro sommesso di migliaia d'addormentati. In quella
gran calma sotto a quella mezza luce, i sensi a poco a poco
cedono a un torpore strano che vien su da ogni cosa; sol-
Una strada dell'Abbadia San Salvatore (pag. 134).
tanto la vista prende, in quei momenti, sopra tutto in chi
nacque coli' istinto dell'arte, una lucidità insolita, può diven-
tare quasi un tatto, un gusto finissimo dei colori e delle
forme. La ricchezza e la varietà dei toni in cui digrada il
verde di quei castagni, il loro atteggiarsi a movenze sempre
nuove sono tali da far disperare qualunque piìi gran pittore.
L'occhio gira voluttuosamente su per quei tronchi enormi,
soffici di borraccina verde cupo, cangiante al sole in un
142 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
rosso vellutato, e ne accarezza i contorni e va da uno a un
altro sino a che gii sfuggono dileo-uando nelle placide lon-
tananze del bosco ; o gode a vagar f|ua e là lungo i ci-
glioni, per le viottole, nelle mille insenature di quella pra-
teria senza fine e sugli scogli tutti pezzati a larghe macchie
chiaro scure dai licheni che vi crescono sopra, e li fan pa-
rere da lontano enormi dorsi di leopardi accovacciati.
Chi stia sul Piatto delle streghe, intorno a cui giacciono
per terra frammenti di statue, piedistalli, fregi, sedili di
pietra, ha, da una parte, sopra di se in salita a largo semi-
cerchio tutto il castagneto, e solo tra gli ultimi rami più
lontani qualche sfondo di cielo azzurro; dall'altra parte, la
vista s'apre giù verso la vallata, ch'è tutta un vigneto, e
le fa ombra un giro di colli, sempre piìi boscosi via via
che s' inoltrano nella provincia romana. Il tintinnare dei
campani delle vacche e le voci argentine dei pastori arri-
vano ogni tanto di laggiù chiare per l'aria limpida, come
se sonassero lì a due passi. E una scena di paesaggio idil-
liaco che ha l'ampiezza tranquilla e Tintonazione delle più
belle dipinte da Claudio di Lorena, e, se non altro per lo
sfondo, fa pensare al Mulino. Xon ci mancherebbe per com-
})irla, e riportare chi la guarda a più di due secoli fa, che
il vedere apparire da lontano fra i castagni non una delle
solite pastorelle di Claudio vestite alla greca, ma una delle
figlie di quel Giovan Battista Bourbon Del Monte, capitano
delle fanterie della Serenissima, che nel 1604 fabbricava il
palazzo di Piancastagnaio : una giovinetta. (|uale io me la
figuro, dal viso delicato, coi capelli rialzati sulla breve fronte
ricadenti in riccioli, colla veste chiara a larghi fiori, e che,
mentre ella nello scendere si sofferma a guardare, le dise-
Castel del Piano 143
glia dal fianco in giìi la svelta figura e scuopre i due piedi
piccolini calzati di raso bianco.
Questo tratto di paese die la carità del natio loco m'ha
tentato a descrivere, lo rivedevo in fantasia guardando la
Montagna di Santa Fiora, da cui si può abbracciare in una
occhiata. Ma per chi è, com'io ero allora, su Monte Labbro,
Piancastagnaio rimane dietro a una delle giogaie, colle quali
l'Amiata sporge verso mezzogiorno e vien quasi a, toccare
le ultime diramazioni dell'Appennino. Guardando dalla Torre
più verso tramontana, si può in parte seguire coli' occhio la
via che comincia a salire dalla Val d'Orcia e dalla stazione
di Montamìata. Questa via, sceso che ha in larghi giri il
crine di Scocchio lungo, ripiglia a montare dal piede della
collina ove sta Reggiano, e non pianeggia più sino alle porte
d"un grosso borgo, che ha in parte il moto e il commercio
d'una piccola città di provincia. E Castel del Piano, " terra
che „, come dice Pio II nel secondo libro dei suoi Com-
mentari, " per la bellezza del luogo, per la comodità della
situazione e per l'amenità del paese può senza dubbio dirsi
la prima fra tutte le altre del Monte Aniiata „. Una via
lo traversa, dividendolo in due parti uguali, e sbocca nella
piazza scavata un po' in forma di conchiglia per rammen-
tare quella di Siena. A un tratto di schioppo dalla piazza
è il passeggio nuovo : nn gran prato rettangolare, contor-
nato da sedili di pietra e da gelsi, nn vero sqitare all'inglese.
Ma l'impressione tutta cittadina che se ne ha all'entrarci
si scorda subito se si alza il capo alla verde montagna che
sta sopra solitaria e si perde fra le nuvole. A ponente una
fila di colline s'addossano le nne alle altre, o s'aprono in
larghe foci sino alla Maremma. Nelle pendici e sulle al-
144 rXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
ture dirupate biancheggiano gruppi sparsi di casolari e vil-
laggi, che non si sa come possano star ritti sull'orlo di quei
precipizi, 0 reggersi sospesi a mezzo la costa dove pare li
abbia fermati arrestandosi a un tratto il rovinio di qualche
frana. In quella parte là David ebbe sempre i più de' suoi
seguaci. E sulhi più scoscesa di codeste alture, che ha la
forma di un leggìo, contornato quasi da ogni parte da rupi
a picco, pende Monte Laterone. Gli altri montagnoli dicono
che non sanno come in quel paese si possa entrare in casa
altrimenti che per la finestra. E davvero quei ueri tuguri
s'afiollano, s'inerpicano gli uni quasi sul tetto degli altri,
e tutti paiono spenzolarsi a guardare giù in quell'orrido
precipizio ai loro piedi, come se aspettassero che da un mo-
mento all'altro il più lieve crollo del monte li rovesciasse
in un mucchio tutti giù nella fonda.
Tra Castel del Piano e Arci dosso si move, più che in
qualunque altra parte del Monte Amiata, il commercio sempre
crescente che i montagnoli fanno tra loro, colla ^Maremma,
con Siena e col resto d'Italia: carra di botti piene di bolo,
di farina fossile e di ferra gialla che esce dalle Cave sotto
Castel del Piano, immensi carichi di carbone, barrocci che
trasportano il cinabro e il mercurio della miniera del Siele
e dell'altra dei Terni poco lontane da Castellazzara. Subito
all'uscire da Castel del Piano, a sinistra, scende leggermente
un amore di piccola valle, tutta erba, all'ombra immensa
della Montagna, e nel mezzo, dove fa seno, scorrono acque
di vena fra lunglii filari di piop])i biancheggianti. C'è in
questa i)r()spcttiva qualcosa che arieggia a uno di (juegli
sfondi di paesaggio umbro, su cui sta così bene la deità
gentile delle Madonne del Perugino e di Uafi'aello giovi-
Arcidosfio 145
netto. La via corre diritta ancora per non lungo tratto
sino all'orlo dell'altipiano ov'c posto il paese, poi svolta e
comincia a scendere giù verso il letto dell' Ente, che ser-
peggia sotto le vecchie mura castellane d'Arcidosso. I bar-
rocciai sonnecchianti tutti distesi sulle sacca del carbone o
sulle botti del bolo, alzano la testa al principio della scesa,
dov'è un convento di Cappuccini, salutano la croce pian-
tata lì, un quarant'anni fa, da Baldassarre AudiheH^ e
danno un'occhiata alla Torre lontana, che ricomparirà poi
per l'ultima volta dopo Santa Fiora. I piìi vecchi tra loro
pensano a David, che anche lui prima del 1868 faceva
così spesso quella via coi suoi muli (ne ebbe sempre tre,
belli e ben tenuti); e gli s'accompagnavano volentieri per
sentirlo parlare delle tante visioni che diceva d'avere avuto
da Dio, e per farlo ragionare delle cose del mondo e dei
luoghi dov' era stato e dire a memoria poesie sue e del
Tasso, dell'Ariosto o di Dante. " E come passavan le ore
e le miglia con lui! Era proprio un piacere a sentirlo. Ma
se i muli allazziti non gli camminavano, madonnina mia,
che bestemmie! Le nostre ci son per nulla. Poi Dio gli
tocco il cuore a quel modo, e anche l'arciprete diceva ch'era
diventato un santo ; e se non gli guastavan la testa là in
Francia, con la nominanza che aveva qua da noi e in ma-
remma, di certo sarebbe vissuto e finito meglio, povero
David ! „
Il colle dov' è Arcidosso s'alza quasi isolato in faccia
alla foce della Val d'Orcia, e ha dietro a se a levante
FAmiata, di cui è come un ultimo prolungamento. Il ca-
stello colla nera torre quadrata domina le povere case che
più secoli fa gli si raccolsero intorno a chiedergli difesa,
G. Barzellotti. 19
146 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARKTn
sparse ancora in gruppi sempre piìi radi lungo tutto il
pendio verso il fiume. Anche qui fino dal principio del se-
colo XII furono signori gli Aldobrandesclii, sebbene la di-
rezione spirituale la tenessero ancora i monaci dell'Abbadia
San Salvatore, dai quali dipendono le nove chiese parrocchiali
del paese. La vittoria, per cui i Senesi se ne impadroni-
rono nel 1331, si vede ancora dipinta nella sala del loro pa-
lazzo pubblico da Simon Memmi. Ma iti questa parte d'Ar-
cidosso che guarda il fiume, ed è ancora press' a poco tale
qual'era ai tempi del gran pittore, si entra per una porta
che la divide dal nuovo borgo, pianeggiante sul dorso della
collina verso l'Amiata. Qui ci s'accorge subito d'essere nella
capitale politica della montagna, perchè xVrcidosso è capo
di Mandamento, e ha una Pretura e un ufficio centrale delle
Poste e un ospizio dei Gettatelli. Tra le industrie, che vi
trovano favore e braccia, e promettono sempre maggiori
guadagni al paese, è quella del lanificio. I^na prima fab-
brica, messa su or sono pochi anni, ha già credito e la-
voro in tutta la provincia di Grosseto e fuori. Del resto,
il commercio e la vita di questa grossa l)orgata di circa
quattromiranime, eh' e tra le piìi civili e tra le piìi sveglie
del Monte Amiata (quattro secoli fa vi nacque G. D. Peri
il poeta contadino), si raccolgono nella via provinciale che
la traversa, e sulla quale danno le case i)iìi ricche e ])iìi
belle e le botteghe piìi frequentate. I giorni che e' è fiera
in paese o a Castel del L^iano il passaggio delle carrozze e
delle cavalcature non smette mai, quasi. E a ogni nuovo
tintinnio di sonagli e a ogni schioccare di frusta i terrazzi
e le porte si affollano di si)ettatori curiosi; dalle finestre
pili alte e anche dagli abbaini si)untano 1)ionde teste di
Vengo7io per la " statahira „ 147
faneinlle e di bimbi, vieii fuori il brio, lo scoppio improv-
viso del buon umore rumoroso di (jualche brigata che pranza,
si scambiano con chi passa saluti, cenni di mano e qual-
che volta anche occhiate che valgono molte parole e molti
saluti. E su nella parte piìi alta del borgo, dove la via
provinciale s'allarga come in una piazza per poi, sboccare
all'aperto nella campagna, è un continuo fermarsi e par-
tire di calessini polverosi, di hagher, di l)arrocci col carico
assicurato da grosse funi, coperto d' incerati o di tele, e
vi sta sopra, puntato sulle zampe davanti, il pomere del
padrone abbaiando a tutto ed a tutti.
A volte uno schioccare di frusta piìi lungo, un gran
scuotere di sonagliere annunzia qualche carrozza dei Laz-
zeretti, e un momento dopo si vede spuntare dalla svol-
tata in faccia al borgo di sotto e venire avanti al passo
lento dei tre cavalli bianchi di sudore e di polvere, e ad
ogni scossa piegare quasi sotto il peso delV imperiale pieno
zeppo di bauli, di valigie, di sacche, di ceste e di pa-
nieri di tutte le forme. Allo sportello stanno spenzolati dei
bimbi, e sporge la mano o il braccio di qualche fantesca
che li sorregge. Piìi indietro, nella penombra rossa delle
tendine mezzo tirate intravedi altri visi ; ma non hanno
r incarnato fresco, vegeto, la rallegratura dei montagnoli :
nel colore verde terreo, nel grasso bolso, cascante delle
gote, neir aria stanca riconosci alla prima i tristi eifetti
della maremma. Vengono per la statafura a passare l'acqua
delle Bagnore ; e alla curiosità viva, all'affollarsi della gente,
quando la carrozza si ferma, si vede che devono essere
persone di qualità e anche ben conosciute in paese ; perchè
al primo apparire del legno subito dalla farmacia lì vicina
148 UNA VISITA ALLA TORKE DI DAVID LAZZARETTI
gli è corso incontro un croccliio di giovanotti, e chi ha
aperto in fretta lo sportello, chi ha preso in collo i bam-
bini schioccando loro un l)el bacio in bocca, e ha dato
braccio alla signora un po' affaticata tra l' imbarazzo delle
lunghe vesti sfarzose e delle borse e degli ombrelli che ha
in mano. Un grave uomo in cravatta e in soprabito nero,
tutto abbottonato e col cappello alto, da prenderlo per
un ma^;istrato in ritiro, è sceso ultimo, e s' è fatto avanti
lento tra i saluti di tutti, dondolando un po' sulle gambe,
e reggendosi colle due mani ripiegato dietro la vita il par-
dessus che strascica. Intanto a tutte le finestre delle case
lì intorno le donne bisbigliano tra loro, e già trovano da
ridire sulla toilette della signora. Don Basilio il barbiere,
lazzarettista fervente (lo chiamano così da che cantò molti
anni fa come dilettante nel Barhiere di Siviglia], s' è fatto
sull'uscio della bottega con in mano la scodella del sapone
e il rasoio e guarda in aria di meraviglia. Sulla piazza della
fonte i ragazzi seguitano a frotte i loro giochi rumorosi
tra l'abbaiare dei cani e il disperdersi delle galline impau-
rite. Ma subito fuori del paese, lungo la via che va dritta
ancora per pochi passi, e poi a un tratto svolta quasi sul
punto dove David e i suoi caddero sotto le scariche dei
carabinieri, l'occliio torna a riposarsi nella vasta pace della
campagna ])iena di sole, terminata dalle ultime balze del
monte, che sono tutte un verde tappeto di castagni, e solo
vi biancheggia qua e là (pialche casetta solitaria fra om-
bre tranquille.
Da Monte Labl)ro si scuopre benissimo Castel del Piano.
Ma Arcidosso, sebbene molto piìi vicino, resta come in una
specie di conca, a cui codeste onduhizioni dell' Andata fanno
Santa Fiora
149
quasi da orlo a levante e a Mezzogiorno. Chi sia a piede
della torre o accanto all'eremo di David non ha, invece, che
ad affacciarsi da quella parte alla pendice nuda e scoscesa
di Monte Labbro per vedere apparire giìi in basso e molto
più vicini che non siano in realtà i tetti del caseggiato di
Santa Fiora. A guardarla di lassù, situata com'è sull'orlo
t/ M,.^.2i<'<., j
Fuori del paese dell'Abbadia (pag. 135).
della grande cornice di macigno e di calcare che gira da
ogni parte intorno al bel monte, Santa Fiora con quelle
sue case scure e bianchicce, addossate le une alle altre
in larghi gruppi che sporgono giìi per la costa a punte ine-
guali sino al fiume, fa l'effetto d'un branco di capre o di
pecore che scendano a bere sul mezzogiorno, le une sorpas-
sando via via le altre a gruppetti, a manipoli, man mano
che il pastore se le ravvia e se le caccia innanzi lente^
150 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
svogliate colla voce e coi sassi. E anche qui, come in tante
altre parti delle campagne italiane, il volgo delle povere
case mostra d'essersi da secoli raccolto sotto la tutela del
castello e del palazzo feudale di uno di quei conti o cattani,
che però facevano più spesso la parte di lupo che di pa-
store. Santa Fiora — ove già prima del nono secolo erano
lupi, 0, se vi piace meglio di dirlo con Omero, pastori dei
popoli gli Aldobrandeschi — rimase poi soggetta a quello
dei due rami della grande famiglia che ne prese il titolo.
Il contratto, che sancì la divisione di questo dall'altro ramo
degli Aldobrandeschi conti di Sovana, fu rogato nel 1274.
I conti di Santa Fiora restarono così potenti pel possesso
di quasi tutti i castelli che erano lungo la valle della Fiora,
allora Fiume Armino, da poter guerreggiare a lungo coi
Senesi; coi quali però dovettero accordarsi nel 1300, ce-
dendo alcune parti del loro dominio. All' abbassamento della
potenza di questa signoria ghibellina e feudale, indebolita
insieme con le altre dalla lunga assenza degl'Imperatori,
Dante accennava gridando ad Alberto tedesco :
Vien, crudel, vieni e vedi la pressura
Dei tuoi gentili, e cura lor magagne,
E vedrai Santafior com'è sicura.
E chi sa, — pensavo io, guardando da Monte Labbro
e ricordandomi di quei versi, — clii sa che il sommo poeta,
avanti o dopo l'esilio, in una di quelle tante sue i)eregrina-
zioni che hanno fatto di lui il piìi grande e il piìi vero tra i
descrittori della nostra Italia, non sia stato anche là a Santa
Fiora, non abbia percorso, forse andando a Roma, ])arte del
Monte Amiata e si sia ispirato all'aspetto di questa natura
potente e maestosa ch'egli doveva sentire da par suo!
TI palazzo Sforza Cesarini 15t
Ma del forte castello deg'li Aldobraiuleschi, che Dante
può anche aver veduto, non rimane ora se non forse l'an-
tica torre quadrata, che domina il palazzo dei conti Sforza
Cesarini, annerita, mezza r<'>sa dagli anni, con un aspetto
di veccliia burbera da far quasi immaginare che s'abbia per
male di dover montare la guardia al nuovo palazzo, a cui
della fortezza non rimane ormai che un vecchio sprone,
dove i buchi delle feritoie ora danno aria e luce alle can-
tine dei padroni. Il palazzo non può essere anteriore, nella
forma che ha ora, alla seconda metà del secolo XVII, quando
i Cesarini di Roma successero in Santa Fiora agli Sforza
di Muzio Attendolo, che piìi di due secoli prima ne avevano
avuto il dominio da un conte (iuido, ultimo degli Aldo-
brandeschi. Il portone ad arco mezzo tondo serve tuttora
per entrare in paese, dopo attraversato un ponte che tiene
il luogo di quello antico, levatoio. Un vasto e nudo entrone
a vòlta, echeggiante da ogni parte appena vi posi il piede,
mette sulla piazza grande davanti alla facciata principale
del palazzo, che ha di fianco attigui gli Uffici del Comune.
E codesto confondersi che fa subito, sulla soglia stessa di
Santa Fiora, l'idea, anzi l'immagine, tuttora presente e viva,
della famiglia dominatrice colla vita stessa e coli' aspetto
esterno di tutto il paese, risveglia qui più che in qualun-
que altro luogo del Monte Amiata la memoria della feuda-
lità. Ma di una feudalità, quale almeno apparisce a molti
seo-ni, disarmata ormai e ridotta com'era in Toscana, sotto
l'occhio vigile della monarchia che si frapponeva tra lei e
il popolo, a non esser pili altro che un vecchio fantasma
di privilegi, un albero cadente che fa soltanto ombra e non
porta più frutti e tra poco darà legna e fascine ai focolari
152 TNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
dei poveri. Anche a Santa Fiora il dominio feudale dei Conti
cessò sotto Leopoldo I. Ma di fatto doveva esser finito da
un pezzo prima. Ed erano anni e anni che d' inverno al
vecchio camino nell'entrone del palazzo non ci si scaldavano
pili i moschettieri di guardia, con tanto di baffi, con quel
loro piglio da bravacci, ma solo qualche servitore gallonato
stava là a mangiare tranquillamente gli avanzi della tavola
padronale e a discorrere colle belle ragazze del paese.
Le strade di Santa Fiora corrono, come quelle di altri
paesi dell' Amiata, quasi tutte a scesa lungo la collina dov'è
il castello e il palazzo feudale, interrotte ogni tanto da ri-
piani e da parapetti, che aprono a chi scende una veduta via
via sempre nuova del paese e delle strade e delle case sotto-
stanti giìi sino al iiume. Sopra uno di codesti ripiani è la
chiesa parrocchiale, ove si conservano tre belle opere della
scuola dei Della Robbia : un pulpito, un battistero e un al-
tare con bassorilievo rappresentante la Vergine in mezzo ai
santi. E puoi stare là ore e ore, se vuoi, ad ammirare, a
pensare senza che nessuno ti disturbi. La chiesa è per lo
più deserta, spirante pace e raccoglimento. Dalle finestre di
sacrestia si scuopre tutta la valle della Fiora, si sente, come
fosse lì a due passi, cadere con rumor cupo la grossa vena
d'acqua clie poi forma il fiume, e si versa fuori dalla pe-
schiera dei Conti ; e giù in fondo al paese spicca sul gri-
gio cenerognolo della campagna li intorno la bruna massa
del convento delle Cappuccine.
Sono della regola stretta di Santa Chiara; mangiano
sempre di magro e fanno frequenti digiuni ; coricandosi non
si spogliano mai, e ogni notte interrompono il breve sonno
per alzarsi a })regare in comune. Vestite del rozzo saio co-
Il convento delle Cappuccine 1.j3
lor marrone cupo che liaiiiio anche i frati Cappuccini della
stessa regola, con più in testa il velo e intorno al collo un
soggolo di lino bianco, passano i giorni interi in preghiere
e in meditazioni, ricamando santini e piccoli scapolari, in
quel convento umido, freddo, minacciante rovina per la sorda
frana che gli si muove sotto da anni e anni, e non parlano
tra loro se non rare volte a refettorio quando la badessa
dispensa il silenzio per qualche solennità. Possono però ve-
nire alla ruota in parlatorio, se qualche parente o amico
loro domandi di risentirle, ma al colloquio debbono sempre
assistere due altre cappuccine. Le chiamano le discrete. Io
non dimenticherò mai la voce gentile, affettuosa di suor
Giuseppa, di una mia zia paterna, che da ragazzo ve-
nivo con mia madre a risentire quasi ogni anno. E mi par
di vedere ancora la madre sua, una nipote di Paolo Ma-
scagni, forte e santa donna, che non sorrideva mai, ed ebbe
nell'animo tanto tesoro d'affetti, la veggo sedere accorata
in quella piccola stanza del parlatorio e colla sua cercare
la mano, che la figliuola si sforzava di porgerle insinuan-
dola nel vano lasciato dalla ruota rasente al muro. Io mi
rizzavo sulla punta dei piedi a baciare quella piccola mano
bianca, fredda come la cera ; poi la ruota girava per farmi
passare dolci e ciambelline e urne di santi e medaglie, a
cui s'accompagnavano gli avvertimenti amorevoli di quella
dolce voce, mezzo velata da commozione quasi materna,
tal che sempre nell'amma la sento.
Guardata dall'alto, Santa Fiora con le sue memorie feu-
dali e col suo convento e in faccia l'orrido bosco di Sei-
vena, che poi si perde lungo la foce della Maremma, sono
G. Bakzellotti. 20
154 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID L VZZARETTI
il vero orizzonte di Monte Labbro. Qui — io pensavo —
deve essersi ispirato David. E anche a me, che da giovi-
netto l'avevo percorsa tante volte colla fantasia piena di
sogni, saliva ora da quella valle della Fiora, insieme col
ronzio degl'insetti sul mezzogiorno ardente, quasi un alito
di leggenda religiosa, una lusinga di vita solitaria immersa
nella pace della natura grande, piena di Dio. Il primo sen-
timento vago di quel che può ispirare una vita come codesta
a chi però sappia mettervi molto del suo, io l'avevo provato
da fanciullo in una mia gita al convento della Trinità, che
ora mi appariva quasi a mezza costa del monte di Selvena
tramezzo agli abeti. C'ero andato con un mio parente, ve-
scovo di Sovana e Pitigliano, uomo di pietà illuminata, in-
trepida, la cui immagine m'è poi rimasta sempre nel cuore
come il tipo più alto e più vero del sacerdote dei primi
tempi cristiani. L'avevo accompagnato per desiderio di fare
quel viaggio in quei luoghi orridi, leggendari e di vivere
qualche giorno coi frati in convento quella loro vita cosi
nuova per me. E i frati ci avevano accolti con la franca
ospitalità patriarcale, propria di tutte le corporazioni grandi,
anche se non sono ricche, e che ti lascia così bene a tuo
agio, perche è, come a dire, impersonale ; e (questa volta
poi si mostrava tanto piìi premurosa di compiacerci in tutto
per la presenza del vescovo che era hi visita pastorale.
Non mi ricordo d'avere mai forse in vita mia provato un
senso di così gioviale e sana serenità d'animo e di mente,
come quello che m'ispirò il bel refettorio tutto lindo, tutto
odore casalingo, quando ci mettemmo a tavola insieme coi
frati in ([uattro lunghe file sui sedili che toccano le (quat-
tro bianche pareti. Il vescovo, dopo recitato il Jìenedicite,.
Il convento della Trinità 155
dispensò il silenzio. Io parlai sempre con fra Simplicio che
mi stava accanto : un uomo sulla quarantina con una voce
calma, insinuante, ma con due occhietti scintillanti senza
malignità, sotto la fronte incorniciata da un cerchio di ca-
pelli castagni che gli orlava la larga chierica da france-
scano. Dopo pranzo egli mi portò a vedere lo stupendo bas-
sorilievo, eh' è nella chiesa del convento : un Padre eterno
con teste d'angeli intorno, opera di uno dei Della Robbia.
Poi uscimmo a passeggiare pei larghi e bei viali d'abeti,
che serpeggiano lungo la china del monte. Ci spirava un'a-
rietta fina, tutta impregnata di buoni odori di resine. Ogni
tanto tra i rami e per le radure delle siepi la vista cor-
reva un pezzo in giìi fino alla valle e per le colline in-
torno. Il frate mi raccontò la leggenda della fondazione
del monastero, l'unica che corra ancora viva nel Monte
Amiata, e che s' accorda cosi bene coli' aspetto e con le
memorie di quei luoghi.
E, del resto, tra le pili comuni e tra le più vaghe. Un
serpente mostruoso aveva la sua tana là in quel monte,
ed era da lungo tempo il terrore dei contadini e dei san-
tafioresi. Ma il conte, o duca che fosse, allora dominante,
andò solo, a cavallo, tutto armato da capo a piedi, a sni-
dare il mostro, e fé' voto a Dio che se gli concedeva la
vittoria, sarebbe sorto in quel luogo stesso un convento alla
Trinità. E Dio gli accordò la grazia. Nella sagrestia del
convento i frati fanno vedere ancora, a conferma della tra-
dizione, una mascella mostruosa che è, a quanto pare, di
un coccodrillo. L'altra si conserva o si conservava un tempo
nella sagrestia della Trinità de' Monti a Roma. Cosi almeno
mi assicurò fra Simplicio. Mentr'egli parlava, il sole era
156 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
sceso dietro la cresta di Monte Labbro, allora deserto, tin-
gendola d'un incarnato leggero, sfumante nel sereno an-
cora acceso del cielo profondo. L'ombra saliva dalla vallata,
invadendo tutto, e nell'avvicinarsi a noi spendeva passo passo
gli ultimi resti del giorno sulle cime più alte degli abeti e
dei Cerri lì vicino. Quella notte io sognai il serpente della
leggenda e il bel cavaliere che lo assaliva. La mattina dopo
mi svegliarono sull'alba i canarini di fra Simplicio che dor-
miva in una cella accosto alla mia.
Questi luoghi, che io mi son provato a descrivere, mi
apparivano presenti agli occhi o nella memoria guardando
dalla cima di Monte Labbro l'Amiata e i paesi circostanti
e la maremma grossetana. E bisogna dire che quella vista
e i ricordi ch'essa mi risvegliava in folla, potessero molto
in me, perchè non mi accorsi che i miei amici mi chiama-
vano, e non uscii da quella specie di contemplazione che
quando la guida mi s'avvicinò e mi sentii dire:
'' 0 la torre non la vuol vedere ? „
"Eccomi qua,,, — gli risposi.
E in pochi passi ero davanti a quello strano monu-
mento dell'arte religiosa dei Lazzarettisti. A vederlo da vi-
cino, l'enorme ammasso di pietre greggie calcaree non ce-
mentate, che un tempo faceva da sostruzione alla fabbrica,
ha, meno anche che da lontano, l'aspetto di torre. Perchè
fino a tanto che non si è lì, l'occhio non lascia ben distin-
guere nel colore bigio cenerino di quel sasso, tutto a sca-
glie, il punto dove la rozza muraglia a secco si soprappone
a un'ultima i>rominenza del monte che le fa da base, e in
distanza accresce all'occhio le proporzioni della fabbrica. La
guida ci aveva lavorato anclie lui ed era, mi disse, con
La torre di David Vìi
quelli che la sera avanti il 18 agosto 1878 issarono lassù
il vessillo rosso del Profeta. Una specie di cordonata, larga
da salirsi, magari, anche da un cavallo, girava a spirale
torno torno alla torre dalla base fino su alla cima, e aveva
solo due ripiani, l'uno sotto l'altro, sui quali davano le fine-
stre di due stanze. La luce non ci penetrava che da quel-
Paesaggio tra l'Abbadia e Pianeastagnaio (pag. 135).
l'apertura, rischiarando appena due grandi volte nude, sulle
quali tra la mutfa umida spuntava l'erba e aff^acciandocisi
c'era il caso di vedere spesso fermo a guardare qualche bel
ramarro. Là David si ritirava a fare orazione anche du-
rante la notte prima di scendere giti nella grotta coi suoi.
La stanza del primo piano era molto piìi larga che quella
del secondo, perchè la torre andava restringendosi in forma
di cono verso la cima. Su questa si stendeva una piatta-
158 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
forma, larga abbastanza da poterci stare sedute due o tre
persone. ''E di lassù „, seguitava a dirmi la guida, " quanto
gran mondo si scuopriva! E quella buona gente, che era
qua con David negli ultimi tempi, sa cosa dicevano? Glie-
l'ho sentito dire io tante volte. Dicevano che, quando fos-
sero scoppiate nel mondo quelle gran cose che David aveva
predette tante volte, lui un giorno sarebbe salito in cima
alla torre per scuoprire da lontano chi doveva venire a
prendere le parti sue o a dargli addosso. „
Ma codesta bizzarra fabbrica della torre non deve aver
mai fatto sulla fantasia dei Lazzarettisti un'impressione pari
a quella della grotta che le si apriva sotto. L'averla tro-
vata nello scavare i fondamenti fu, io credo, una tra le
circostanze che favorirono piìi il prestigio nascente del pro-
feta d'Arcidosso. Se pure egli, pratico com'era di quei luo-
ghi, non la conosceva già e sperava di trarne partito per
dare sempre più un aspetto e un colorito fantastico quasi
leggendario alla sua impresa. Fatto sta che le ossa, tro-
vate, com'io dissi, dentro la grotta insieme con alcuni avanzi
d'armi antiche, parvero allora a molti un avvertimento del
cielo, servirono a confermare la voce già sparsa che poco
tempo prima David avesse, per una visione venutagli da
Dio. fatto scavare in una grotta presso Montorio K ornano,
ov'era a fare penitenza, e scoperto anche lì resti d'ossa
umane e vasi e armi antichissime. K vero che le ossa par-
vero a un valente medico, amico mio che le esaminò, fram-
menti di una mascella di capra. ^la l'impressione che il ri-
trovarle aveva prodotto sulla fantasia di quella gente restava
oramai; come restava profonda, incancellabile in loro ([uella
della grotta, che avevan veduto aprirsi la prima volta, buia.
La grotta sotto In Torre I59
misteriosa, inesplorata innanzi ai loro occhi, e in cui David
poi li avvezzò a radunarsi ogni notte a pregare.
Vi s' entra per un' apertura verticale, larga appena da
poterci passare un uomo solo e alta parecchie braccia, che
mette in una specie di galleria angusta, a leggero pendio,
incavata naturalmente nel vivo sasso, colle rozze pareti
sparse d'erbe rampicanti e da cui gli stillicidi pendono in
lucide stalattiti. Fatti una ventina di passi almeno sul suolo
umido, che mi s'affondava sotto i piedi, fra una penombra
crescente, mi ritrovai in un luogo assai piti spazioso, dove
il poco di luce, che ci può penetrare dallo spiraglio lon-
tano dell'entrata, lascia appena scorgere un'ampia vòlta di
macigno. Nel mezzo sono ancora i resti dell'altare di pie-
tra che vi aveva innalzato David. Un senso come di bri-
vido mi veniva dall'aria umidiccia del sotterraneo. Qualche
pipistrello si staccò dalle pareti e fuggì via, sbattendomi le
ali sul viso. Poi, fatto a poco a poco l'occhio a quel bar-
lume, cominciai a distinguere la forma di quella spelonca,
abitata forse dagli uomini antichissimi. E un' ampia cella
quasi circolare, colle pareti aspre di macigno, qua e là
un po' scarpellate per allargarla, e tutta nuda e spirante
orrore di solitudine sacra. E io pensavo all'eterno istinto
umano della religiosità, che per anni e anni aveva condotto
David e i suoi a pregare le lunghe notti in codesto luogo,
ove forse migliaia e migliaia d'anni prima i loro padri si
propiziavano con tetri sacrifizi umani le divinità. Mi pareva
che quanto v' era stato di veramente e di primitivamente
popolare in quel rozzo tentativo religioso dei Lazzarettisti,
in quel loro embrione dì cristianesimo patriarcale, ritemprato
sulle aspre forme del culto di altri tempi, mi si facesse sen-
160 UNA TISITA ALLA TORBE DI DAVID LAZZARETTI
tire meglio lì nell" orrore di quella grotta. La immaginavo
rischiarata dalla luce rossastra, incerta di poche torce, che
sbatteva fantasticamente su quelle facce vigorose di mon-
tanari raccolti a cerchio intorno a un bell'uomo alto, dalla
lunga barba nera, dall'occhio vivo ispirato.
Quando uscii dalla grotta trovai i miei amici già seduti
sull'erba ali" ombra davanti all'eremo. Avevano tirato fuori
dalle bisacce le provvisioni da bocca e si disponevano a far
colazione tutti di ottimo umore: — "Ti s'aspettava da un
secolo,., — mi gridarono parecchi in coro, E mi facevan
cenno che c'era un posto per me nel cerchio che avevano
fatto intorno alla tovaglia spiegata in terra e già tutta piena
di bocce, di fiasche, di bicchieri e di cose da mangiare. Met-
tendomi a sedere, osservai che tra loro era sopravvenuto
nella mia assenza un uomo, acceso in viso forse per la fretta
con cui aveva fatto la salita. Al vestito e a un certo fare
disinvolto che mostrava parlando coi miei compagni, non mi
parve un contadino di quei contornì. La camicia di rozza tela
bianchissima, che gli lasciava scoperta una parte del petto,
e la giubba un po' frusta, del colore bigio scuro, molto in uso
tra gli operai di quei paesi, me lo davano per un uomo del
popolo, per un artigiano. Lifatti mi fu detto ch'egli faceva
il higonciaio in Arcidosso e aveva moglie e figli e una ca-
setta in paese e campava alla meglio del guadagno di quel
mestiere, a cui aveva dovuto ricorrere per bisogno dopo i
fatti del is agosto ISTS. Prima faceva il bcccliino, e per
naturale inclinazione e per la pratica di qucH'uttìcio ciregli
non esercitava con la brutale indifferenza dei «uoi compagni
di mestiere, s'era sempre mostrato propenso alle cose della
religione e pieno di zelo nel praticare la carità, nel fare
Ihi discepolo del Lazzaretti 161
parte di confraternite pie, nell' osservarne scrupolosamente
gli obblighi; sebbene a codesto fervore di sentimento reli-
gioso e a un gran rispetto per le cose e per le persone di
chiesa andasse unito in lui un certo fino spirito di libertà
nel giudicarne talvolta gli atti e la vita, nel desiderare al
Cattolicismo riforme che lo avvicinassero ai tempi e alle
nuove condizioni d'Italia. Un'apertura di mente non comune
e un'istruzione discreta, superiore al suo stato, raccolta in
poche ma buone letture, l'avevano reso accessibile a code-
ste idee.
In un uomo di tale natura e di tali pensieri e inoltre
disposto a certa misticità ascetica, doveva poter molto la
parola e l'esempio del Lazzaretti. E infatti Filippo era stato
sino da principio uno tra i seguaci pili fedeli e convinti del
profeta. Imprigionato dopo i fatti dì Arcidosso, aveva sof-
ferto molto per le febbri prese a Grosseto in carcere e per
le ansie del lungo processo di Siena. Ne al suo ritorno in
patria gli era stato possibile di riavere l'antico uihcio di
beccamorto. 'L'odio teologico che non conosce perdono, e
quella specie di tacita scomunica sociale, che colpisce sem-
pre i partigiani dei tentativi religiosi falliti, lo separavano
dai più dei suoi compaesani, dai parenti e dagli amici, lo
respingevano come contaminato persino dalla soglia di chiesa.
Egli però era rimasto sempre fedele alla memoria del suo
Maestro, e mi fu detto che ne professava ancora aperta-
mente i principi e li voleva serbar vivi nel cuore dei suoi
antichi correligionari. Per ciò i miei compagni lo avevano
tatto venire lassìi quel giorno perchè io lo conoscessi. Era
un uomo alto e asciutto, di carnagione bianca, d'una fiso-
nomia espressiva, e che sebbene per lo più calma gli s'ac-
G. Bakzillotti. 21
162 UNA VISITA ALLA TOKEE DI DAVID LAZZARETTI
cendeva ogni tanto come d'un fuoco interiore mal represso.
E allora le gote, un po' pallide, gli si colorivano a un tratto,
la voce tremava e due occhi azzurri, non grandi ma pieni
di vita, mandavano lampi. Aveva i capelli castagni e la
barba quasi bionda e la portava * tutta per seguire, come
mi fu detto, anche in questa parte una tra le prescrizioni
degl'istituti religiosi fondati dal Lazzaretti.
Egli s'era messo a sedere sull'erba innanzi a me, e io
gli dissi che avrei avuto caro di sapere molti particolari in-
torno a David e alla vita che i suoi seguaci avevano fatto
con lui in quel luogo. — "Sebbene,,, aggiunsi, "io sia ben
lontano del partecipare la vostra fede nel nuovo Messia, so
però rispettare la sincerità dei sentimenti ch'essa vi ha ispi-
rato. ,, — Mi rispose con un leggero atto della testa che
acconsentiva, e ci mettemmo tutti a mangiare.
E ora mi pare tempo che anche i lettori conoscano per
fild e per segno i fatti cui ho accennato tante volte, e li
conoscano, quello che più importa, in ordine alle loro cause
e alle condizioni sociali e morali dei luoghi, o, come oggi
si dice, {[q\V ambiente nel quale ebl)ero origine.
In tempi di profondi rivolgimenti morali e civili, soprat-
tutto in quelli nei quali vien meno in molte anime la fede
nella tradizione ecclesiastica dominante, accade spesso che
gl'impulsi naturali e spontanei della coscienza religiosa po-
polare tornino a ravvivarla. E allora il volgo suscita in se
stesso uomini potenti ad esprimere ciò ch'essa gli detta in
un linguaggio talvolta originalissimo perchè ispirato dal sen-
timento. Sono i tempi in cui vengono su le religioni nuove
e si rialzano le antiche e già scadute, purcliè abbiano an-
Come nacque la popolarità di Dand 163
Cora germi dì vita: tempi che nessuno può dire passati
ormai per sempre neanche per tutti i popoli piìi civili, non
ostante i molti indizi, e io li notai già, che pure potreb-
bero indurci a crederlo. Siena, nel secolo in cui vissero
rOchino e i due ^^ocini, ebbe il suo profeta, il suo ispirato,
in quel beato Brandano, Savonarola incolto, geniale, veg-
gente girovago, che percorse gran parte della Toscana e
d'Italia lasciando per ogni dove nel volgo i terrori dei suoi
vaticini. In Siena e nella sua provincia sono apparse di
quando in quando e hanno avuto séguito, più certo che in
qualunque altra parte della Toscana, strane figure d'ispirati
e di esaltati. Avanti il 1840, in mezzo al fervore religioso,
che dalla Restaurazione in poi serpeggiava tra le plebi to-
scane, quelle del ]\Ionte Amiata videro aggirarsi piìi a lungo
tra loro e tennero per santo un Baldassarre Audibert, un
francese, e a quel che si diceva un convenzionlsta pentito,
che per espiare il regicidio viaggiava a piedi nudi, a capo
scoperto, recitando preghiere e piantava a ogni poco per le
vie maestre delle grandi croci di legno cogli emblemi della
passione. Mi ricordo d'aver sentito, da bambino, una vecchia
serva di casa mia, che aveva tenuto in braccio anche mio
padre, raccontare gran cose del passaggio di quest'uomo mi-
sterioso e venerato dal popolo, che gli s'accalcava intorno a
baciargli le mani e le vesti, a chiedergli qualche ricordo o
qualche reliquia. Quei racconti si ripetevano spesso come in-
termezzi tra le lunghe e fantastiche profacole, che la vec-
chia mi diceva a maraviglia in purissima lingua senese.
La fama e la propaganda di David vennero su, adunque,
in un terreno fatto per riceverle. A lui, non privo per la
sua condizione d'una discreta coltura, giovò l'essere uscito
164 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
dal suo paese e aver praticato molto anche tra gente d'una
condizione superiore alla sua, senza mai perdere un certo
suo modo di fare alla mano che gii conciliava l'animo del
basso popolo. Gli giovò il momento opportuno in cui egli
venne fuori a un tratto coi suoi tetri vaticini di mali pros-
simi, anzi imminenti alla Chiesa e agii Stati d'Europa, in
queir alternare di speranze e di timori, d'illusioni e di disin-
ganni, che commosse tra il 18(37 e il 1870, tra Mentana e
la presa di Porta Pia, i conservatori reazionari non meno
dei liberali. Ma gii giovò anche più l'esser rimasto, per quasi
dieci anni, in una via media tra i propositi e le mene della
parte clericale, che certo contava su di lui, e le aspirazioni
liberali manifestate fin da principio nelle sue prediche, negli
inni patriottici composti da giovane e coli' aver combattuto
volontario nel 18(J0 a Castelfidardo. Il prestigio e la popo-
larità del Santo di Monte Labbro ebbero però un'altra causa
piii intima, la stessa che spiegherà sempre il segreto di altre
popolarità in materia di religione e di politica; ed è che il
livello delle sue cognizioni e della sua coltura, per quanto
potesse parere altissimo a molti, non superava di molto quello
a cui giungevano i piti tra i suoi seguaci. Salvo che egli
portava nella sua predicazione una risolutezza di convinzioni
e un ardore di parola, che raddoppiava in quegli animi rozzi
e schietti l'efficacia dei motivi soliti a operare in favore di
simili propagande, i quali erano e sono stati sempre : la
cieca fede nelle minute pratiche devote, l'aspettativa ansiosa,
continua di eventi soprannaturali e di grandi novità sperate
0 temute. Quel mostrare, ch'egli fece, in fronte fin da prin-
cipio uno stimma impressogli, diceva, da mano soprannatu-
rale ; quel suo narrare visioni, estasi e rapimenti arcani e
I credenti in David
165
colloqui e persino lotte avute da lui con Dio; quel dirsi do-
tato di spirito profetico e strumento di straordinaria e mi-
steriosa Missione, senza che egii stesso potesse comprenderla
0 conoscerla positivamente; tutto ciò gli apriva e gli conci-
liava fin dai primi giorni le orecchie della folla che correva
ad ascoltarlo. Perchè il popolo, come bene osserva Carlo
Il Eoccheto (pag. 135 j.
Puini nei suoi Saggi di storia delle religioni, " fa sua la fede
a un sistema,,, e io aggiungerei, alle credenze di un uomo
" solo quando riesce a ricondurle nella cerchia delle sue idee „.
A codesti motivi che avrebber potuto procacciargli sé-
guito e popolarità in qualunque paese, si aggiungevano per
aumentarne l'efficacia le disposizioni d'animo e di mente pro-
prie a quella popolazione di campagnoli, di contadini e di pic-
coli possidenti fra' quali David ebbe i primi discepoli. I Ma-
IHH l'XA VISITA ALLA TOEKK DI DAVID LAZZARETTI
remmani, rozzamente immaginosi, inclinati a portare anche
oggi nella superstizione le forme semplici e grosse che la mi-
tologia dei loro padri latini e forse quella degli etruschi dava
alle idee religiose, pendevano dalle labbra di codesto nuovo
augure, che cercava nei segni dei tempi arcani presagì pel
futuro, di questo nuovo Numa che narrava di aver rice-
vuto in una grotta della Sabina presso Montorio Tvomano il
suo mandato di profeta da sette grandi personaggi, coman-
danti (il sette legioni apparsigli in sogno. I montagnoli del-
l'Aniiata, arguti, svegli, avidi di novità, e, a un tempo, fa-
cili a commuoversi, ad appassionarsi, amavano quest'uomo
ingegnoso e sensitivo, nato tra loro, e che di barrocciaio
bestemmiatore s'era mutato da un giorno all'altro in santo
senza cessare d'esser poeta, e a una grande fiducia in se
stesso e nell'adempimento delle sue predizioni univa anche
una certa fina accortezza nel praticare colla gente, nel saper
alternare a tempo il tono ispirato del veggente con un po'
di quella maldicenza, di quella fina satira personale che il
volgo non risparmia mai a chi sta in alto. E poi una delle
pili grandi forze che ha sempre avuto la parola di questi
profeti popolari, grandi o piccoli, sublimi o grotteschi, è quel
certo che di vago nelle allusioni al futuro, nelle promesse
e nelle minacce, che a chiunque creda in loro presta modo
di metterci del suo quanto gli dettano la speranza, Finte-
resse 0 la paura. 1^ così accade naturalmente che non poche
profezie, capaci per se d'interpetrazioni opposte, paiono poi
avverarsi, quando una delle parti a cui potevano esser vòlte,
e a cui molti le avevano tirate fin da principio, può comunque
sia adattarsi ai fatti, sopravvenuti talvolta anche piìi secoli
dopo. Le predizioni di David, massime quelle ch'egli atte-
^
Amici e arversart del profeta 1H7
stava aver fatte prima del 1870, e die però, si noti, furono
pubblicate da lui solo in quest'anno e nei seguenti, sono tra
le più vaghe che si possano immaginare, tra le più facili
ad esser tirate a sensi oppostissimi. Quello che in esse v'è
di pili chiaro, oltre al prestarsi che faceva agli avvenimenti
contemporanei o almeno molto probabili allora, lusingava
l'amor proprio di quei campagnoli, tenerissimi, come sono
sempre i montanari, del loro paese, che David presagiva
diverrebbe tra poco il centro di avvenimenti straordinari.
E poi il suo modo di trattare umile, rispettoso più in specie
cogli ecclesiastici, gli conciliava e gli faceva amici e fautori
tra questi parecchi non molto superiori in cultura al volgo ;
lasciava sperare ad altri o accorti o fanatici d'averlo do-
cile istrumento ai fini della parte clericale, che allora tra
il 'G7 e il '70 guardava ansiosa verso la Francia e saliva
ogni giorno a più alte speranze. Ma egli non era sempre
docile e ossequioso coi preti. "Spesso,,, scrive un suo di-
scepolo, " li rimproverava del loro cattivo contegno e della
noncuranza del loro dovere... ; ed un giorno che alcuni sa-
cerdoti erano andati in casa sua a fargli visita, perchè era
malato, sentendoli parlare delle cose di Dio senza fonda-
mento di verità, ebbe il coraggio di dire loro: ^^Vol v in-
tendete delle cose di Dio come gli asini s'Intendono della
musica ,,.
Neanche tra le persone colte, delle quali chi ha un
po' in pratica le condizioni morali e intellettuali di quei
montagnoli e dei maremmani può indovinare quali fossero
gli umori, mancavano i seguaci e i sostenitori del pro-
feta. Avversi a lui o indifferenti, ma non senza una certa
curiosità di stare a vedere dove la cosa andrebbe a finire.
168 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
erano i veramente colti e i più liberai, specialmente i gio-
vani ; non però tutte le loro mogli, perchè a pili d'una dava
nel genio la pietà di David, l'unzione e l'enfasi della sua
parola e quel che di più minutamente devoto e d'ascetico
apparve fin da principio nelle pratiche religiose raccoman-
date da lui. E anche tra i grossi possidenti e tra gl'impie-
gati ce n'era che tenevano per David, non in tutto aper-
tamente, ma se non altro con quella tiepida simpatia che
spesso trapela involontaria nelle parole di chi si perita a
compromettersi per cosa o persona mal vista da altri. I più
di questi timidi amici del profeta si contentavano di notare
che intanto egli non dava noia a nessuno, e spargeva tra
la gente di campagna il seme del timor di Dio e di buoni
avvertimenti morali. Alcuni anche lo soccorrevano di qualche
elemosina in denaro o in generi.
Vi fu chi lo aiutò spendendo per lui, piìi che parole e
danaro, l'intiuenza del nome e dell'autorità di una lunga vita
passata in alti uffici pubblici. Fu il cavaliere avvocato Gio-
vanni Salvi, stato procuratore generale sotto il Granduca di
Toscana. Egli si adoperò molto per fare assolvere David in
un processo, che, come dirò, ebbe a Perugia; lo sostenne a
lungo col suo favore, e si associò alle speculazioni agricole,
che la Società delle famiglie cristiane, istituita dal profeta,
tentò in Maremma, prendendo in atfitto alcuni terreni, che
egli stesso, il Salvi, le diede. Gli statuti della società — che
si leggono nelle opere di David e hanno 1 7 articoli — fu-
rono pensati e scritti dal vecchio e autorevole magistrato to-
scano, mentre ospitava in casa sua, a Scansano, David, che
arrestato nell'agosto del ISTI e tradotto l;i, aveva ottenuto
per intercessione dello stesso Salvi la libertà provvisoria.
Gli apostoli dei Lazzaretti
169
Anche l'avvocato Leopoldo (Jempini, uomo d' ingegno,
notissimo allora in Firenze e figlio di un ex ministro del
Granduca, favorì e sostenne il profeta nei principi della sua
propaganda. Andò a Scansano per vederlo e conoscerlo, men-
tre abitava in casa del Salvi ; dove nello stesso tempo erano
ospitati Giovan Battista Polverini di Gradole; — frate dei
Porticato della Chiesa del Convento di Piancastaguaio (pag. 136).
Filippini, uno dei due sacerdoti, che, sedotti dal fascino del
Santo^ andarono poi a Monte Labbro a othciarne la chiesa;
— due pie donne, tratte esse pure là dalla stessa fede, e
alcuni dei primi discepoli di David, che piti e sempre cre-
dettero in lui e sacrificarono alla sua causa tutto il loro
avere : Raffaele e Giuseppe Vichi, Federigo Rocchi, An-
gelo Cheli e Tonino di Gianna. In questo primo cenacolo
della nuova chiesa nascente, adunato in casa del suo pro-
G, Barzellotti.
9-2
170 rXA VISITA ALLA TOEKE DI DAVID LAZZARETTI
tettore, David dovè certo ricevere impulsi e forza a prose-
guire per la sua via dall'autorità e dalla posizione sociale
degli uomini che lo appoggiavano.
Leopoldo Cempini nell'ottobre del ISTI ospitò in casa
sua a Firenze la moglie e tre tìgli di David. E questi pure
vi andò e vi si trattenne alcuni giorni. Però il Cempini
ben presto gli volse le spalle e ruppe ogni relazione con lui.
La Società delle famiglie cristiane contò per qualche
tempo come suoi membri più di ottanta famiglie. La sua
sede era a Monte Labbro. Coloro che con David la con-
cepirono, e sul disegno dello statuto steso dal Salvi ne po-
sero le basi, messero in comune per piìi anni lavoro e
beni. Ad essi è dovuto quello che diede all'opera del pro-
feta aniiatino un'impronta di novità e d'importanza sociale :
l'esempio di una comunità laica di uomini e di donne, nata
liberamente e vissuta per qualche tempo tra campagnoli di-
retti da un capo spirituale laico, nella quale tutto ciò che
doveva servire al vitto e al mantenimento dei confratelli si
spartiva in comune, compreso il retratto del lavoro di tutti.
La dipendenza dei membri dall'organismo sociale, di cui
facevan parte, era così stretta, che, secondo gli statuti, la
Direzione della societii poteva e doveva esaminare persino
se i matrimoni dei soci fra loro o con persone estranee alla
società fossero o no convenienti e dare o negare in propo-
sito la sua approvazione.
Questa che fu una delle tre società, fondate dal Laz-
zaretti, le quali dovevano formare un unico istituto con co-
muni intenti religiosi e morali, aveva per suo simbolo la
speranza. I soci portavano tutti lo stesso abito.
Avevano cominciato dal metter del suo i campi, le be-
Koii fu ìtìi moto aijrario e socialistico 171
stie, le raccolte ; giacche erano quasi tutti piccoli possidenti,
contadini nel proprio, gente però alienissima da ogni spi-
rito irrequieto di novità politiche o sociali e da ogni isti-
gazione che avesse potuto invogliarli a tentarle. Il che va
notato qui per coloro, i quali ricercando le ragioni dei fatti
di Arcidosso si sono lasciati dominare dall'impressione che
la lontananza suol fare per lo pili nel giudizio delle cose
umane, e ch'è proprio il rovescio di quella che l'occhio ri-
ceve dagli oggetti veduti in distanza : hanno, cioè, ingran-
dite, nel guardarlo, le cagioni del fatto, tutte particolari e
dovute solo allo stato d'animo e di coltura di quella gente
là, sino a farne un vero e proprio moto agrario e sociali-
stico, simile a quelli che ora agitano F Irlanda, e che si
vanno accennando anche tra noi in Lombardia.
Fra le popolazioni del Monte Amiata non c'è mai stato
sin qui nulla di quel che potrebbe dirsi una vera questione
agraria e sociale. Il possesso v'è da secoli non meno, anzi
piti forse, largamente ripartito che in altre provincie della
Toscana. E poi la mezzadria in uso da per tutto, la so-
brietà di quel popolo e una certa tolleranza, ormai tradi-
zionale nei possidenti, per cui al miserabile toccano pure
ogni anno piii che le briciole di certe raccolte, specie della
castagnatura, se non tolgono affatto la povertà, ne rendono
gli eccessi assai pili rari che altrove. E neanche in quella
parte della Maremma, ove si sparse la predicazione di David,
c'erano allora e ci sono poi stati sin qui veri germi di so-
cialismo agrario.
In quei pochi e radi casolari di contadini e di fittaioli
rozzi, laboriosi, sobri non meno dei montagnoli, in terreni
assai più grassi che non siano le pendici amiatine, si vive
172 rXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
ancora alla patriarcale una vita tutta di famiglia, religio-
sissima, a cui giunge un'eco appena del resto del mondo.
Io non so se al Lazzaretti o a chi con lui tracciò il primo
disegno dell'altra società, ch'egli nel 1870 istituì a Monte
Labbro, e a cui diede il nome di Società della santa lega
0 fratellanza cristldna, balenasse in mente di farsene un
mezzo alla propaganda di novità sociali o politiche. Certo,
se anche questo proposito vi fu in lui o in alcuno dei suoi
consiglieri, non ne apparve segno palese in parole o in
atti, e il processo di Siena non riuscì a proviire che vi fosse
mai stato.
Questa, a cui David diede per simbolo la carità, era in
sostanza una società di beneficenza e di mutuo soccorso, di
assistenza degli orfani, dei pupilli e delle vedove. Tra le
minute prescrizioni del regolamento è notevole la minaccia
di esclusione per chi avesse bestemmiato Dio e i Santi,
profferite ingiurie contro il Pontefice, percossa o maltrattata
la moglie ^' per non giuste ragioni ,, , insultato in fatti o in
parole un ministro di Dio, '^o colui die rappresenta r agenzia
governativa ,,, e inoltre pei giocatori, pei vagabondi, pei fre-
quentatori di bettole, per chi non fosse stato col debito ri-
spetto in chiesa. Tutti i soci dovevano frequentare i sacra-
menti.
Poco prima di (questa il Lazzaretti aveva istituito nel
gennaio del 1870 la Società o Congregazione degli eremiti
penitenzieri e penitenti, e le aveva dato per simbolo la fede,
ch'essa doveva risvegliare nel popolo e nel clero " con la pra-
tica delle virtù morali e della preghiera e di una vita aliena
da cure mondane e osservante della legge divina e del ri-
spetto al potere civile regolarmente stabilito .,. Lo scopo piti
Le tre società istituite da David 173
immediato dell' associazione, che doveva comprendere tren-
tatrè eremiti penitenzieri e settantadue penitenti, era di te-
nere strettamente uniti tra loro e intorno al profeta i disce-
poli più fervidi e piìi fedeli in una quasi continua convivenza
sotto lo stesso tetto, animata da uno stesso spirito religioso.
Tra gli obblighi loro c'era quello di fare un pellegrinaggio
a piedi a Roma per visitare le sette Basiliche e di là andare
alla grotta di Sant'Angelo nella Sabina, ove David aveva
cominciato la sua vita di convertito. Ogni eremita doveva
fare inoltre una settimana di stretto digiuno e di ritiro alla
grotta di Monte Labbro e prestare qualche opera gratuita
ai lavori dell'eremo e della cappella. Questa società doveva
— dicono i discepoli di David — precorrere, secondo l'in-
tenzione del fondatore, " l'ordine regolare futuro che sorge-
rebbe nella prossima età dello Spirito Santo,,.
Gli ascritti alle tre società, formanti l'unico istituto, in-
teso a coml)attere "la corruzione e l'empietà dei tempi,,,
dovevano tutti — son parole di David — ■ " fare ai piedi
dell'altare professione di fede e di ossequio alla Chiesa cri-
stiana, cattolica, apostolica romana governata dal Pontefice „.
Nella formula dettata da David è scritto ch'egli stesso fa-
ceva '' questa professione di fede, di ossequio alla Chiesa
alla presenza di Dio e del mondo intero ,,.
Il fine della Società delle famiglie cristiane, istituita dopo
le due altre, era nel disegno del fondatore assai piti com-
plesso. Egli mirava non solo all'educazione religiosa e mo-
rale dei soci, ma anche ad abituarli e a disciplinarli al
lavoro comune e a fare del lavoro un mezzo d'incremento
e di progresso dell'agricoltura e delle arti manuali e delle
industrie.
174 UNA VISITA ALLA TORKE DI IIAVID L \/ZARKTTI
Uno tra gì' intendimeli ti di David fu anche l'istruzione
dei soci e dei loro tìg-liuoli. E per provvedere a ciò la so-
cietà mantenne per vari anni a Monte Lal)l)ro un maestro
e nna maestra. Tutt'e due erano in processione col Lazza-
retti il giorno della sua morte.
A causa dell'istituzione di queste società — che per opera
di David sorsero anche a Scandriglia presso Rieti — egli
fu arrestato due volte sotto imputazione di frode. La prima
volta, nell'agosto del 1871; e fu quando, condotto a Scan-
sano, ebbe per opera dell'avvocato Salvi la libertà provvi-
soria. L'anno dopo, la Camera di Consiglio dichiarava non
farsi luogo a procedere contro di lui, calorosamente difeso
dal Salvi. La seconda volta, sempre per imputazione di
frode, il profeta fu arrestato nel novembre 1873, tenuto
più mesi nelle carceri di Rieti e condannato nel maggio
del 187-1. Ma nel luglio una sentenza del tribunale di Pe-
rugia, a cui egli si appellò, lo rimandava assoluto, dopo
una vigorosa difesa degli avvocati Ceci, Salvi e Pasquale
Stanislao Mancini. La sentenza, il cui testo è riprodotto
nella traduzione francese di una delle opere di David, non
fa alcun cenno di propaganda o di mene socialistiche ten-
tate dall'accusato.
Fu solo alcuni anni dopo, poco innanzi la sua morte,
che il Lazzaretti, il quale era stato già due volte in Fran-
cia, e aveva visitata la Svizzera e l'Inghilterra, cominciò ad
apparire mutato da quel di prima nelle idee e nei propo-
siti, e a buttar là qualche parola di mio e di tuo, della
necessità di spartire i possessi, di far succedere — era,
come vedremo, la sua frase sacramentale — alla legge di
grazia la legge del diritto ; — parole che, facili come sono
Fì( un moto jìrettamente religioso I75
per se stesse ad esser capite alla prima da chi ha poco o
nulla al sole e ha vuota la borsa e lo stomaco, non pote-
van mancare di mettere un certo fermento d' idee nuove
nelle teste dei piti caldi tra i seguaci del Santo.
I motivi che indussero quei campagnoli, benestanti i piìi,
a entrare nelle Società istituite da David e a perseverarvi,
nonostante il grave danno che n'ebbero nelle sostanze, fu-
rono meramente religiosi ; quelli stessi che da secoli alimen-
tano in tutti i volghi d'Europa una vena di misticità asce-
tica indipendente nel suo corso dalle Chiese dominanti, e
pur tale da trar seco di quando in quando nuove forme
d'idee e d'istituzioni. La Germania ebbe in tutto il medio
evo una serie non interrotta di simili moti religiosi, tutti
venuti dal basso. E dalla stessa vena perenne di misticismo
popolare, nutrita nei tuguri e nelle otììcine e nei chiostri,
balzò fuori quasi di sottoterra quell' improvviso torrente di
sentimento religioso che ingrossò la Riforma. Tra noi, non-
ostante i segni che pur ne apparvero, mancò alle commo-
zioni della coscienza popolare, indipendente da Roma, un
nutrimento forte del pari ed intimo. La tradizione ne fu
per ciò interrotta e divisa, e tuttavia abbastanza vivace da
produrre nel più profondo abbassamento delle istituzioni ec-
clesiastiche un fatto che le rialzò e le puntellò sorgendo dal
basso, voglio dire la riforma francescana. Ad essa s'ispi-
rarono sempre, inconsapevolmente o no, quanti poi in Italia
han tentato tra le plebi novità in fatto di religione e di mo-
rale, se non nelle idee almeno nella pratica e nei costumi.
Brandano fu in sostanza un rozzo imitatore di San France-
sco, e si ha piìi d'un segno di questa imitazione anche nel
tentativo del Lazzaretti, sia pur quanto si voglia embrionale
176 UXA VISITA ALLA TOEEE DI DAVID LAZZARETTI
e informe e suggerito in parte anche da motivi non pura-
mente religiosi. Nelle Regole del pio Istituto degli eremiti
penitenzieri e penitenti, fondato nel 1871 in Alonte Labbro
e in Montorio Romano, nella Sabina, è detto che esso deve
prender parte al terz'ordine di San Francesco. L'emblema
che si vede inciso e rozzamente dipinto in pili luoghi sulle
pareti della chiesa, dell'eremo e della grotta di Monte Lab-
bro, è quello francescano delle due braccia incrociate colle
stimmate alle mani ; e sotto vi si leggono le iniziali delle tre
parole : solitari, eremiti, penitenzieri. Lo spirito democratico
che informava l'istituto e non poche tra le pratiche di vita
e di disciplina che vi erano in uso, quella tra le altre del
visitare gli ammalati e dell'assisterli, il tono dei fervorini
morali che David faceva spesso ai suoi, adunati durante le
intere notti ad ascoltarlo nella cucina dell'eremo e nella cupa
grotta della Torre alla luce fioca di poche lampade, tutto
ciò rammentava la regola del santo d'Assisi; e il sentimento
un po' vago, ma pure intimo, che i piti ne avevano, non
era ultima causa del fervore religioso che il sabato e la
domenica li faceva tornare a quella nuova forma di vita
tutt'altro che comoda. Laici e lavoranti, si sentivano addetti
a una milizia religiosa, che aveva il pio allettamento mistico
di quella dei chiostri francescani senza la tetraggine e gli
eccessi della vita ascetica di altri tempi. Un che di piìi af-
fettuoso e di men rigido, di più moderno e, al tempo stesso,
di pili vicino ai principi delle congregazioni cristiane era lo
spirito di quelle riunioni. Vi si trovavano insieme a pre-
gare, a lavorare, a mangiare, a discorrere uomini e donne,
e i pili coniugati e coi loro figliuoli. Perchè uno dei fini
del fondatore era l'incoraggiare al matrimonio, l'allontanare
Le riunioni alla Torre 17"
i giovani dal celibato. A una certa ora della sera, dopo re-
citato il Rosario e altre preghiere, le donne, e ce n'erano
parecchie alla Torre, andavano a letto. Gli nomini — ed
erano spesso piìi d'un centinaio — dopo mangiato un tozzo
dì pane, rimanevano a vegliare o a leggere buoni libri in-
sieme con David o a sentirlo parlare. Poi verso le dieci
andavano a dormire su giacigli di paglia. A mezzanotte
tornavano in chiesa o nella grotta sotto la torre a dire
mattatino e a recitare altre preci, indi nuovamente alla let-
tura e alla meditazione. Così facevano le cinque della mat-
tina; e poi, dette le loro orazioni e udita la messa, se ne
tornavano al lavoro. David aveva composto per loro un
nuovo Pater noster.
Uno che ha assistito per mesi e mesi a queste pre-
ghiere e conferenze notturne mi diceva tempo fa : " Vede ;
spesso ci si faceva giorno e non ci pareva d'essere rimasti
manco un'ora, ritti come s'era stati tutta la notte a sentirlo
senza rifiatare. All' J-ve Maria si sentiva la messa. La mat-
tina del lunedì chi prendeva di qua e chi di là giù per
queste balze, e si ritornava a lavorare, freschi come se si
fosse dormito tutta la notte,,. Io non ho mai sentito dire
neanche dai più fieri nemici di David clie il trovarsi lassù
uomini e donne, molte delle quali erano giovani, abbia mai
dato luogo ad inconvenienti.
Del resto, abbia o no David avuto il proposito di ten-
tare novità sociali, l'idea del mettere in comune il lavoro
e le sue rendite e il bestiame e anche i terreni, potè na-
scere nei Lazzarettisti da se, senz' istigazione di sorta, dal
modo istesso in cui a poco a poco nacque il romitorio di
Monte Labbro. Subito dopo quella ch'egli chiamò fin d'al-
G. BakzeliiOtti. 23
178 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
lora la sua vocazione, e dopo il suo soggiorno nella Sa-
bina, David '' si era ritirato, com'era ordine di sua mis-
sione .., — sono parole di una breve nota cb'è nei Rescritti
profetici, — " in un podere di Raffaello Vichi suo compare,
e lì per diverse ore del giorno, fatte le sue preghiere, la-
vorava un campo per poi trarne una qualclie tenue risorsa
per la sua famiglia. Ma il numeroso concorso delle genti,
che andavano a lui da tutti i paesi limitrofi dell'Amiata,
fecero bene intendere che un tale uomo non fosse conve-
nevole il tenerlo occupato in tal lavoro, giacche le ore del
suo consiglio occupate in ragionamenti famigliari e morali,
si conosceva molto bene che portavano copioso frutto .,. Al-
cuni tra' suoi pili confidenti e amici gli domandarono allora
se si contentava che " gli fossero andati a lavorare il detto
campo, perchè gli fosse restato maggior tempo di propa-
gare la sua parola evangelica.,. Egli stette sulle prime un
po' in forse se accettare o no, per timore — segue sempre
la nota — "di una qualche diceria... Ma ripetutagli più
volte la domanda, finì coll'acconsentire ''a patto però di
un solo giorno di lavoro... In codesto giorno, che fu il 13
aprile 18G9, accorsero al lavoro ben centottanta persone.
I nomi si posson leggere pubblicati da lui stesso in
fondo al discorso tenuto a Monte Labbro in questa occa-
sione, e che fu letto ai lavoranti dal maestro delle scuole
elementari di un paesetto lì vicino, non potendo David ve-
nire a pronunciarlo da se perchè aveva in quei giorni male
agli occhi. C'è chi mi attesta di averglielo veduto scrivere
lì per lì e d'averlo poi ])ortato a stampare a Arcidosso in-
sieme con altri scritti di David, e io ci credo, perchè chi
mi dice questo è persona degna di fede. Codesto discorso,.
Jì ìnrnrn ni campo rli Cristo 179
il migliore tra quelli pubblicati, non è senz' arte nel met-
tere in guardia gli uditori dal dubbio, troppo naturale in
loro, sulla verità della missione dell'oratore, dubbio che ve-
niva, egli dice, da Satana. Dio che può far operare pro-
digi anche dal piìi umile dei suoi servi, perchè non poteva
aver chiamato anche lui benché ultimo di tutti? Egli che
pure si sentiva ed era ^ln essere misterioso, non aveva, è
vero, da far vedere ai suoi cari fratelli e patriotti amiatinl
nulla di prodigioso, ma il segno più vero della sua mis-
sione non dovevano, per ora almeno, cercarlo in qualcosa
d'esterno. Verrebbe un giorno, non temessero, in cui il mi-
stero ch'era in lui e anche in loro si svelerebbe da se a
tutti, ma intanto ciascuno doveva sentirlo nell'intimo di se
stesso, in un certo arcano rinnovamento che vi si operava,
trasmutandovisi l'uomo vecchio e il peccatore nell'uomo ri-
nato in Dio per virtìi del pentimento. Laonde confidassero
in Dio e nelle sue promesse, pregandolo concordi di far
tornare tutti i traviati al seno della santa Chiesa apostolica
di Roma, la sola che sia giusta, vera e perfetta nel suo mi-
nistero, al di fuori della quale non vi è che scismi ed eresia.
" Io anelo con tutto il cuore „ — seguitava David infervo-
randosi sempre piìi — " di sentir declamare da ogni lingua
italiana: Evviva Iddio, evviva Cristo, evviva Maria, evviva
la Chiesa romana! Taluni sentendomi dire questo, crede-
ranno che io sia partitante di preti: no, miei cari, sbaglie-
reste se così pensaste. Io vi dico in verità che non sono
partitante di nessuno. Io non ho chi mi protegga nel mio
operato, solo che Dio. Io vi dico nuovamente in verità che
nessuno m'imbocca. „
E conchiudeva cosi : " Questo campo dove voi mi avete
180 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
dato testimonianza del vostro cuore, d'ora innanzi sarà chia-
mato il campo di Cristo. Oh beati quelli che ne raccoglie-
ranno la messe ! Voi qui in questo campo avete lavorata
per me, ed io coH'njuto del cielo per altre parti cercherò
di faticare per voi. Iddio sia quello che un giorno vi bene-
dica nuovamente in seno alla nostra bella patria, ammirati
da tutti i popoli della terra. Io non so, o miei cari patriotti
e fratelli, quanto sarà il tempo che mi sarà concesso di
dimorare fra di voi, ma se pure vi dovessi abbandonare
quanto prima, non vi arrechi disturbo ne dolore, perchè
così lo vuole Iddio. E quando lo vuole Lui, bisogna ubbi-
dire alla cieca e non transigere un solo attimo. Ma vivetene
tranquilli che se pure me ne vado lungi, non mi scorderò
di voi e terrò sempre nel mio cuore viva la rimembranza
della vostra buona memoria, e se anderò pellegrinando il
mondo fra nazioni straniere e barbare, non temerò perchè
solo mi fido in Dio e nelle vostre preci. Oh sì, ovunque io
vada, ovunque io mi trovi, avrò sempre rimembranza di
questo beato luogo e dolce mi sarà la memoria di questo
felice giorno! Oh come giuliilo nel vedervi tutti riuniti a
me come tanti cari figliuoli, che ansiosi ascoltano gli ordini
ed insegnamenti del loro padre! E come allora in mezzo a
questo amato circolo non mi sarà concesso di versare una
lagrima di tenerezza? Oh sì! concedetemelo, o miei cari
fratelli, che ne ho l)cn donde. Se pure mi trovassi nelle
parti pili remote della terra, sarò sempre col pensiero vicino
a voi, e guardando altri popoli, mi consolerò con loro, per-
chè mi crederò di ragionare con voi stessi, e le loro voci
risuoneranno al mio orecchio come il dolce suono del vostro
bell'italico linguaggio, ed allora tutto gioja e contento indi-
Le prediche e Vinfuenza personale di David
181
rizzerò una, preghiera a, Dio che me benedica e assista e
consoli hingi da voi „.
Esortazioni come queste non potevan mancare di pro-
durre negli animi di quei campagnoli una persuasione tanto
maggiore, quanto era piìi facile alla loro mente vedere l'in-
timo accordo delle parole di David coll'insegnamento reli-
La Chiesa del ('onvento di Piancastaguaio (pag. 136).
gioso ricevuto fin dai primi anni in chiesa e a casa. Salvo
che nella forma tradizionale esterna di codesto insegnamento,
arida ormai e senza moto e ridotta a un meccanismo di
fredde pratiche, l'efficacia tutta personale e immediata di
quell'uomo, del suo aspetto, della sua voce infondeva un
calore nuovo, un impulso di fede viva e operosa. Aggiungi
che le provocazioni e le beffe degli avversari, a cui egli
era sensibilissimo, crebbero, com'è naturale, a misura che
182 UNA VISITA ALLA TORRE D] DAVID LAZZARETTI
gli cresceva il favore di una gran parte del popolo. E al-
lora fu un accorrere sempre piti frequente alle sue prediche
di Monte Labbro, un affollar glìsi intorno ogni volta che
scendeva di lassìi, un fargli séguito ])er accompagnarlo a
Arcidosso e nei paesi vicini, un dar dell'empio, dell'eretico,
del protestante e peggio a chi non era dalla sua parte. Il
clero, non tutto però, gli si mostrava piuttosto favorevole
che contrario. Tra coloro che lo visitarono nei primi tempi
della sua conversione, ci fu un Carli, cappuccino, vescovo
in partibus. Anche il frate francescano Giovacchino di Scai,
notissimo reazionario, favorì in principi(j la propaganda di
David e lo aiutò nella pubblicazione dei suoi primi scritti.
E calorosissima sua seguace e costante nella fede in lui
fino all'ultimo fu una suor Gregoria brettone, che poi gli
procurò amici e protettori anche in Francia, a Lione, ove
essa pure era quando il profeta ci dimorò. E anzi io pro-
penderei a credere ispirati da qualche padre spirituale troppo
zelante alcuni discorsi che David pronunciò a quel tempo,
e in cui l'intonazione del pensiero e la forma stessa sono
già tutt'altre da quelle del primo; e di mezzo a un fitto
ginepraio di sottigliezze teologiche, dove il Santo una volta
messo il piede accenna sin d'ora a volersi poi smarrire
sempre piii, lo senti prorompere a un tratto in fiere invet-
tive contro i protestanti (non credo, si badi, che tra gii
Arcidossini ce ne sia mai stato uno), contro " questa razza
d'uomini rinnegati.... nemici mortali di Cristo.... e in se-
condo luogo nemici dichiarati della patria, del suo prossimo
e della civiltà cattolica..., gente fetida e schifosa che non
fanno altro che appestare l'aria per dovunque passano.... E
poi vantano religione e civiltà ! Essi sono tutti garbati, amo-
Fabbricano ìa Torre 183-
rosi, prudenti e umili e con sì bell'arte vi adescano al loro
menzognero e diabolico insegnamento della sua bella adat-
tata e santa riforma. Ah !, miei cari fratelli, per carità sta-
tene lungi da questa santità del Diavolo „ .
Forse era questo fervore di zelo apostolico il segno a
cui alcuni preti di là riconoscevano in David un vero uomo
di Dio. Intanto egli seguitava a predicare accattando de-
naro e braccia pel lavoro di una nuova chiesa, che doveva
sorgere fuori d'Arcidosso sulla via provinciale in faccia
alla bella e verde montagna di Santa Fiora. S'era sparsa
la voce che Arcidosso di semplice parrocchia diverrebbe
sede d'un vescovado, che il nuovo vescovo pontificherebbe
per la prima volta nella nuova chiesa. David annunziava
non lontano questo giorno nelle sue prediche e in una pro-
fezia in sestine, pubblicata poi col titolo: Degli avvenimenti
di tutta Europa, delle città d'Italia e della mia patria,
che è improntata sul tipo di quelle di Brandano, diffusis-
sime anche nel Monte Aniiata.
Era incredibile il concorso volontario del popolo al la-
voro. Non ce ne fu uno uguale che quando, nel luglio del
18G9, dagli stessi seguaci del Lazzaretti fu cominciata a
fabbricare la torre di Monte Labbro, accanto alla quale sor-
sero poi la piccola chiesa e il romitorio. E anche questa
volta uomini, donne, giovinetti, fanciulli, non tutti delle in-
fime classi, portavano a gara terra, mattoni e calcina, sa-
livano e scendevano per luoghi aspri con grandi sassi sulla
testa, al vento e al sole cocente dalle prime ore della mat-
tina fino alla sera ; non per altro, ben inteso, che per amor
di Dio e per le indulgenze promesse da David, ch'era sem-
pre in mezzo ai lavoranti a infervorarli, a dirigerli, a dare,
184 TNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
bi.sognando, una mano anche lui. Tra le carte di David è
stato trovato il disegno della torre, ben diverso da quello
che fu eseguito, e nella bizzarria delle linee e nella strana
forma piramidale, a scaglioni e a terrazze con alberi, espri-
mente in se l'estro mistico e poetico, che l'aveva fatta sor-
gere come visione nell'audace fantasia del profeta.
Il lavoro della chiesa, che doveva sorgere presso Ar-
cidosso, venne poi interrotto non so per quali cagioni. L'u-
nico segno che ora se ne può vedere, è un enorme ammasso
di pietre a sinistra sulla via, venendo da Arcidosso, poco
prima della croce, che sta a rammentare, come tante altre
in quei luoghi, il passaggio di Baldassarre. Nove anni dopo,
David cadde fulminato dai carabinieri proprio ai piedi di
quella croce sul terreno destinato alla nuova chiesa.
Grli anni che corsero dal 1870 al 1873 il Lazzaretti li
passò, come abbiamo veduto, parte nel romitorio di Monte
Labbro, parte a Scansano e a Firenze e nella Sabina. Ma
ai suoi discepoli egli annunziava già da molto tempo d'es-
ser chiamato da Dio a partire per lontane regioni, ignote
anche a lui. La, diceva, si sarebbe preparato il compimento
della sua missione. La continua aspettativa di questa par-
tenza gli cresceva autorità e intanto dava a lui stesso un
maggior concetto di se e lo impegnava a perseverare nella
via in cui s'era messo. L'atteggiarsi a ispirato, il credersi
e il volersi far credere nato a rendere anclie nei pili mi-
nuti particolari della sua vita l'immagine di quella di Cristo,
un continuo studio di mettere, se posso dir così, in scena
se stesso e i suoi, di far del suo apparire davanti a un
pubblico e in un teatro di propaganda religiosa sempre pili
larga una vera comparsa, a cui non doveva mancare nean-
La vocazione di David 186
che il figurino del profeta e dei suoi seguaci ; — tutto ciò
è notevole a chi vog'lia tener conto delle disposizioni e dello
stato mentale di David, ma anche di quell'ambiente sociale
che ne senti l' intluenza, e che a un tempo lo favorì, lo
svolse sempre pili.
Ma quali erano stati — domanderà qui certamente il
lettore — i primi anni e gli antecedenti della predicazione
religiosa di questo strano e geniale convertito ?
Era nato in Arcidosso il G novembre 1834: di famiglia
numerosa e gagliarda, ma in cui, secondo viene affermato e
scritto su testimonianze però non ben provate, erano apparsi
più volte segni di turbamenti nervosi e di anormalità psi-
chiche. Sensibilissimo e fantastico fin dall'infanzia, ma ve-
nuto su vigoroso e ben conformato e schietto della persona
a quell'aria fina di montagna pel continuo esercizio musco-
lare del rude mestiere di barrocciaio, ch'egli esercitava in-
sieme col padre e coi sei suoi fratelli, aveva, a tredici anni,
espresso il desiderio di farsi religioso. A questo può averlo
indotto, oltre la sua naturale inclinazione alle esaltazioni
mistiche, la tenerezza della madre, molto devota, di cui era
il prediletto, l'avere, intelligentissimo come già si mostrava,
frequentato più degli altri suoi fratelli le prime scuole, e
ciò che in famiglia e in paese si diceva dei segni meravi-
gliosi apparsi in lui fin dalla nascita; di questo, tra gli altri,
dell'essere egli nato con due lingue, una delle quali — di-
cevano la madre e la levatrice — era poi sparita.
Ma il padre per distoglierlo dalla sua vocazione l'aveva
portato con se a lavorare in Maremma. E là al giovanetto,
che viveva triste, oppresso dal lavoro, e sotfriva di febbri,
G. Barzellotti. 24
186 X'NA VISITA ALLA TOBRE DI DAVID LAZZARETTI
era una mattina, poco innanzi giorno, a2)parso un frate, che
domandatagli e saputa la causa della sua tristezza, gli fece
animo, gli suggerì di esser sempre devoto specialmente di
Maria Vergine, e soggiunse, raccomandandogli di non farne
parola ad anima viva : " La tua vita è un mistero, che un
giorno ti sarà svelato ,,. Era il 25 aprile 1848. David aveva
tenuto il segreto, ma la memoria di quella visione, che Io-
commosse per lungo tempo, non s'era mai spenta in lui,
nonostante la vita di peccatore e d'irreligioso, a cui egli di-
ceva d'essersi poi dato dopo i venti anni.
A ventidue anni aveva preso moglie ed era divenuto
padre, continuando però sempre a condurre la vita di prima.
Nel 1860 si era arruolato volontario nell'esercito italiano,
e aveva combattuto a Castelfidardo. Ma il 2") aprile 1868
— e questa data è notevole per i fatti politici degli anni
precedenti — la stessa visione di venti anni prima gli s'era
rinnovata in sogno, dopo altri accessi di febbre; gli aveva
imposto di andare a Roma e di riferire al pontefice quanto
gli, era stato rivelato. "Quando mi svegliai., — ha raccon-
tato egli stesso — " ero tutt'un altr'uomo. Una forza arcana
si era impadronita di tutte le mie facoltà sensitive e intel-
lettuali, e ciò non ostante la mia volontà e la mia ragione
operavano nella pienezza del loro potere normale,,.
A Roma, ov'era stato piìi volte a poca distanza di tempo
sempre con lo stesso fine, ma inutilmente, aveva poi otte-
nuto una breve udienza da Pio IX, e per mezzo del car-
dinale Panebianco gli aveva fatto consegnare — dice egli
stesso — ''una Memoria uiforno a fatto c/o che gli era
accaduto ,,. Alloggiava in un convento di Olivetani, e il Re-
verendo padre Schiatfino, poi cardinale, che n'era il supe-
La visione delia qrotta vìiracolosa 187
riore, raccontava che il barrocciaio penitente rimase nella
chiesa attigua al convento per ben due notti e due giorni
di séguito sempre in ginocchio senza mai voler prender cibo,
nonostante che i monaci avessero cercato più volte di scuo-
terlo da quella sua ascetica contemplazione.
Consigliato di ritirarsi in un convento per meditare sulla
sua missione, e dietro nuovi avvertimenti avuti in sogno,
«he gl'indicavano come luogo di ritiro un convento della
Sabina, David era andato là su quei monti a vivere vita da
penitente e da asceta '• in una caverna che ha nome dal
Beato Amedeo,,. Questi, frate francescano portoghese, vi
aveva avuto varie visioni, e se n'era conservata a lungo la
memoria in un convento, che un altro francescano, Bonaven-
tura da Barcellona, aveva edificato su quella grotta. Quando
David la scelse come suo ritiro, il convento era tutto una
rovina. Bellissimo e orrido il luogo in faccia al Soratte. Là
David aveva vissuto, non vedendo che di rado contadini e
pastori ; — la gente lo prendeva per un brigante ; — e aveva
avuto per qualche tempo la compagnia d'un eremita prus-
siano, di un certo fra Ignazio ^Micus, che da quindici anni
stava poco lontano nell'eremo di Santa Barbara, e poi segui
nei nostri monti il suo strano compagno, e mori a Monte
Labbro.
In questa grotta David diceva di avere scritto alcune
delle sue preghiere in versi e le prime sue profezie. E là
— soggiungeva — " gli erano avvenute cose talmente straor-
dinarie da imporgli di non arrestarsi piìi nel compimento
della sua missione „ .
Quali fossero queste cose straordinarie, prodotti della sua
immaginazione eccitata (aveva avuto in quei giorni nuovi
188 rNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
accessi violenti di febbre), egli stesso lo raccontò molte volte
ai suoi, ed essi ne serbano più d'un ricordo scritto, spirante
l'ingenuità delle leggende del Trecento.
David, dunque, raccontava che stando già da vari giorni
a far penitenza nella grotta, gli era apparsa l'ombra d'un
guerriero tutto chiuso nelle armi, e l'aveva pregato per l'a-
mor di Dio di scavare là dentro la grotta nel luogo ove
egli stava genuflesso. Vi avrebbe, diceva l'ombra, ritrovate
le sue ossa; lo supplicava di seppellirle in luogo sacro.
David aveva subito scavato, e, ritrovate le ossa, le aveva
riposte in una cassetta, insieme a due buccole d'oro che si
staccò dagli orecchi, e fatte trasportare in una chiesa vicina
a Montorio Romano. Quei preti avevano cantato una messa
di requie.
Già s'era sparsa la voce di questo prodigio, riferito anche
dall'arciprete di Montorio Romano, che aveva aiutato David
a scavare, e la gente correva a vedere Yuomo di Dio, quando
a lui era riapparso lo stesso guerriero, e inoltre Maria Ver-
gine, San Pietro, San ^lichelc Arcangelo e il frate, il per-
sonaggio misterioso delle sue prime visioni. Nel colloquio, o,
com'egli soleva sempre dire, nella conferenza che questi
personaggi avevano tenuto con lui, il guerriero gli aveva
rivelato : essere il capo stipite della sua famiglia, un ]\[an-
fredo Pallavicino, figlio illegittimo di un re di Francia, e
stato quarantacinque anni penitente in quella grotta e lì
seppellito. A Parma gli era nato da una Massimina da lui
amata un figliuolo, al quale egli per salvarlo dalle insidie
dei parenti non aveva dato il nome suo ; l'aveva invece
chiamato Lazzaro Lazzaretti. A Roma, alla corte di Leone X,
egli s'era innamorato della moglie del Conte dì Pitigliano
David discendeva da un re di Francia
189
e le aveva, ucciso il marito. Poi fattosi capitano di ventura,
aveva guerreggiato a lungo per la Chiesa e per la patria
contro il re di Francia suo padre. Cadutogli nelle mani
prigioniero, e scopertosi il segreto della sua nascita, aveva
avuta salva la vita, a patto di non lasciarsi piti vedere da
anima viva. E così aveva fatto ritirandosi per sempre dal
mondo a far penitenza in quella grotta.
Piaucastagnaio. — La porta di Voltala (pag. 138).
Alle strane rivelazioni del guerriero gli altri personaggi
della visione avevan fatto seguire avvertimenti e profezie
e doni di mirabili facoltà da loro concesse a David; e la
missione del barrocciaio penitente era stata per mano di
San Pietro suggellata col segno 0 - C, che David d'allora
in poi mostrò impresso in fronte.
Ma non era, secondo lui, meno prodigioso quanto egli
diceva essergli poi accaduto. Lo avevan trovato disteso per
190 l'N'A VISITA ALLA TOEEE DI DAVID LAZZARETTI
terra in preda a convulsioni terribili, ed era stato lì li per
morirne ; ma riavutosi ritornava in Toscana (per ordine del-
l'autorità del luogo), quando a Passo Corese ecco apparir-
gli di nuovo il misterioso frate che gì' impone di tornare
indietro ; e in un baleno egli si ritrova senza saper come
nella grotta di cui aveva chiusa l'entrata con un muro prima
di partire. La mattina dopo capita là fra Ignazio e chiama
a nome David pili e più volte. Egli alla fine gli risponde
dal di dentro, narrandogli tutto com'era accaduto. Il Micus
aprì allora nel muro una piccola finestra per dare luce alla
grotta. " David „ — cito qui il racconto di un suo seguace
— " rimase là dentro quarantasette giorni per adempire ciò
che Iddio gli aveva comandato. Ed ecco una notte susci-
tarsi una terribile tempesta, e scoppiano sette tuoni fortis-
simi il lampo dei quali illuminava tutta la grotta. Al set-
timo tuono David vede accendersi vicino a lui come una
gran fornace di fuoco, e sente una voce miracolosa che per
ben tre volte gli comanda di gettarcisi in mezzo. Sul primo
egli sta titubante e non ubbidisce, poi fattosi animo si getta
in quella fiamma e se la sente trascorrere per tutta la per-
sona, e in un lampo di luce vede ogni cosa in Dio,,. D'al-
lora in poi David aveva avuto // dono della profezia.
Io credo che, potendo seguire la traccia delle letture
fatte da David in quegli anni, non dovrebbe essere difficile
ritrovarvi l'ordito del racconto leggendario della sua discen-
denza regale, ch'egli tessè forse inconsciamente, fantasti-
cando, febbricitante, nella solitudine del suo eremo alpestre.
Il racconto fa pensare a piti d'uno di quei romanzi storici
con intenzione patriottica, così diffusi in Italia a quel tempo.
Ma nello stato di mente, che ha suggerito al profeta amia-
L'uomo del mistero 191
tino lo strano romanzo genealogico (con la cui trama è anche
possibile si sia associata una vaga reminiscenza delle avven-
ture di Re Giannino), ritroviamo l'azione di quello tra i mo-
tivi ispiratori delle prediche e delle profezie di David, che piti
ha operato anche sulla propaganda di altri agitatori religiosi
simili e anche molto superiori a lui : il bisogno di credersi e
di farsi credere discesi da alte origini, di dare così all'opera
loro quasi il suggello autorevole e sacro di una tradizione
augusta, di una, se posso dir così, storica predestinazione.
La fama di queste apparizioni precedeva il Lazzaretti
nel Monte Amiata quand'egli, richiamato dai suoi, era tor-
nato in patria la sera del dì 8 gennaio del 1869, dopo
un'assenza di quasi cinque mesi. Ciò che gli dava più cre-
dito era il sapersi per certo che a Montorio Romano e nei
paesetti vicini cresceva di giorno in giorno la devozione
per la grotta miracolosa, tanto che era stato fabbricato a
poca distanza da quella un eremo e una cappella, benedetta
dall'arciprete di là Don Filippo Milani, il quale ci aveva
esposto alla pubblica venerazione un quadro fatto dipingere
da lui a Roma e rappresentante la visione del Lazzaretti.
Il quadro si chiamava la Madonna della conferenza, e se
ne trovano tuttora delle copie qua e là anche nel Monte
Amiata per le case dei contadini fedeli a David. Il quale,
ricomparso in famiglia tutt' altro da quel di prima, con viso
solenne e ispirato, aveva col racconto delle sue visioni fatto
stupire quanti accorrevano a visitarlo, e che per lo più par-
tivano, si diceva, mutati in cuore miracolosamente dallo
spirito di Dio ch'era in lui. Egli leggeva nell'animo loro e
ne indovinava il pensiero anche prima che avessero aperto
bocca. Era chiamato da tutti Vuomo del mistero.
192 • rXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
Ho volato riferire qui gli antecedenti della propaganda
fatta a Monte Labbro, perchè si veda come in uomo di tale
natura l'idea che già lo dominava dovesse da qui innanzi
acquistare tanto più di forza, quanto più valore avevano
ormai per lui gli atti in cui essa si rivelava. La tendenza
che lo disponeva a dar corpo ai fantasmi della sua mente,
ora s'alimentava di quella stessa fede, di quelle illusioni,
che codesti fantasmi infondevano intorno a lui in tante altre
menti. 11 contagio della religiosità esaltata, quale la descrisse
Lucrezio e che un grande filosofo antico definiva una ma-
lattia sacra, dai molti, a cui s'era già appreso, ora ritor-
nava cresciuto di forza sull'uomo che ne aveva sparso in-
torno a se il primo semigno. I lineamenti vaghi delle visioni
narrate da lui al suo ritorno dalla Sabina, quali appariscono
in una mezza luce fantastica nel Risveglio dei i)opoli, e si
vanno poi fissando nelle Lettere pubblicate tra il 1870 e
il 1873, prendon rilievo dall'ombra stessa gettata da quelle
visioni nella fantasia della moltitudine che le fa sue e le ri-
flette a tratti piti vivi sulla fantasia che fu })rima a crearle.
L'anima della folla, quel non so che indefinibile, vago che
pur vive, sente, pensa, si muove di vita tutta sua, distinta
da quella delle migliaia di anime che si confondono in lei,
e si forma sempre nelle grandi commozioni delle assem-
blee popolari per poi morire con esse, anche questa volta si
trasfondeva nell'uomo che la nutriva colla sua parola e n'era
la parte più intima e viva. La risolutezza che presero d'ora
in poi semi)re più le sue idee e la convinzione — sincera,
io credo, fin da principio — d'essere istrumento di fini so-
prannaturali, crebbero, dunque, in David con forza propor-
zionata al favore popolare che crescev^a intorno a lui.
Egli non 2'>oteva tornare indietro 193
E poi a spingerlo innanzi concorreva un'altra necessità :
quella di accordar se con se stesso, di mostrare prima o poi
avverate le sue ripetute minacce di stre})itose novità, di pro-
digi, di grandi fatti futuri e di dare cosi ai seguaci e agli
avversari le prove della sua missione divina, che gli uni
e gli altri reclamavano a una voce. Era la stessa necessità
contro alla quale andò in ogni tempo a rompersi il pre-
stigio dei profeti, grandi e piccoli, non eccettuato quello di
Girolamo Savonarola. Il Lazzaretti stesso doveva esserne
vittima in quella sua discesa da Monte Labbro che lo menò
incontro ai fucili dei carabinieri, e che io credo dovuta in
gran parte anche alla impazienza dei suoi seguaci. Vago come
era dell'apparire, del vedersi tenuto in conto di santo, egli
dovè sentire fin da principio il pendìo per cui la sua popo-
larità era stata avviata da quelle profezie, ciascuna delle
quali veniva ad esser per lui un passo di piìi, un impegno
da non potersi poi pili ritirare. Singolare condizione di mente
e d'animo questa per cui egli, come tanti altri simili a lui,
cominciò forse dal sostenere in pubblico una parte, ove en-
trava anche molto l'amor proprio e la smania di popolarità, e
fini col credersi, coll'essere anzi, per quanto almeno dipen-
deva da lui, il personaggio che aveva preso a rappresentare.
A dimostrarlo basta quello che del Lazzaretti è noto
ormai a tutti. Ma ce ne danno prove piìi sicure i suoi scritti
pubblicati in vari tempi, se li mettiamo a riscontro fra loro.
Nei Rescritti profetici, intitolati anche II Risveglio dei po-
poli, egli accenna, fino dal 1870, a ^^ un profeta ,, a un "m-
vitto capitano, a un legislatore e riformatore di nuove leggi,
a un novello pastor del Sinai,,, che doveva sorgere a libe-
rare i popoli gementi ''^schiavi sotto il dispotismo del mo-
G. Barzellotti. 25
194 UNA VISITA ALLA TOEEE DI DAVID LAZZARETTI
stro d'aìnhizione, cVipocrisia, d'eresia e di superbia ,,. In uno
scritto, pubblicato nel febbraio del 1871 col titolo " Un in-
cognito profeta ,, , codesto accennare vago del risveglio si
determina già nella figura di un Monarca, che David vol-
gendo la parola al Pontefice, a Pio IX, gli annunzia nato
a rialzare le sorti della Chiesa, e a riconciliarla colla na-
zione italiana; — di un Monarca, che "scenderli dai monti,,
seguito da "mille giovani tatti di sangue italiano, e questa
sarà chiamata la milizia dello Sj^irito Santo ,,. Nella lettera
ai cittadini romani e in quella ai popoli d'Italia, con la
data, l'una del 21 marzo, l'altra del 4 maggio 1871, l'al-
lusione del profeta al futuro promesso esecutore dei destini
serbati da Dio ai popoli e al mondo, al precursore del regno
della giustizia, che dovrà seguire la vittoria finale riportata
dalle milizie dello Spirito Santo, si fa ancora più chiara e
si fissa nella persona di lui ; al quale sette grandi perso-
naggi apparsigli in sogno, cosi nella grotta della Sabina come
a Monte Labbro, conferiscono l'arcana missione di essere,
a un tempo, l'annunziatore, il precursore e il compagno e
il ministro della loro impresa divinamente restauratrice della
giustizia e del bene. Il concetto di questa missione del pro-
feta si determina e si svolge ancor piìi negli scritti da lui
composti e pubblicati dopo le Lettere qui accennate. In una
Esortazione agli eremiti di Monte Labbro, scritta nel di-
cembre del 1872, è detto che il futuro liberatore del po-
poli, il rigeneratore dell'ordine morale e civile, il gran Mo-
narca apparirà nel mondo in un modo simile a (juello, in
cui vi si mostrò, nella pienezza dei temi)i. Cristo per adem-
piere la sua divina missione. Ma solo negli ultimi scritti e
nelle ultime prediche, che precedono di poco la sua discesa
Il ritiro nell'isola di Montecristo 195
da Monte Labbro e la sua tragica morte, il profeta si pro-
clamerà Cristo duce e giufìlce, tornato al mondo. La co-
scienza del vero esser suo e della sua personalità si perde
nel Lazzaretti, a poco a poco sempre più, in quella fanta-
stica del personaggio misterioso che egli crede di rappre-
sentare.
Fra gli atti di David che furono la conseguenza neces-
saria della sua idea dominante, ne troviamo uno assai no-
tevole, che ci mostra quanto potere ebbe in lui il bisogno
di far parlare di se, di accrescere il suo prestigio su quella
gente. Voglio accennare al ritiro, in cui egli disse di aver
vissuto nell'isola di Montecristo parte del gennaio e del feb-
braio 1870, e che gli meritò da Dio rivelazioni miracolose.
Questo è, mi pare, uno dei passi più risoluti ch'egli abbia
mai fatti incontro al favore popolare, e che lascia appa-
rire in lui una parte non piccola di riflessione calcola-
trice. Il racconto dei Rescritti profetici in prosa e in versi,
i discorsi che lo accompagnano ci fanno vedere che questo
suo ritiro a Montecristo David lo preparò, lo sceneggiò,
per dir così, con ogni cura per produrre il massimo effetto
sul popolo.
Il lettore si ricorderà che da un pezzo il Lazzaretti an-
nunziava di dover partire per espresso comando divino e an-
dare molto lontano dai suoi. Forse il rinnovarsi continuo di
questo annunzio, senza che poi la partenza si verificasse,
aveva cominciato a suscitare qualche sussurro d'incredulità.
Fatto è che la notte del 14 gennaio 1870 egli riunì a cena i
suoi più fidi nel podere dell' amico Raffaele Vichi presso Monte
Labbro, e tenne loro un discorso di addio. I discepoli erano 33.
Sedeva David in mezzo a loro vestito di una cappa color
196 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
porpora, ov'era disegnata la sua sigla, e distribuì a ciascuno
il pane, l'agnello e il vino. Fu una cena simbolica, in cui
non mancò neppure il vaticinio del prossimo traviamento di
alcuni tra i discepoli, e l'annunzio di grandi cose che sta-
vano per accadere più specialmente in Arcidosso e in tutto
il Monte Amiata e a ^lonte Labbro. " Qui, poco lungi da
noi in questo suolo saranno innalzate meravigliose piramidi.
Ritornate, conchiudeva, in seno alle vostre famiglie e por-
tate in esse pace e salute e siatele di esempio colla vostra
buona condotta, ma non solo nelle vostre famiglie, ma a
tutti coloro che ricercheranno di voi per sapere delle cose
mie. Amate chi vi disprezza e perdonate a quelli che vi
fanno del male. Chiamatevi fortunati e felici se sarete sprez-
zati da coloro che non apprezzano la verità. Siate contenti
e tranquilli se vi trovate in miseria e in tribolazioni. Sprez-
zate gli allettamenti del mondo e le comodità della vita e
fate conto della santità dell'anima. Apprezzate il travaglio,
sia lungi da voi l'ozio e la pigrizia, oifrite al fin del giorno
le vostre fatiche a Dio, che Esso vi benedirà in seno alle
vostre famiglie dall'alto dei Cieli. „ In <[uella sera David
— dicono i suoi seguaci — fondò l'istituto degli Eremiti
penitenzieri e penitenti.
Detto addio ai discepoli, David insieme al suo amico
Raffaello Vichi parti per Porto Santo Stefano, e, giunto, si
fece condurre all' isola di Montecristo. La (luaresima, che
egli s'era proposto di fare colà, doveva durare 47 giorni.
Portava seco solo 11 pani. Passato qualche tempo, i ma-
rinai, che, per sua volontà, lo avevano lasciato solo nell'i-
sola, cominciarono a stare in pensiero per lui, e probabil-
mente a richiesta loro fu scritto ad Arcidosso, avvertendo
Il ritorno dall'isola di Montecristo l(t7
la famiglia e gii amici che alcuno andasse a cercare dello
strano eremita e a riprenderlo. Andarono il Vichi e un
altro. David stava ad attenderli nel porto dell'isola, come
avvertito — dicono i suoi seguaci — da profetica rive-
lazione della loro venuta. Lo trovarono smagrito e con una
pesante catena al collo, e — cosa mirabile — videro che
in tutto quel tempo aveva mangiato solo la metà del pane
che aveva.
Lo indussero a venir via. Ma egli restò fermo nel pro-
posito di voler terminare la sua quaresima in solitudine, e
si ritirò a Burlano presso Scansano, di dove poi, trascorsi
i 47 giorni prefissi, partì per Monte Labbro. Vi giunse il
7 marzo.
Quando si sparse la voce ch'egli ritornava, fu un ac-
correre da ogni parte ad aspettarlo e a fargli incontro. Una
folla ansiosa, variopinta dei rossi e bianchi fazzoletti delle
villane montagnole e dei neri cappelli a cono dei marem-
mani, gremiva l'erta di Monte Labbro. E appena si vide
spuntare tra i rari querciatti il cavallo di lui che saliva len-
tamente, da quella folla immobile si levò un grande mor-
morio di gioia che a un tratto ruppe in un grido. Allora
su parecchie di quelle facce bronzine di donne alte e tar-
chiate, di vaccari tutti coperti le gambe da cosciali di pel
di capra, si vide anche luccicare qualche lacrima. Egli passò
in mezzo a loro salutandone a nome i più, e scese levato
quasi di peso fra mezzo a centinaia di braccia, che tutte
avrebbero voluto stringerlo, trattenerlo un poco, arrivare, se
non altro, a toccarlo; s'inginocchiò, rese grazie a Dio e poi
si volse per parlare. Il discorso che i Rescritti ci danno come
pronunziato al suo ritorno, col motto : Iddio ci vede, ci giù-
198 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
dica e ci condanna, non fa parola di nuove rivelazioni. E
ima lunga difesa, in qualche luogo anche un'invettiva contro
gli avversari e i beffardi increduli che il sospetto gli faceva
ormai apparire molti pili che non erano in realtà. Forse,
appena arrivato, David improvvisò un altro discorso, si di-
rebbe, di circostanza, se pure non lesse allora dall'altare i
versi che poi pubblicò e in cui egli disse " di aver distri-
buito le parole ,, , udite a Monte Cristo dalla bocca stessa
di Dio in "sette volte, tra il fragor del turbine.... e lo scrollo
terribile di tutta l'isola,,. "Le parole,, — aggiunge l'avver-
tenza preceduta da una delle sigle di David — " erano decla-
mate lentamente e sillabate come in tono musicale ,,. LiR de-
scrizione, così com'è un po' grottesca, fa pensare alla Bibbia
e al prodigio del Sinai, come una copia del Giudizio finale,
colle aggiunte che può avervi messe di testa sua un pittore
di villaggio, fa pensare all'originale della Cappella Sistina.
Se non che nelle cose dette questa volta da Dio "all'uomo
sull'eminenza di Montecristo ,, si ritrovano i luoghi comuni
delle prediche di David ; e i versi, settenari i piìi, alternati
con sdruccioli, rammentano i metri un po' troppo andanti
dell'ultima trasformazione del Romanticismo e. salvo la forza
e il calore, quelli del Mameli, di cui il T^azzaretti giovinetto
doveva essere un lettore appassionato nel 1848 e nel '41).
Ma a leggerne due o tre appena viene in niente subito la
scappata del Grossi quand'ebbe sentiti i primi versi del
D'Azeglio: " Ilin propri minga bej ! ,,. Però se i versi non
sono belli, mi paion notevoli per ra})parirvi che fa la prima
volta il radicalismo religioso e politico predicato poi da David
poco prima della sua morte, e che nei suoi germi, se non
nella sua forma piìi risoluta, dovè fin da ora ispirare tutti
Poesie di soggetto politico-religioso \ (ift
i discorsi improvvisati da lui e la sua conversazione cogli
intimi. E non fa specie die fosse così, mentre pure egli si
professò quasi fino all'ultimo fedele alla Chiesa romana e
alla monarchia. In quello stato di mente e di cultura, pro-
prio agli uomini della sua condizione e delle sue tendenze
mistiche, oltre il quale, del resto, egli non andò mai, ciò che
più manca è il retto senso logico dell'inconciliabilità assoluta
di certe idee tra loro e coli' esigenze dei fatti e dei tempi.
Il predominio della fantasia e l' ignoranza con tutti i suoi
pregiudizi alienano affatto codesti uomini dal modo di pen-
sare, di sentire e di trattar la vita, proprio di tutta quella
parte della società moderna, che ha in mano sua il potere di
moverla e di trasformarla, e rendono per ciò impossibile ogni
giorno più che qualche grande trasformazione vi peni'tri per
la sola via del sentimento e dell'entusiasmo ingenuo e gros-
solano ch'è nella gente di campagna. Eppure ciò che fa oggi
della questione religiosa un problema quasi insolubile è que-
sto : che se potesse sorgere e propagarsi tra noi un moto
efficace di sentimenti e d'affetti, trasformatore del Cristiane-
simo e del Cattolicisrao, non si vede dove esso potrebbe tro-
vare eco e fautori fuor clie nelle campagne fra uomini non
molto diversi da quelli a cui accennavo or ora.
Ma torniamo a David e ai suoi versi. Lascio la tirata
di chiusa, in cui Dio per bocca del suo profeta fulmina i
preti di mala vita, amanti delle ricchezze, richiamandoli
alla ricca povertà delV ev angelo , e propone qualcosa di si-
mile a un disegno di legge sull'asse ecclesiastico, un po'
meno eretico, beninteso, di quello già votato qualche anno
prima dalle Camere italiane. Ecco, se il lettore vuole avere
qui un saggio della parte, direbbe Enrico Heine, fucila-
200 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
bile dei versi del Lazzaretti, ciò clie vi si dice anche
della monarcliia:
Chi son i Re del Mondo?
Non son caduca polvere?
0 regi inorridite!
Presta è la man che fuhnina
A subissare al suol
Le vostre inique cattedre
Di falsi adulator;
Non gioveranno l'algebre
Dei vostri computisti,
L'ingegno dei meccanici,
La mano degli artefici
A reggervi sul trono.
Cadrete in man dei popoli;
Un solo sarà il Re.
Per il discorso, pronunziato al suo ritorno dn Monte-
cristo, egli fu denunziato all'autorità giudiziaria come col-
pevole di attentati contro il Governo e contro l'ordine ci-
vile. Ma un'ordinanza del tribunale di Grosseto dichiarava
insussistente il reato, che gli era apposto.
Ai giorni durati in stretto digiuno nella solitudine di
Montecristo, il Lazzaretti fece seguire uua nuova quare-
sima, ch'egli andò a passare in un podere del suo amico
Vichi. E nel tempo di questa seconda prova scrisse un Co-
dice di leggi religiose, morcdi, "politiclte e civili, in dicci ca-
pitoli, che fu dopo la sua morte sequestrato dall'autorità
giudiziaria, e ove apparisce, a tratti piìi spiccati forse che
in qualunque altro suo scritto, il carattere risolutamente
teocratico, ch'egli voleva impresso nella forma di governo
da lui vagheggiata. "Il santo pontefice di K(»ma.. — scri-
veva il profeta — " sarà riconosciuto re e monarca sopra
Codice di leggi religione, morali, civili
201
tutti i re e monarchi della terra ; sarà l'unico giudice delle
nostre gare e cause secolari fra noi popoli e nazioni; l'arme
Una strada di Piancastagiiaio (pag. 138).
e l'emblema della nazione sarà l'arme pontificale,,. Voleva,
è vero, che " l'esecuzione delle cause e dei giudizi, la cui
suprema autorità doveva emanare dal Papa, fosse da lui
G. Baezellotti. 26
202 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
delegata alle autorità civili „ . Ma le rendite dell< > Stato
avrebbero dovuto essere a disposizione della " santità pon-
tificale „ ; i preti, i frati e le monache eccettuati dal pagar
le tasse ; gli ordini religiosi preposti all'educazione civile e
morale dei fanciulli; — e per ciò ogni comune di 5000 abi-
tanti avrebbe dovuto avere un convento ; — tutti i gradi
dell'istruzione, quindi anche gFinsegnaraenti universitari, as-
soggettati al sindacato del potere spirituale ; " frenati ,, i
giornali "nei limiti della verità e della giustizia,,.
" Tripudi il cielo ,, — esclamava il riformatore — " al-
l'esecuzione di queste leggi e tremi l'inferno. I grandi, i
potenti della terra tremino.... I loro destini stanno pendenti
fra la polvere e la tomba „.
Non so se la scena del ritorno da Montecristo abbia
aumentato molto il numero dei seguaci di David. Ma si può
dire che d'ora in poi la sua fama di profeta e di santo co-
minciò ad essere riconosciuta nel Monte Amiata come qual-
cosa, a cui quelli stessi che non credevano in lui avevan
fatto ormai l'orecchio, e che non eccitava neanche mara-
viglia. Tutti gli anni, (piando io mi recavo là in autunno
a villeggiare, il mio vetturino, un parente di David, me ne
accennava col dito la Torre, che dal picco solitario su cui
s'inalza, per lo piìi mezzo velata dalle nuvole, sembra spiare
per lungo tratto chi percorre la bella via serpeggiante sui
fianchi dell'Amiata. E uno di (iuelli anni seppi che nel lin-
guaggio simbolico del Lazzaretti e dei suoi ]\[onte Labbro
ormai non si chiamava più se non j\[onte Labaro, destinato
com'era ad apparire vessillo ai popoli in una prossima nuova
redenzione predetta dal profeta, e che lassìi sorgerebbe una
delle sette citta eternali^ la seconda Sion, e doveva esser co-
Dopo la breccia di Porta Pia 203
struita da David VArca della nuova alleanza per ripararvi
i giusti da im altro diluvio. Intanto un po' per curiosità, un
po' per impulso di fede v'accorreva gente da ogni parte e
pili dalla provincia romana e dalla Maremma e dai casolari
sparsi della Montagna. Nelle terre piìi grosse e più ricche
e anche in Arcidosso il profeta eb1)e sempre assai meno
séguito. Si bucinava di alti personaggi stranieri, giunti là
più volte all'improvviso, verso sera, poi subito ripartiti mi-
steriosamente ; si diceva che grandi somme di danaro, casse
piene zeppe di rol)a, forse anche d'armi, erano state spe-
dite a David, non si sa da quali paesi ; con (quanta verità
0 meglio con quanta esagerazione di quel poco di verità
che c'era in tutto questo, lo lascio pensare al lettore. Ma
chi, come me, conosce bene quell'angolo della Toscana, sa
che in codesti villaggi, ove il grosso della popolazione vive
quasi tutto del lavoro dei campi, ed esce airall)a per rien-
trare 3i\VAve Maria e coricarsi poco dopo, ogni rumore di
cose nuove che vi arrivi di fuori eccita le fantasie e s'in-
grandisce, come fa quello del vento lontano, quando viene
avanti a poco a poco e s'allarga tra i rami di quei casta-
gni secolari.
E ora, dalla seconda metà del 1870 in poi e nei primi
mesi del 1871, non passava quasi giorno che non portasse
lassù una di quelle notizie, che anche nelle città bastano a
sollevare in tumulto l'animo e la mente a migliaia di per-
sone delle meno disposte a maravigliarsi o a commuoversi.
S'immagini l'impressione che tali notizie dovevan fare là,
dove arrivavano all'orecchio dei più tra il volgo staccate da
ogni altra idea dei fatti che n'erano stati la preparazione
lenta, e che altrove bastavano a spiegarle e ad attenuarne
2()4 UNA VISITA ALLA TOREE DI DAVID LAZZARETTI
cosi l'eifetto, commentate com'erano da quella gente imma-
ginosa nelle sere d'inverno al focolare colle reminiscenze
leggendarie e i terrori ancora vivi delle guerre di Napo-
leone, colle minacce di grandi mali che il parroco ripeteva
in cliiesa e i vecchi bisbigliavano, uscendo, all'orecchio dei
giovinotti in voce di liberali. Ora poi ad aggravare le ap-
prensioni e a tingere il futuro di colori sempre più vivi,
s'univa il commento strano (e per molti il presagio') che
ogni nuova predica o scritto di David pareva fare a codeste
notizie. Bisogna aver praticato a lungo i volghi delle cam-
pagne anche da noi in Toscana per capacitarsi della rivo-
luzione, che doverono produrre nella testa di quella gente
là e nelle poche idee, o meglio mostri d'idee politiche, che
vi s'appiattavan dentro da anni, novità come la battaglia
di Sedan, la prigionia di Napoleone e sopra tutto F occu-
pazione di Roma. La disfatta della Francia, creduta da loro
invincibile, della Francia, a cui il clero accennava come al-
l'unico sostegno del Papato, specie dopo Mentana, quella
poi non riuscivano a capirla. Tanto più che ci son voluti
molti anni perchè il popolo delle campagne per tutta l'Italia,
si ])uò dire, abbia potuto credere al fatto della nuova po-
tenza tedesca in Europa, e all'attitudine indi})endente che
vi tiene ormai il nostro ])aese nonostante tutti gli errori e
le fiacchezze della sua politica.
L'entrata del nostro esercito per la breccia di Porta Pia
è stato il primo grande avvenimento, che ha fatto sentire
anche lassìi tra i montagnoli dell'Amiata, nel piìi meschino
podere sperduto tra i campi e tra le boscaglie, che l'Italia
era davvero padrona di se. E, cosa notevole in quel primo
stupore di tutti, l'istinto del sentimento nazionale scattò in
Il Profeta ammonisce il Be di Prussia 205
un gran moto spontaneo di gioia, prima ancora die avesse
avuto tempo 'di farsi viva un'opinione contraria. In quasi
tutti i paesi della Montagna, anche in Piancastagnaio, ove
io ero allora, si suonarono le campane ; il clero non si
oppose. Cosa notevole, dicevo, clie mostra, secondo me,
come per un effetto singolare di prospettiva storica, nella
coscienza del popolo il ricordo, il prestigio di Roma, capo
d'Italia, si faccia sentire e apparisca piìi vicino che quello
di qualsiasi altra grandezza italiana. Passato però il primo
stupore e la gioia, vennero i sospetti, le immaginazioni
strane, suggerite alle due parti opposte da quella che lo
Spencer anche in questo caso chiamerebbe ignoranza della
causalità, e che nelle sue mille forme è sempre il fondo
comune degli errori popolari. V'era, per dirne una, chi so-
spettava nientemeno (lo sospettava anche David) che il Re
di Prussia tramasse un agguato air Italia e alla Chiesa,
mentre prometteva il suo appoggio a tutt'e due, e avesse
in cuore una nuova conquista. Non per nulla proprio il
giorno stesso della battaglia di ►Sedan era rovinato a un
tratto un fianco della torre di Monte Labaro, e David là
presente ne aveva cavato sinistro presagio per tutti loro.
Rivolgendosi al Re di Prussia, David gli gridava : " Ti dico
che non è vero tutto quello che prometti alla Chiesa. Tu
menti ; io ti conosco in virtù dello Spirito Santo, e per vo-
lere dell'Altissimo io so quello che covi in cuore e ciò che
altri non sanno. Pensaci bene prima di stendere le tue mire
di conquista,,. Tanto più, proseguiva il veggente, che il
re straniero sarebbe stato stolto se avesse creduto di es-
sere così grande come allora appariva. " Ti dico : no, non
credere a quelli che ti vorrebbero far gigante col ritlesso
206 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
di un lume di lucerna che ti hanno messo a tergo. Stolto
saresti se tu credessi di essere sì grande come te lo di-
mostra l'ombra tua. Sappi che un giovane di marziale aspetto
sortirà improvviso fra" popoli, e lo acclameranno cogF inni
le donne italiane come il secondo re d'Israele. Aspetta che
a Te questi sia noto. Esso scenderà da' monti, ed a Te
invierà un ami fasciatore; seco ti unirai, e quasi un terzo
dei popoli della terra a Te questo gran Monarca prediletto
di Dio donerà per sudditi, perchè cosi è la volontà divina.
Per ora muta proposito, e sia smorzata la tua superbia da
un umile sentimento; altrimenti mal ti avverrebbe,,.
E air ''' infelice nazione francese ,, , che gli era, diceva,
" assai cara ,, , consigliava come mezzo sicuro per salvarsi
dall'ira della giustizia divina " di spezzare l'empia statua
del Voltaire, e gettare al fuoco parte delle opere sue, sep-
pellirne le ceneri come un veleno d'inferno, e inalzare nel
medesimo luogo una statua del Redentore, tenente l'empio
negatore della sua divinità sotto i piedi „. Ciò che sopra
tutto preoccupava il profeta era il pensiero che il pa])a
fidasse nell'intervento degli stranieri, e gli gridava in una
sua profezia pubblicata nel febbraio 1871 : '■ Sappi che
sotto pretesto di proteggere il diritto della Chiesa, a te ten-
dono insidie e a tutta la nazione italiana.... Calma ci vuole.
Lasciamo correre le vicende come piace alla provvidenza....
Iddio ha voluto permettere ciò che oggi avviene per umi-
liare la superbia, la finzione e la inumanità di coloro, che
mal corrispondono al suo divin ministero ,,. E al Re d'Italia
diceva: "Mio re, ti fo noto che la maggior parte di co
loro che presiedono al Governo della tua Corona sono ne-
mici dichiarati di te e della tua nobile e illustre famiglia.
Le Lettere, gli Avvisi e le Predizioni 207
Essi hanno giurata la tna rovina e credi che sono veri as-
sassini del tuo sangue e di tutta la Nazione italiana. I
malvao-i ad altro non tendono che a rovesciare il tuo trono
e quel della Chiesa per poi ergervi sopra le loro cattedre
di liberalismo e di comunismo. La tua Corte l'hanno ridotta
una Babele, il tuo Governo una tirannide, un ladroneggio,
il tuo Codice, i tuoi Istituti sono ripieni di stupidezza, d'e-
resie e d'insulsi e inintelligibili progetti, che ripugnano alla
sana morale e alla ragione naturale. Ti dico che peggio
non potrebbe fare chi facesse cose apertamente contrarie
alla sana morale. Come la pensi, mio Re, di salvarti da que-
sta pessima gente? Io ti vedo. Essi ti hanno ridotto ad un
estremo e terribile punto ! Molto mi dispiace di vederti pe-
rire, con giubilo di quelli che hanno saputo adularti fino a
tal punto. Io non so che farti, mio Re; ti vedo in una brutta
posizione,,. (Avvisi e i)redizioni di un incognito profeta).
Così le prediche del Lazzaretti e gli scritti che egli
pubblicò in quelli anni rendono fedelmente, in mezzo a quel
che v'aggiunge la sua fantasia, l'ultimo sfondo della leg-
genda politica popolare di quei luoghi. Solo dal gennaio al
maggio del 1871 vennero in luce la Lettera ai parrochi,
gli Avvisi e le Predizioni d'un incognito profeta, le due
Lettere ai cittadini romani e quelle ai Popoli d'Italia. La
Lettera anonima è del febbraio del 1873. La forma di que-
sti scritti, anteriori al suo primo viaggio in Francia, non
ha in se di notevole che pili qua e piìi là qualche tratto di
descrizione viva, in cui la penna del barrocciaio divenuto
profeta corre felicemente sulla falsariga delle nostre leg-
gende di Santi, così popolari nel Trecento e scritte in una
prosa ch'è ancora la piii bella della nostra letteratura. Ma
208 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
il carattere o-enerale così dello stile come del contenuto di
codeste Lettere non ditterisce in sostanza da quello di tutte
le scritture, che la fantasia religiosa delle nostre plebi pro-
duce di continuo e manda in giro da secoli, specie per le
campagne. Sono scritture per lo piìi anonime, in cui le idee
e le tendenze dei tempi compariscono stigurate stranamente
su un fondo oscuro di tisime superstiziose, forse antiche
quanto l'uomo, e vi ritrovi un solo ìuotlro dominante, so-
lito sempre a operare negli animi popolari in ogni età un
po' agitata, lo stesso che vestì forme così potenti nei Pro-
feti e nell'Apocalisse : il presagio di grandi calamità fu-
ture unito alla promessa d'una liberazione finale per mano
di Dio. Dal fermento dell' immaginativa popolare, a cui si
ispirano sempre questi scritti, balzano fuori, come dalle pro-
fondità d'un vulcano in eruzione, immagini, sentimenti, ve-
rità e utopie pazze combinate spesso negli accozzi piìi mo-
struosi di cui sia capace la povera mente umana. E raro
però che tra gli elementi d'idee, che pur sogliono apparirvi
non s'accenni quella d'una forma di governo, in cui la teo-
crazia pili assoluta si accordi colla democrazia la più larga,
in cui ogni potere e ogni legge e sanzione penale emani,
a un tempo, da Dio e dal popolo, e il sacerdote sia re, e
il re esca dalla plebe, e religione, stato, morale e politica
siano una cosa sola.
Tale è pure l' idea che David ebbe sempre del migliore
tra i governi. La ritroviamo anche oggi in tutti i suoi se-
guaci, e così vaga e confusa com'è rende impossibile il de-
terminare se egli abbia mai appartenuto, sia pure senza vo-
lerlo, a un vero partito politico, nonostante tutto ({uello che
il clericale tentò per valersi di lui ai propri tini. Uno solo è
David e l'utopia del Frimaio italùino 209
il punto di contatto che i suoi scrìtti anteriori al viaggio
in Francia hanno colle tendenze politiche tradizionali della
nostra rivoluzione, e mostra quale sia stata sino dai suoi
principi la bandiera, a cui si raccolse per maggiore impulso
di memorie e di simpatie piìi larga parte del nostro po-
polo specialmente nelle campagne. Leggendo le Profezie,
il Risveglio e le Lettere, entrando anche oggi in politica
con qualche Lazzarettista convinto, non si può non pen-
sare alla grande utopia giobertiana del Primato, sfatata, è
vero, dal 1848, ej^pure, volere o no, unico tra gli ideali
della nostra rivoluzione, che due terzi e piìi del popolo ita-
liano han capito subito, han fatto suo e forse serbano an-
cora in un canto del loro cuore. Si può e si deve conside-
rarla un'utopia, anzi uno splendido sogno e non altro. " Ma
chi può negare ., — diceva anni sono al Conte di Cavour un
illustre scrittore italiano, parlando appunto del Primato —
"che anche i sogni facciano le grandi rivoluzioni ? „ Quello
lì valse, se non altro, a scuoterci da un torpore di secoli.
Quando l'esperienza venne e ci destò bruscamente, ci tro-
vammo fuori di strada, ma ci eravamo mossi e bastò. Per
la prima volta tutto il popolo italiano, dal piìi rozzo con-
tadino, dall'ultimo frate zoccolante sino al patrizio romano
e al papa, s'era mosso unanime in un pensiero di patria.
E si può capire come anche dopo la necessaria trasforma-
zione, che il nostro ideale rivoluzionario ricevè dalle classi
piìi alte e piìi colte nelle città, divenendo laico e antipapale,
nelle campagne invece gran parte della popolazione, che as-
sistè senza iniziative sue al moto unitario del 18G0, fosse
rimasta alle utopie federali, semiteocratiche, semiguelfe di
dieci anni prima. Se ne ritrovano le traccie in quella del
Gr. Baezellotti. 27
210 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
Lazzaretti e dei suoi. Nella loro mente l' idea di una pros-
sima federazione delle nazioni latine, destinate a prevalere
in ultimo su tutte le altre, perchè unite nella loro fede re-
ligiosa sotto la grande supremazia di Roma papale, si con-
giunse alla certezza, espressa piìi volte da David, che di
codesto rinnovamento civile e politico spetti l' iniziativa al-
l'Italia. Il futuro liberatore dei popoli, prediceva il Lazza-
retti, sarebbe italiano e si unirebbe alla Chiesa cedendo il
diritto e la dignità di rege al cajio supremo di essa, al
Pajya, e governando insieme con lui. Codesto pio duce della
milizia dei crociferi, la cui bianca figura ritorna a ogni
poco nelle Lettere di David, mi fa pensare ai Crociati di
Pio IX. Se non che Fammirazione e l'ossequio che il Laz-
zaretti professa sempre alla chiesa e alla gerarchia catto-
lica, non le salva dalle sue censure in materia di morale;
e al prestigio religioso che la Roma dei papi ha sull'animo
suo non si sa se prevalga il culto di Roma antica e delle
sue memorie classiche, confuse per lui in un solo affetto
colle glorie della Clrecia, ch'egli spera un giorno unita al-
l'Italia e alle altre nazioni latine. Il frate apparsogli la se-
conda volta in quella visione, che diceva di avere avuta
nell'aprile del 18()S, e che avea decisa la sua vocazione,
gli aveva detto, prendendoh) per mano: "Andiamo nel
Lazio, nella terra dei grandi,,. Tant'c; un ultimo fondo di
reminiscenze classiche greche e romane in Italia non puoi
fare a meno di ritrovarlo persino nei sogni dei profeti po-
polari e nelle novelline delle veccliiarelle.
^la se le profezie di David lianno il loro motivo ira-
mediato negli avvenimenti e nelle vicende di (jucl momento
storico così importante e agitato, che va dal 18(i9 al 1872,
Le profezie di David e l'anima nazionale italiana 211
i sentimenti e la materia fantastica che vi si mescolano e
concorrono a suggerirle, vengono dalle lontananze piìi re-
mote del passato dell'anima nazionale italiana, prendono ali-
mento dalle passioni, dalle speranze e dai terrori, dalle aspi-
razioni religiose, sociali e politiche, che V hanno commossa
per secoli e hanno avuto un'eco nella voce dei suoi vati e
e dei suoi veggenti, da Dante al Savonarola, dei suoi pro-
feti e dei suoi tribuni, da Gioacchino di Fiore, da Arnaldo
da Brescia e da Cola di Rienzo sino al Gioberti e ;il Maz-
zini. Sempre, ma in ispecie nelle ore piìi difficili e decisive
della vita del nostro popolo, codesta eco profonda delle sue
preoccupazioni s'è ripercossa sopra tutto nei predicatori che
gli son più andati al cuore, e in tutta quella folla di libri
anonimi che formano anche tra noi la ricca letteratura del
profetismo.
In quegli anni essa el)be, lo rammento, una forte recrude-
scenza in pubblicazioni d'ogni genere, tra politiche e reli-
giose, che andarono per le mani del popolo anche nei paesi
del Monte Amiata. David deve certo avervi attinto, avido
com'era di un tal genere di letture. E nelle prime dei suoi
anni giovanili e in (|uelle ch'egli fece poi durante la sua con-
versione, con l'ardore del neofita, mentre girava di convento
in convento a Roma, nella Sabina e in altre parti d' Italia
e praticava con sacerdoti, con monaci, con pellegrini, con
eremiti, devono essergli occorsi motivi ed elementi di pro-
fezie, popolari da secoli nel nostro volgo, ch'egli ha incon-
sciamente fatte sue e rielaborate con la sua fantasia.
Che sia cosi me lo mostra il ritrovarsi che fanno nelle
Lettere piìi che le tracce le linee già chiare dei vaticini di
Giovacchino di Fiore, le quali poi si allargano e si determi-
212 UXA VISITA ALLA TORRE 1)1 DAVID LAZZARETTI
nano sempre più negli scritti composti in Francia. Su
questo punto, capitale per V intelligenza del Lazzarettismo,
tornerò piìi qua. Ma io voglio dire fin da ora come mi
paia cosa notevole questa, se posso dir così, affinità incon-
scia, che doveva essere tra lo spirito religioso, da cui era
mosso dietro al suo profeta quel gruppo di montanari in-
colti ed esaltati, e le immaginose speculazioni apocalittiche
dei Gioachimiti e degli Spirituali francescani seguaci del-
VEvangelo eterno. Le quali sono, tra i pochi prodotti piti
immediati che ha dato la misticità religiosa italiana, quello
che pili a lungo e piìi largamente (dal secolo XIII in poi)
si è sparso uscendo dai conventi e dalle chiese, e ha agito
sull'anima delle nostre plebi.
David partiva la prima volta per la Francia nel marzo
del 1873. L'ultima delle Lettere, scritte in quel tempo e
eh' è del febbraio del 1873, la Lettera anonima di profe-
tici avvenimenti diretta, a tutti i miei fratelli in Cristo, ha
un' intonazione ancor più esaltata e piti minacciosa : pre-
nunzia imminente una firan rivolta fra i loopoli; ammo-
nisce i potenti, gli avari, gli egoisti, gli oppressori perche
si emendino ; torna a predire il liberatore, che sarà sposo
della Chiesa, e avrà in mano la verga, simbolo della ri-
forma dello stato politico, e a un dito la gemma, simbolo
'* di una nuova religione, la quale riformerà la Chiesa stessa
e distruggerà tutte le altre, e rimarrà unica nel mondo f no
alla consumazione dei secoli,,.
Uno dei motivi di tale esaltazione crescente, la ([iiale già
accenna a ({uella che vibra negli scritti composti in Francia,
erano certo le difficoltà incontrate dal profeta nella sua
propaganda e pel cattivo andamento delle associazioni, da
David va per la prima volta in Francia
21. -3
lui istituite ; causa continua di malcontento e di malumore
tra i suoi seguaci, coi quali egli viveva nell'eremo di Monte
Labbro. Ma a tenerlo inquieto contribuiva certo — non-
ostante la sentenza favorevole, avuta nel marzo del 1872
dopo il suo primo processo — il sospetto di poter essere
novamente arrestato. Si sapeva tenuto d'occhio dalla Po-
lizia per le sue relazioni col partito clericale, che dopo
Il Mugnello (pag. 138).
l'occupazione di Roma aveva qua e là dati piìi segni di
voler muoversi, e se proprio non cospirava, offriva però al
Groverno, anche nei luoghi apparentemente quieti, motivi
legittimi di sorveglianza e di timore.
David era, per le sue tendenze religiose mistiche e per
r indole del suo ingegno, tutt' altro che un cospiratore. Ma
dava ombra alle autorità politiche per F imprudenza del suo
parlare, pel vago minaccioso delle speranze e delle aspet-
214 DNA VISITA ALLA TORKE DI DAVID LAZZARETTI
tative, che le sue predizioni svegliavano in basso tra i cre-
duli, tra i malcontenti del nuovo stato di cose, e perchè
fino dai primi giorni della sua conversione era stato l'og-
getto del favore e della protezione del clero.
Queste ed altre ragioni e — com'egli andava ripe-
tendo — il comando divino, che gì' imponeva di separarsi
dalla famiglia per adeìiipire la sua missione, lo indussero
a lasciar l'Italia. Dopo una nuova visita ai suoi seguaci
della Sabina, e un breve pellegrinaggio a Roma, a Su-
biaco e nella diocesi di Alatri, ove visitò la Certosa di
Trisulti, rifece la strada verso il nord, andò a Torino, e
vi si trattenne vari giorni ; indi, in compagnia di un certo
Stapol, ricco inglese, conosciuto in viaggio, passò le Alpi
e si diresse alla Grande Certosa di Grenoble. L'Abate dei
Certosini di Trisulti gli aveva dato lettere di raccomanda-
zione pel Priore generale dell'ordine, che risiedeva nella
celebre Certosa francese.
Quivi stette cinque mesi, ospite del Priore, a cui il suo
ingegno italianamente immaginoso e quell'ardore sincero di
sentimenti religiosi e di mistiche idealità ispirò subito una
simpatia viva. In quel ritiro — dice un suo seguace —
" attendeva alla preghiera e alla penitenza e a scrivere
ciò che Dio gì' ispirava; qui scrisse // libro dei celesti fiori,
le R('(jol<' (lelV ordine crocifero e àoìV Istituto del futuro rego-
lare ordine eremitico, e qui ebbe molte rivelazioni ... // libro
dei celesti fiori lia in principio una lettera indirizzata al
Priore, il quale diresse e assiste l'opera dell'ospite. Questi
gliene esprime la sua riconoscenza affettuosa.
David avrebbe voluto continuare per la Francia e poi
per la Spagna quello che doveva essere il suo pellegri-
Ritorna in Italia 215
nag-o-io nei paesi stranieri, ma gV interessi, le sollecitazioni
dei confratelli di Monte Labbro, e il desiderio di comporre
i nuovi dissidi che li tenevano inquieti, lo richiamarono
in mezzo a loro. xVrrestato però nna seconda volta il 19 no-
vembre ISTo, e chiuso nelle carceri di Rieti («»-ià ho accen-
nato anche a questo secondo arresto e alla condanna che
lo seguì e all'assoluzione in appello), tornava nell'estate del
1S74 fra i suoi eremiti di Monte Labbro, ove rimase pili
di un anno.
Durante il suo soggiorno lassìi, continuamente turbato
dagl' imbarazzi economici in cui cadde, per colpa d'altri,
la gestione dei beni presi allora in affitto dalla Società
degli eremiti, — l'altra delle Famiglie cristiane egli l'aveva
già sciolta, — furono seguitati e finiti i lavori per le fab-
briche dell'eremo e della chiesa. Questa venne inaugurata,
presenti le autorità ecclesiastiche, il 29 settembre del 1875,
giorno di San Michele. Un prete Pierini, che io ho cono-
sciuto, ardente giornalista cattolico, gran reazionario, tenne
il discorso inaugurale. Si succedevano intanto frequenti i
visitatori e gli ospiti alla nuova Sion: italiani e stranieri,
laici e sacerdoti, uomini e donne del volgo dei paesi finitimi
e della campagna e della Maremma, credenti i piti, con
tutta la ingenua forza dell'anima loro ; e anclie borghesi e
signori e signore, ([uali per la curiosità di vedere da vicino
il profeta montanaro, quali per forza di fede e per intima
convinzione. Tra le signore è da ricordarsi Alice Gordon,
giovane e ricca inglese, che abitò due anni di seguito per
pili mesi nell'eremo di Monte Labbro facendovi l'aspra vita
dei penitenti; strana e misteriosa figura di pia sognante,
attratta lassii non si sa se dal fascino del profeta o dell'uomo,
21'i UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
che parlava a tutta l'anima sua e l'avvinceva d'uno strano
mistico incanto. Di lei quasi nulla è noto. I Lazzarettisti
la rammentano con affetto. Essi dicono che per questa sua
avventura religiosa la famiglia di lei l'abbia poi mal veduta
e abbandonata.
Intanto la disordinata amministrazione dei beni e del
danaro delle società, e le spese fatte pel processo di David
— delle quali erano entrati a parte anche i Certosini di
Grenoble — avevano esaurita la vena della beneficenza di
alcuni tra i primi e pili ardenti sostenitori del profeta. II
Salvi si era allontanato. I malcontenti, i nemici antichi, a
cui si aggiungevano alcuni, stati amici sinora e ora voltisi
contro, minacciavano nuove accuse; le autorità politiche
preparavano un altro processo. I fedeli consigliarono a David
di riprendere la via di Francia; ed egli, per mezzo di suor
Grregoria, si volse colà a un nuovo benefattore, che già lo
aveva spontaneamente soccorso durante il processo, e gli
aveva dato 8000 lire per la fabbrica della chiesa; a un
Leone Du Vachat, ricco possidente di Belley, — città del
dipartimento dell'Isère, — acceso cattolico, militante nella
parte clericale. Richiesto ora, rispose subito promettendo a
David di accoglierlo e di trovargli un luogo e dargli da
poter vivere in Francia lui e la famiglia. E mantenne la
promessa. Nell'ottobre del 187ò andò a Torino incontro a
David e ai suoi, che erano accompagnati dalla maestra della
scuola di Monte Labl)ro.
Leone Du Vachat ì' stato il vero e maggior benefat-
tore del Lazzaretti. Egli lo ospitò e lo mantenne con la
famiglia, per piii di due anni, prima a Saint Jean de
Maurienne nella Savoia, poi in una sua villa presso Belley,
Nuovo soggiorno in Francia 21'
poi a Lione, e fece istruire e educare il giovanetto Tur-
pino e la figlia Bianca. E a spese del Du Vacliat andò due
volte in Francia, e vi stette vari mesi, chiamato là da
David, il frate Filippo Imperiuzzi (tuttora uno dei piìi fe-
deli e perseveranti Lazzarettisti), che il profeta aveva nel
1872 conosciuto a Gradoli, sua patria, e affascinato fin dal
primo giorno con la sua presenza e con la sua parola.
L' Imperiuzzi era poi andato ad officiare la chiesa di Monte
Labbro insieme al Polverini, l'altro frate di Gradoli, che,
come dissi, aveva conosciuto David l'anno prima. Nella sua
Vita del Lazzaretti l'Imperiuzzi dice d'essere stato chia-
mato in Francia per ricopiare e correggere le opere scritte
in quegli anni dal suo maestro, e che il Du Vachat fece
tradurre in francese e pubblicare a sue spese. Certo l'Impe-
riuzzi, già frate filippino, uomo di pronto ingegno, non sprov-
visto di coltura ecclesiastica, nel copiare e ordinare le pa-
gine uscite di getto dalla vena dell'immaginazione incolta di
David e dalle sue letture tumultuose, vi fece sopra un la-
voro che non dev'essere stato soltanto di forma. Ma io credo
che in quegli anni, e in ispecie durante il soggiorno del
Lazzaretti a Lione, abbia esercitata un' infiuenza assai mag-
giore e decisiva, piìi ancora che sugli scritti, sulla mente
di lui, un'altra persona, certo di fino ingegno e di piti larga
coltura : il sacerdote Onorio Taramelli, milanese, che il
Du Vachat gli propose, e ch'egli prese come suo padre
spirituale. Il Taramelli rivide quasi tutti gli scritti di Da-
vid, fatti in quel tempo pubblicare in francese dal Du Va-
chat. A quali idee e tendenze dovessero ispirarsi i sugge-
rimenti e la direzione spirituale di questo dotto padre, può
dircelo quel che sappiamo di lui, che, per aver scritto con-
Ct. Barzeli.otti. 28
218 TNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
tro la mouarehia, era stato arrestato a Milano e poi era fug-
gito in Francia, e di là mandava di quando in quando ar-
ticoli ai giornali più reazionari d'Italia. I seguaci di David
dicono die il padre spirituale gli consigliò un giorno di
prender servizio nell'esercito austriaco ; strana proposta che
il profeta accolse con un sorriso.
La vena dell' ispirazione profetica di David crebbe
assai in Francia forse pel nuovo genere di vita a cui egli
si diede, pei contatti che v'ebbe con uomini di tendenze
intellettuali simili alle sue, e per la lettura della Bibbia,
specialmente dei Profeti, e dell'Apocalisse e dei mistici e
di Dante, dai quali prese molte idee ed espressioni aifatto
nuove che ricorrono d'ora in poi nei suoi scritti. Oltre pa-
recchie cose inedite annunziate da lui stesso, tra le quali
alcune debbono però esser rimaste sempre nella sua fan-
tasia, scrisse nel 1876 a Belligny presso Belley e pubblicò
in francese e più tardi in italiano il Manifesto al popoli e
al principi cristiani, seguito subito da La mia lotta con Dio,
ossia libro dei sette sigilli, descrizione e natura delle sette
città eterncdl. La nuova Riforma ed unica religione fra gli
uomini, ossia II libro dei Celesti Fiori, era, come dissi, già
stato scritto nella Certosa di Grrenoble quattro anni prima,
e uscì in francese nel 1876 insieme col Risveglio del po-
poli. L'edizione italiana, che ne fu cominciata ad Arcidosso
nel 1877, venne interrotta. Il libro circolò e circola ancora
manoscritto.
L'esaltamento religioso mistico, che si fissa e profonda
fino all'allucinazione nell'idea dell'infinito, e si lascia at-
trarre dalla vertigine sempre crescente dell'estasi, tocca ora
nella mente del Lazzaretti un grado, a cui non era mai
Le opere scritte in Francia 219
giunto sin qui. Il Libro dei Celesti Fiorì, dedicato a Pio IX,
mi pare il piti notevole dei suoi scritti, e sebbene ci riveli in
più tratti l'opera d'un' altra mente che lo ha ispirato o di-
retto, serba pur sempre l'impronta d'un ingegno rozzamente
originale qual'era il suo. E una serie di Lodi, divise in
brevi paragrafi, interrotte da versi e da Lamenfazionl, e in-
dirizzate a Dio, alla Madonna, ai Santi, agli Angeli e piìi
in specie allo Spirito Santo e anche alla potestà del Pon-
tefice e al genere umano. Ciò che lo scrittore dice delle re-
lazioni, che passano tra le tre persone divine, dell'avveni-
mento dello Sjjlrlfo Santo, che muterà la faccia del mondo,
e dell'opera riformatrice del suo futuro pacificatore, la lunga
e immaginosa descrizione deWliiferno e dei suoi tormenti,
nella quale le ispirazioni tratte da Dante si congiungono
a quelle derivate dai mistici medievali; questi e altri tratti
del libro mostrano nell'autore un ingegno non volgare e che
non è ancora tutto assorto nelle aberrazioni, a cui si abban-
donerà tra poco.
Il libro dei Celesti Fiori, ossia Iddio che parla nella
persona di un peccatore contrito, Ispilrandogll lumi celesti
sulle plÌL siMlml verità della Fede, si apre con una vi-
sione. David, che si era addormentato, pregando, nell'oratorio
di San Brunone nella Certosa di Grenoble, vede in sogno
fiorire di mirabili fiori odorosi le pagine scritte da lui, e
mentre, stupefatto, prega Dio di volergli rivelare il segreto
di questo prodigio, ecco apparire la Madonna tutta vestita
a bruno, e San Michele Arcangelo, quale già se l'era ve-
duto innanzi, anni prima, nella grotta della Sabina. Maria
gli dice di esser venuta a lui per annunziargli che dal suo
libro germoglieranno, come '' da un raso di divina elo-
220 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
quenza,,, fiori di carità, di giustizia e di fede nell'animo
di quanti lo leggeranno; esser venuta inoltre ''per mo-
strargli i segni terribili delVirata giustizia divina,,.
E allora innanzi agli occhi del profeta inorridito, pas-
sano scene spaventose di mali imminenti : pioggie di fuoco,
battaglie, stermini, incendi. La voce dello scrittore rende
qui l'eco, ancora vivissima in Francia, della guerra del 1870
e delle stragi e degli incendi della Comune. A David, che
piangendo invoca pietà e misericordia per gli uomini, la Ma-
donna risponde, dopo avere consultato l'Arcangelo, che l'ac-
compagna : essere oramai venuto il momento che la pietà e
la misericordia abbiano un limite, e la giustizia eserciti il
suo pieno assoluto rigore, fecondo di bene per l'avvenire.
E del prossimo avvenimento della giustizia fra gli uo-
mini e della profonda rinnovazione, che dovrà riceverne il
mondo, parlano nel libro le Lodi allo Spirito Santo : note-
voli sopra tutto, perchè qui nella visione profetica del Laz-
zaretti si delinea sempre più, e si svolge il genuino con-
cetto gioachimita di una missione dello Spirito Santo. Essa
deve succedere a quella del Padre, che diede a Mosè la
legge scritta, in conferma della legge di natura, e alla mis-
sione del Figlio, la quale fu promulgare la legge di Grazia;
deve concliiuderle, portando fra gli uomini quella che David
chiama la legge del Diritto, con espressione non troppo
chiara, ma in cui si vede però com'egli, arieggiando nel
suo libro il motivo profetico dei Gioachimiti, non stia olla
lettera dell' interpretazione, che ne davano gli spirituali fran-
cescani, da cui egli deve averlo preso, e che assegnavano
alla terza età il regno finale non della rigida giustizia, ma
dell'amore.
'•7i libro dei Celesti Fiori,, 221
Ministro di questa aspettata rinnovazione della società
umana e della Chiesa sarà un nuovo ^Messia, che David
annunzia, e nella cui persona mortale opererà, egli dice,
lo Spirito Santo. Parlando di quest'uomo, àtWUomo grande,
che somiglierà a Gesù Cristo, il Lazzaretti ce lo descrive
(alludendo a se stesso) nell'atto di scendere dai monti, se-
guito da pochi inermi, di avanzarsi acclamato fra i popoli,
poi avversato e combattuto dai potenti della terra, dagli
oppressori della patria e della fede, ch'egli vincerà e di-
sperderà con le armi delle sante milizie crocifere.
Alla vittoria del nuovo Messia e alla promulgazione,
fatta da lui, del codice della legge del Diritto, seguirà la
pace universale fra i popoli, tutti accolti in una stessa fede.
David descrive a lungo lo stato felice della società umana,
dominata dall'efficacia benefica e santa delle pie istituzioni
da lui fondate, retta da un governo, che sarà, a un tempo,
civile, politico e religioso, ma con prevalenza dell'elemento
religioso.
E l'utopia mistica di un futuro regno di Dio e dei suoi
eletti, simile a quello sperato, aspettato, durante tutto il
Medio Evo e dopo — in mezzo alle commozioni e alle lace-
razioni della coscienza religiosa cristiana, onde uscì la Ri-
forma — da quanti esecrarono e piansero la corruzione, la
mondanità del sacerdozio e del Papato, e ne invocarono una
futura rinnovazione morale. Il disegno del riordinamento ci-
vile e politico, sognato da David, che dovrebbe accompa-
gnarla, ricorda nelle sue linee principali quello immaginato
dai seguaci ([^W Evangelo eterno, in cui gli ordini religiosi
avrebbero dominato il mondo. Egli dà, è vero, ai tre or-
dini di sacerdoti e di laici e di pie donne, che saranno,
222. rxA VISITA alla torre di david lazzaretti
dice, istituiti daWUomo grande dojDO la sua vittoria, intenti
civili pratici di educazione e di beneficenza ; vuole che nella
società futura, qual'egli se la foggia, il clero ''sia distaccato
da tutte le 'inondane ingerenze ,,: che la supremazia religiosa
del Pontefice rappresenti in codesta futura società non altro
se non la fonte originaria, da cui emaneranno tutti i poteri
civili, e che dovrà solo invigilarli e illuminarli dall'alto. Ma
in mezzo alle contradizioni, in cui qui cade più volte lo
scrittore inesperto, ora accennando a un ideale di Stato asso-
lutamente teocratico, ora avvicinandosi al concetto dell'indi-
pendenza del potere civile dal religioso, un punto resta però
sempre fermo per lui : la sua convinzione della superiorità
del governo sacerdotale ed ecclesiastico sul governo laico,
del dovere che questo ha di professarsi obbediente e suddito
a quello, e del trionfo finale, che il diritto della monarchia
divina universcde della Chiesa riporterà sui suoi avversari.
La mia lotta con Dio, l'ultima delle opere scritte in
Francia, è quella in cui le immaginazioni apocalittiche,
giunte ora al grado estremo della loro potenza di ossessione
sulla mente esaltata del profeta, ci appariscono composte
in un sistema simbolico.
Il libro, che David dice scritto in trentatrè giorni, è,
quanto alla forma, la soprapposizione di due imitazioni roz-
zamente tentate dallo scrittore : di quella della Bibbia e del-
l'Apocalisse e di quella del Paradiso di Dante. Dico : roz-
zamente, perchè nelle 1*J4 pagine, su cui s'aggrava un'arida
monotonia d'immagini e di simboli strani, ripetuti diecine e
diecine di volte sino a dare le vertigini, se apj)arisce ogni
tanto in un certo rilievo la materia fantastica greggia,
l'arte manca quasi del tutto.
■' La mia lotta con Dio .. 223
La mìa lotta, co ri Dio ha treiitatrc parti, tante quanti
i canti del Faradko di Dante, divise ciascuna in versetti,
come le Scritture.
Anche questo lilu'o si apre con una visione ; anzi è
tutto quanto una visione. E il racconto di un rapimento,
durato — ci dice David — trentatrè giorni, nel quale
prima egli vede apparirgli su un altissimo monte Iddio,
assiso in trono, e ha con lui un colloquio accompagnato da
tuoni e da folgori ; poi vien sollevato in cielo, ed è messo
a parte del mistero della sua intima comunione personale
con Cristo.
Il lungo dialogo fra Dio e l'Uomo occupa quasi la metà
dell'opera, e ce ne spiega il titolo. E una miracolosa gara,
in cui David, nuovo Israello, è chiamato a cimentarsi con
Jo spirito di Dio; il quale ripetutamente gli comanda di
compiere la sua missione, e di farsi banditore ed esecutore
dei decreti della tremenda giustizia, che dovrà colpire tutti
gli uomini.
David replica opponendosi, contrastando ad ogni nuova
intimazione divina; parla, torna a parlare sempre in nome
del perdono e della misericordia; e benché cada piìi volte
come fulminato dalla voce divina, torna a rialzarsi e riaf-
fronta la lotta della pietà contro il rigore della legge.
La mirabile gara si chiude con una specie di compro-
messo. L'Uomo si acqueta al volere di Dio, riconosce la
necessità inevitabile della sua giustizia, ma si offre, nuovo
Cristo, come vittima di espiazione delle colpe dei suoi si-
mili, e come mediatore di una seconda alleanza tra l'uma-
nità e il cielo. Il patto di questa nuova alleanza, che già
era nei disegni divini, viene accettato. Dio benedice in David
224 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
i nuovi eletti, che da lui e dalla legge del Diritto da essi
seguita, si chiameranno i Giurlsdavidici.
Il profeta ha da Dio il comando di recarsi a Roma,
di manifestare aW AngeUco (a Pio IX), tutta la sua visione,
e di stringere un accordo con lui e con la Chiesa, alla
quale anche in questo libro seguita a professarsi fedele.
E qui la visione cangia e si solleva sempre piìi. David
è rapito in cielo ; si sente unito all'essenza divina, che da
ogni parte lo rispecchia; vede sette angeli, ciascuno dei
quali ha in mano un lil)ro, e tutti uno dopo l'altro ne aprono
il sigillo per comando di Cristo. I primi sei libri sono le
figurazioni simboliche delle età, per cui è passata l'alleanza
tra Dio e gli uomini, rotta e rinnovata più volte : dal pec-
cato del primo padre e dal fratricidio di Caino all'uscita di
Noè dall' x\rca, e giìi giìi lungo tutte le vicende del popolo
eletto, sino alla nascita di Cristo e al suo sacrificio sublime.
E in .sostanza tutta la materia dell'antico Testamento, che
David tenta di delineare a rapidi tocchi con mano da prin-
cipiante, non però senza qualche tratto dun certo bizzarro
vigore di sintesi immaginosa.
Poi nel settimo libro, diviso in altri tre libri, è accen-
nata la storia della Chiesa: dalla discesa dello Spirito sugli
Apostoli, dal trionfo della nuova fede sotto Costantino sino
alla degenerazione della vita del sacerdozi(» e del Papato
e agli scismi e alle eresie medievali; dalla Riforma sino ai
nostri tempi, che vedranno una redenzione nuova.
E qui il rozzo misticismo del profeta accumula simboli
sopra siml)oli e immagini sempre jdìi strane ed oscure per
adombrarci il mistero dell'intimitìi. anzi dell'identità della
sua missione e della sua persona con la missione divina e
Il Manifesto ai lìopoli e ai principi cristiani
225
con la persona di Cristo. Egli è veramente — e tale si
fa proclamare dalla voce di Gesìi in cielo, assenziente Dio
Padre — la viva tignra di Cristo, nella sua seconda venuta
fra gli uomini, in persona di Vacc e Giudice.
Il libro termina con la descrizione delle sette citta eter-
nali. Sorgeranno, la prima, sulla cima di Monte Labbro, e
David s' indugia con compiacenza paterna a descriverne le
Il ]\rugnello, con resti di antica fontana (pag. 138).
meraviglie; le altre, in paesi stranieri: una in Francia,
presso Lione, una in Spagna, una in Grrecia, altre in Ger-
mania e in Inghilterra, l'ultima presso Gerusalemme.
Il Manifesto, finito di scrivere nel febbraio del 1876,
ha intento immediato, pratico. (Il titolo francese è : Ma-
nifeste de David Lazzaretti aux peuples et aux princes
chrétiens). E una specie di idtimatmn a tutte le potenze.
David vi si annunzia ormai senz'altro come il Monarca
G. Bakzellotti.
29
226 rxA VISITA alla torrk r>i OAVin lazzaretti
aspettato, come un secondo Messia, di cui parlano le pro-
fezie ; si dice uscito da famiglia di re ; racconta la storia
della sua vocazione e della sua propaganda; si dichiara
pronto e risoluto a intraprendere, col soccorso di tutti i prin-
cipi cristiani, la riforma del mondo, e intanto invoca questo
soccorso, dicendo maturi i tempi, prossimo il regno dello
Spirito Santo, pericoloso il differire, e minacciando che se
non g'ii verrà concesso l'aiuto che chiede ai cristiani, egli
ricorrerà agli infedeli per eseguire col braccio loro ciò che
non potè con quello delle nazioni cristiane. — E, si noti,
la minaccia che troviamo già espressa in alcune delle pro-
fezie deìY Evangelo eterno. — Gruai alle nazioni cristiane
quando facessero il gran rifiuto ! E poiché David lo pre-
vede, profetizza che esse ne saranno punite da sei teste
dell'Anticristo. T^'Europa le vedrà sorgere nel suo seno, ap-
portatrici di sterminio.
La parte del Manifesto, che mi pare piìi notevole, è
l'appendice, in cui lo scrittore, dopo avere esposti ^' i fatti
soprannaturali,, della sua vita, ne presenta ai lettori "la
discussione mistica e naturale,,. E questa si riduce a una
specie di esegesi apologetica dell' idea gioachimita di un
necessario compimento della legge divina rivelata, da at-
tendersi in una terza etìi del mondo, nell'età della riforma
e del regno dello Spirito Santo. Le ragioni che David
porta per sostenere la legittimità di questa riforma, sono
le stesse che avrebbe potuto addurre un controversista
scolastico.
Lo spinalo delle quisquilie teologiche, in cui David s'era
infrascato già da vari anni, ora raffittisce sempre pili e re-
spinge il lettore ; ma la forma e l' intendimento di queste
Le sei teste dell'Anticristo 227
pagine fanno pensare a qualche nuovo amico e consigliere
del profeta, a cui siamo molto probabilmente debitori di
tutto questo sfoggio d'erudizione sacra. Può essere stato
il Taramelli; può essere stato chi, traducendo gli scritti del
Lazzaretti in francese, e in un francese tutt' altro che ine-
legante, gli SUggeri forse la forma e lo svolgimento più
largo, che d'ora in poi prende la sua utopia politico-reli-
giosa. Me lo fa supporre il vederla corredata da tutto un
sistema d' interpetrazioni teologiche che accusa l'abito di
un'altra mente; il vedere come al concetto del primato ita-
liano nei futuri rivolgimenti d'Europa sottentri quello d'una
iniziativa e d'un'importanza assai maggiore che vi avrà la
Francia per via di tre falsi pretendenti alla sua corona; il
vedere finalmente come quelle sei teste dell'Anticristo, mi-
nacciate ora per la prima volta da David nel Manifesto,
simboleggino quasi tutte altrettanti nemici della Francia e
del partito clericale legittimista.
E che a supporlo io non corra troppo ce ne dà una
prova lui stesso, questo buon amico di David, questo Laz-
zarettista francese, che gli sta davanti forse a suggerirgli
interi brani del Manifesto, e proprio là dove vi si parla delle
sei teste dell'Anticristo, non può trattenere un moto troppo
vivace della sua, e fa vedere al pubblico dei lettori sorri-
denti la punta d'uno zucchetto da prete o da sagrestano.
11 tratto è comico e vai la pena di provarsi a descriverlo.
A pagine, dunque, 32 e 33, David profetizza: "La prima
testa sarà un antipapa scismatico; non farà molto male
alla cristianità, perchè vivrà pochi mesi dopo fatto papa „ ;
e l'amico suggerisce giù in nota: "Che sia il Cardinale
Hohenlohe? „ — " La seconda testa „, seguita David, " sarà
228 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
un prete predicatore anticattolico, di nazionalità francese,
seguace di uno tra i falsi pretendenti al trono di Francia „ ;
e l'amico giìi in nota: "Che sia il padre Giacinto?,,
— David va innanzi imperterrito, senza che l'amico sng--
gerisca chi sarà la terza testa : " La quarta testa vedo
che è un veccliio frate dell'ordine di San Francesco d'As-
sisi, di nazione italiano, che predicherà in pubblico sulle
piazze di Roma e delle altre capitali d'Italia contro la di-
vinità di nostro Signor Gesù Cristo,,. Qui il suggeritore
brontola dal suo casotto: "Non può essere che fra Pan-
taleo cappellano di Garibaldi ,,. — Ma il meglio viene ora.
"La quinta testa.,, è sempre David che detta, "sarà un
principe scismatico ; verrà di fuorivia dal Nord con un
grande esercito ; avrà fatto giuramento insieme con altri
principi scismatici suoi alleati, d'estirpare la religione cat-
tolica. Uccideranno, massacreranno attraverso la Francia,
la Spagna e l'Italia,,. Chi sia pel suggeritore e traduttore
di David questa quinta testa dellWnticristo ve lo immagi-
nate già : è naturalmente il Principe di Bismarck. Il quale
non si sarà, credo, mai accorto d'essere un tale e tanto
nemico di tutto il norne latino, molto meno poi d'avere a
esser messo cosi in un mazzo con fra Pantaleo, e in una
profezia, dove tutte le spese del terribile futuro che v"è di-
ijinto le fa il passato. " La sesta testa sarà un cardinale
spagnolo che cercherà di farsi fare papa, e non potendo
saziare la sua ambizione e la sua avidità di danaro, si ri-
volterà contro la Chiesa,,. L'amico di David non sugge-
risce chi sarà questa ultima testa del mostro.
E ora (jui io non vorrei esagerare. Ma mettendo insieme
Li mutazione avvenuta senza dulibio nelle idee di David, il
Cospirazione clerico-legtttimi^ta 229
tono del Manifesto, tutt'altro da quello dei suoi scritti an-
teriori, col precipitare che egli fa d'ora in poi negli eccessi
di linguaggio e di condotta, ai quali si deve la sua morte,
non stento a supporre ciò che, per notizie raccolte da
agenti della Pubblica sicurezza, sospettò anche il Tribunale
senese nel processo dei Lazzarettisti : cioè, che codesto o
qualsiasi suggeritore di David possa aver fatto con lui
anche la parte d'eccitatore; che in Francia, tra il 1<S7.-) e
il 1878, vi sia stato chi al ricevere le confidenze di que-
sto ingegnoso entusiasta italiano, pieno di coraggio e di
fede, pronto a spender tutto se stesso per un'idea, di que-
sto profeta popolare, nella cui parola giuravano migliaia di
montanari, stretti, com'egli diceva, in sodalizio potente,
abbia concepito il disegno d'averlo strumento, forse anche
capo di un moto vòlto a rialzare in Italia, a un tempo, e
in Francia le sorti della parte clericale legittimista. Mai,
come allora tra il 1877 e il 1878, si era tanto parlato in
Francia d'una possibile restaurazione della Monarchia di
San Luigi. Il Presidente àoiV Imperiale e reale repubblica
francese, come la chiamavano tra noi, pareva dovesse sa-
perne qualcosa anche lui. E in Italia, coU'avvenimento della
Sinistra al potere, specie nei primi giorni del primo mini-
stero ch'ebbe a capo il Cairoli, gli animi di quanti aspet-
tavano ansiosamente cose nuove s'eran cominciati a solle-
vare. Le fazioni estreme sovversive, anche se opposte tra
loro, si sa che per lo piìi contano l'una sui disegni del-
l'altra, perchè vòlte tutte del pari a buttar giìi quegli or-
dini civili, cui esse vogliono far sottentrare i propri. Qual
maraviglia che i clericali francesi piti fanatici abbiano spe-
rato allora, come sperano forse anche oggi, nei più avven-
230 TNA VISITA ALLA TOREE PI DAVID LAZZARETTI
tati tra i rivoluzionari d'Italia? Qui poi nel caso di David
c'era di più questo: che le sue idee religiose e civili, vaghe,
oscillanti, arruftate com'erano, potevano, se avesser preso
piede nelle campagne, prestare addentellato ai partiti piìi
estremi e opposti, valer molto, se non altro, come leva d'in-
surrezione tra i volghi ignoranti, coni' appello a un nuovo
'^ Viva Maria!,, E poi il luogo, da cui codesto moto si sa-
rebbe irradiato, poteva parere, se altro mai, opportuno al-
l'impresa. Era là nel cuore d'Italia, a cavaliere tra la To-
scana e gli antichi Stati pontifici, ma non molto lontano dal
mare, in vista della Corsica, che da Monte Labbro nelle mat-
tinate chiare quasi si scorge a occhio nudo, fra monti aspri,
incolti, acconci agli agguati delle guerriglie, tenuti, dice-
vano, da gente fiera, immaginosa, credente, sensibilissima.
In tutto ciò c'era quanto poteva bastare ad accendere la
fantasia di qualcuno di cotesti campioni francesi del trono
e dell'altare, la cui favolosa ignoranza delle cose d'Italia ci
ha fatto sorridere tante volte e di cuore.
Ma a questo pio disegno legittimista, se pure chi lo
concepì pensò mai sul serio ad effettuarlo, sarebbe mancato
l'appoggio tra noi. Alle suggestioni, che certo vennero dal
di fuori a tentare quei montanari, qualcuno può aver pre-
stato orecchio in principio, specialmente qualche prete. Esse
rimasero però senz'effetto sui piìi. Il basso clero, anche nel
Monte Amiata, e in fondo del cuore assai piìi italiano che
non si creda ; e a ogni modo, se può ancora molto su quelle
popolazioni, non ha in mano sua alcuna efficacia politica.
Una parte di quello d'Arcidosso favori, è vero, sul princi-
pio in David l'uomo della conversione miracolom, il cui
esempio doveva edificare i credenti, rinfuocare i tiepidi nella
Roma impah non fidò mai in lui 231
fede. Il vescovo di Montalcino fece, come ho detto, consa-
crare la chiesa di ^Eonte Labbro. Il parroco d'Arcidosso,
uomo colto e ingegnoso, disse a me di aver creduto in prin-
cipio che David fosse veramente un chiamato da Dio, per
ciò averlo preso con se piti volte e presentato al popolo di
que' paesi li intorno. Quando poi sull'ultimo il profeta uscì
dalle dottrine della Chiesa e fu condannato da lei, l'arciprete
di Arcidosso gli si volse contro e lo combattè anche dal pul-
pito. Ma in Vaticano sin dal primo giorno ch'egli vi andò,
pieno di speranze nella sua missione, nessuno di quei fini co-
noscitori degli animi umani dev'essersi ingannato sul suo
conto. Pio IX, di cui egli era devoto, lo ascoltò, lo benedì e
lo rimandò in pace. Roma ha sempre guardato con sospetto
codeste nature mistiche, immaginose, dominate da un' idea
sola, le meno atte di tutte a servire i disegni pazienti della
sua politica, che, massime da Trento in poi, non è stata in
fondo se non una serie di fini compromessi colla potestà laica,
a cui si appoggiava. S'è valsa bensì sempre delle più grandi
e delle piti forti tra codeste anime, quando ha potuto farle
sue e disciplinarle ai propri fini ; le altre, di cui dubitava, le
ha sempre respinte da sé. David poi, anche a chi l'avesse
conosciuto da poco senza farsi una chiara idea del vero stato
della sua mente, doveva apparire quello che era di fatto :
un'anima insofferente d'ogni freno, pronta a tutto fuorché a
quella rinnegazione di sé, ch'è il primo passo per servire ef-
ficacemente qualche grande idea impersonale. Un tale uomo
nei primi secoli del Cristianesimo sarebbe stato un eresiarca
ardente, il capo di qualche setta religiosa, disposto a morir
martire per la sua Gnosi. Nei suoi piìi vivi fervori religiosi il
Medio Evo avrebbe avuto in lui un Millenario, un Flagel-
232 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
laute, e se fosse nato in Grermania, un fratello del Ubero spi-
rito, un seguace di Meister Eckhart o, piìi tardi, di Jacob
Boehme. Italiano e nato nel secolo decimonono, egli non po-
teva restare a lungo sotto la disciplina della propaganda cat-
tolica clericale diretta dalla Chiesa romana. Roma lo capì su-
bito e non gli badò se non quando la sua popolarità, i libri
scritti da lui in Francia e forse le relazioni che egli vi aveva
contratte, potevano renderlo pericoloso alla (juiete della co-
scienza e all'ortodossia dei montanari dell' Amiata. L'occa-
sione che doveva rivelarlo tutto quanto non tardò a venire.
Il suo soggiorno in Francia doveva affrettarla. La vita
ch'egli vi conduceva ormai da più di due anni, chiuso in
casa per giorni interi, spesso senza prender ciljo, e tal-
volta passando le intere notti a pregare, a scrivere, a ri-
muginare in testa i suoi sogni, avvezzo com'era invece
al continuo moto, all'aria vibrata dei nostri monti, non po-
teva non renderlo inquieto, non accrescere insieme colla
debolezza del sistema nervoso l'eccitabilità della sua fan-
tasia, già disposta a lasciarsi travolgere sempre più nelle
spire d'un' idea sola. Le allucinazioni e i fenomeni cata-
lettici, che gli erano sopravvenuti già più volte, ora gli
si rinnovarono con pericolosa intensità. In uno di questi,
che lo colse a Grenoble, ebbe, diceva, una visione, nella
quale gli parve d'esser tentato, come Cristo nel deserto,
dallo spirito maligno. Quel rapimento di .■).•) giorni, ch'egli
scrisse avergli dato la visione narrata nella sua Jjotfa con
Dio, non fu forse che una lunga allucinazione. E in uno
di questi rapimenti — narrano i Lazzaretti sti — egli ebbe
da Dio il comando di fondare in Francia la capitale del
nuovo impero del mondo, ove si sare))be compiuta la lii-
Vuol fondare la città di TrisUonia 233
forma dello Spirito Santo. La città a ciò designata " rial
gran Monarca, die allora trovavasi incognito in Francia,,,
doveva sorgere sulle rive del Rodano, e avere per suo cen-
tro Lione, ma estendersi in circonferenza quattrocento e piìi
chilometri e venir chiamata Trislionia. Per disegnarne la
pianta David si fece portare la carta del dipartimento ov'è
Lione ; e messovi sopra quattro volte, senza guardare dove
lo posava, l'indice della mano destra, fissò in quattro punti,
opposti tra loro, i luoghi, che poi furono letti nella carta,
pei quali egli e il Du Vachat e il figlio Turpino dovevano
passare, tracciando in uno strano viaggio, da farsi tutto a
piedi, la periferia della città immensa. E detto fatto : i tre
si misero in viaggio, e andarono, andarono, giorno e notte,
pellegrinando, spesso maltrattati, derisi, respinti dai luoghi
ove chiedevano di riposare. Soffersero molto pel cammino
e per la sete — era l'agosto del 1877 — ; ma di loro chi
pili sofferse — dicono i Lazzarettisti — fu David, a cui
troppo doleva di aver dovuto scegliere a sede della grande
città, '^ camera cìeìl'impero del mondo „ , non l' Italia sua
patria, ma la Francia. Se non che Dio aveva comandato
e bisognava ubbidire.
Con i motivi di esaltazione morbosa, che gli dava quel
suo vivere là troppo solo e chiuso in un eccessivo lavoro
mentale, altri se ne aggiungevano a renderlo inquieto. Lon-
tano dai suoi seguaci, che per lui eran tutto, e che col loro
favore e con la loro fede gli avevan fatto gustare così viva
una delle sodisfazioni più altamente umane che vi siano,
quella di operare sull'anima altrui, ora egli sentiva che co-
desto suo potere si dileguava ogni giorno pili con la sua as-
senza. Era preoccupato delle voci, che arrivavano fino a lui,
G. Barzellotti. 30
234 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
di gravi dissensi sorti tra gli affigliati alle società di Monte
Labbro, del pessimo andamento dell'amministrazione dei
beni tenuti- in comnne. Si vedeva perseguitato, incalzato
per ogni parte da calunnie di nemici veri o immaginari;
e quest'ansietà, come già apparisce dai Reproches adressés
a mes coopérateurs, scritti nel luglio del 187(J, non gli
dava pili tregua ormai. Ma ciò che doveva fargli scendere
tutto il pendìo della passione, a cui era in preda, non po-
teva esser che un fatto capace di dare V impulso estremo
all' idea mistico-politica dominante in lui, e di spingerlo a
voler tradurla in atto a ogni costo.
Il liliro La mia lotta con Dio, scritto nel 1870 nel
ritiro di Belligny, e stampato in italiano ad Arcidosso nel
1877, aveva svegliata l'attenzione delle autorità ecclesia-
stiche ; e David, che nel noveml)re di quell'anno tornò an-
cora una volta a Roma, non vi fu ascoltato. I vescovi di
Montalcino e di Montefiascone sospesero a divinis ì sacer-
doti Polverini e Imperiuzzi, e interdissero la cappella di
Monte Labbro.
Intanto le audaci immaginazioni apocalittiche, così vi-
vamente colorite negli ultimi scritti del profeta — uno tra
questi, rimasto inedito, era intitolato Jja Jine del inondo
e la seconda venuta di Cristo — avevan cominciato ad
alienargli l'animo dei suoi amici e protettori francesi. Sin-
cero 0 no nella sua amicìzia per David — i Lazzarettisti
dicono ch'egli non fu mai sincero — il sacerdote Cara-
melli, legittimista e austriacante, non poteva certo apju'o-
vare i mistici sogni e i manifesti propositi di riforma espressi
ora dal suo discepolo spirituale. Egli si ruppe coli' Impe-
riuzzi, che alla fine del 187G era venuto a Lione per co-
Ciò che lo fece ritornare hi Italia 235
piare gli scritti del maestro, e vi era rimasto vari mesi,
e lo fece partire e tornare a Monte Laljbro per ordine del
Du Vachat, la cni fede in David già vacillava. L'ardente
partigiano francese, che pure fece stampare a sue spese
La mìa lotta con Dio, non potè tardar molto ad accor-
gersi che il profeta, divenuto apertamente ribelle ormai alle
idee tradizionali della Chiesa, non era piìi l'uomo, ch'egli
aveva prima immaginato, da servire agli intenti della parte
clericale. Con l'assistenza del ''grande benefattore fran-
cese,, venne così a mancare a David l'unico appoggio ef-
ficace, che gli aveva reso possibile di stare a lungo in
Francia e di avervi con se la famiglia. Quando nel 1877
parti per Roma, la moglie e i tìgli, che rimasero a Lione,
furono alloggiati per carità da alcune monache a St. Chamond
presso la città, ov'egli pure poi andò a stare gli ultimi mesi
del suo soggiorno in Francia.
Sui primi di febbraio del 18 78 — poco dopo la morte
di Vittorio Emanuele — moriva Pio IX. E tutti coloro che
sanno come la sua lunga vita abljia nutrito per anni e anni
nei fanatici oltramontani e in una parte del clero d'Italia
l'aspettativa di un ultimo definitivo trionfo della Chiesa,
ch'egli — dicevano — era destinato a vedere, può com-
prendere quante speranze e quante illusioni dovè troncare
quella morte.
David credette di potervi scorgere il termine di quella
ch'egli chiamava Vera della Legge di Grazia, della quale
Pio IX era stato l'ultimo papa. Con lui — Pietro secondo,
poiché aveva ^^ veduto gli anni,, del primo — cessava la
successione dei pontefici romani. Col prossimo l-t marzo
sarebbe cominciata una nuova èra, la terza età del mondo,
236 UNA VISITA ALLA TOERE DI DAVID LAZZARETTI
Vera della nuova legge del Diriffo, ossia della Riforma
dello Spirito Santo.
11 profeta ne diede subito l' annunzio al mondo, e più in
particolare alle nazioni latine, promulgando con la sua auto-
rità di Gran Monarca una serie di Editti, che dovevano
precedere il futuro Codice della Riforma, da lui piìi volte
annunziata. Dal 14 marzo in poi, la successione dei nuovi
pontefici — diceva il primo editto — si sarebbe fatta in
Francia, e i conclavi futuri, cominciando da quello immi-
nente, avrebljero dovuto adunarsi nella città di Lione, anzi
di Trislionia, a ciò designata dal Gran Monarca, che l'a-
veva eletta per sua sede. Di là dodici apostoli avrebbero
mosso tra poco a propagare i principi della grande riforma.
E annunziando maturi i tempi a compierla, usciva dal vago,
in cui erano rimaste finora avvolte le sue predizioni; dava
come già fisso e imminente, poiché ormai non doveva venire
più tardi del 14 agosto, il giorno dell'apparizione del grande
liberatore, del duce delle sante milizie crocifere, sotto la cui
condotta la Chiesa e la società umana sarebbero rinnovate,
il trono sarebbe riunito all'altare, la religione e la vita del
clero verrebbero purificate, sopiti in una pace universale i
dissidi sociali, accolti tutti i popoli sotto un solo pastore e
sotto una sola fede. E tra le novità principali dei futuri
istituti religiosi gli Editti annunziavano " l'abolizione del
voto del celibato e d'ogni vincolo imposto alla libertà di
coscienza,,. ]Ma a quest'ultimo stato di felicità e di pace
sociale non si poteva giungere che attraverso lunghi v ter-
ribili rivolgimenti e l)attaglie, delle quali il profeta dava ai
suoi fedeli la parola d'ordine. E spiegava le sigle simboli-
che da iscriversi sui vessilli, e il segno di riconoscimento
Gli Editti del Gran Monarca 237
tra i combattenti. Era quello stesso ch'egli portava impresso
in fronte *' sulla viva carne ., . Poiché egli era veramente il
messo di Dìo. " Io che vi parlo a nome di Gesù Cristo,
sono la viva figura di esso.,. E alle liete promesse gli
Editti univano le minacele di tutti i rigori della giustizia
religiosa e civile, che porterebbe seco nel suo pieno adem-
pimento la Legna del Diritto. In mano del Gran Monarca
essa sarebbe stata, doveva essere, inesorabile, massime con-
tro i pastori e i ministri del culto gaudenti e corrotti. " A
voi parlo, Giuda Iscarioti, che avete tradito Cristo per l'a-
vidità dell'oro e per la comoda vita; per voi piìi che per
gli altri saranno terribili i giorni da me accennati e poco
lontani „.
Gli Editti furono subito spediti a Roma al nuovo pon-
tefice. Non so se siano mai venuti in mano a Leone XIII.
Uomo di così fino giudizio, di assai maggiore intelligenza
e pratica delle cose umane che non fosse Pio IX, Papa
Pecci, se li avesse letti, si sarebbe contentato di sorri-
derne. Ma i Lazzarettisti affermano che allora venne a
David invito espresso di recarsi a Roma, per presentarsi al
Sant'Uffizio.
Egli partì subito per l'Italia, ma giunto in Toscana,
passò per Monte Labbro. Quando il 7 di marzo si pre-
sentò ai suoi, accorsi in folla per riabbracciarlo, era tutto
vestito a bruno e aveva il bruno al cappello. A chi gli do-
mandò perchè vestisse così, rispose che portava il bruno
per la morte del Re. " Nessuno lo comprese allora — di-
cono i suoi seguaci ; — ma egli parlava di se ; andava a
ricevere la condanna di morte dal sinedrio romano,,.
La sera del giorno seguente, dopo detto in chiesa il
238 UNA VISITA ALLA TOEEE PI DAVID LAZZARETTI
rosario, si volse ai preti Polverini e Imperiuzzi, e ordinò
loro, con l'autorità ch'egli disse essergli data da Dio, su-
periore ad ogni altra, di proseguire a celebrare la messa
nonostante il divieto ecclesiastico, e di sostituire d'ora in
poi alla confessione auricolare quella di emenda, concedendo
un perdono generale a chi umiliato e contrito si sarebbe
prostrato ai loro piedi a domandare il perdono dei suoi
peccati.
Riunì poi i discepoli piìi fidi in una stanza dell'eremo;
— intanto fuori, nella notte alta, imperversava sul monte
una bufera di vento e di grandine ; — ed esposto loro il
senso del suo libro La mia lotta con Dio, si proclamò
Cristo Duce e Giudice, l'aspettato dalle nazioni, il Leone
della tribù di Giuda^ l'unto del Signore. "Io vado — disse
— a Roma, alla gran città, per parlare al nuovo Papa.
Guai a Roma se non farà profitto della riforma, da me
predicata. Io vi dico che il Leone di Roma avrà da fare
col Leone delle montagne,,.
Il lungo discorso, ricordato e poi scritto concordemente
da piti testimoni, li commosse — dice uno di questi —
fino alle lacrime. E colpì quelle fantasie ardenti di fede il
vederlo la mattina seguente, dopo la messa, assumere in
pubblico funzioni sacerdotali, parlar dall'altare, esporre un
brano degli Evangeli, istruire il popolo sul modo di ricevere
i Sacramenti e su alcune nuove forme di rito.
Nei giorni seguenti centinaia di persone accorsero a
Monte l^abbro per fare la confessione di emenda, e rice-
vere l'assoluzione e la comunione. David la mattina del
10 marzo partì per Roma.
Portava con se — dicono i suoi — come documenti
E cMamato a Roma dal Sant'Uffizio 239
da presentare ai g-iudici romani in prova della sua sacra e
regale qualità e della sua missione, il thnbro, la gemma,
la verga ; il thnbro, con cui il Gran Monarca doveva sug-
gellare i suoi alti decreti ; la gemma, che il Duce llhera-
tore avrebbe avuto nel medio della mano sinistra, e che si-
gnificava — cosi egli aveva profetato fino dal 1873 nella
Lettera anonima — ^' la nuova alleanza della Chiesa con
Cristo,,; portava infine con se la verga, simbolo del co-
mando, con la quale il nuovo Mosè avrebbe un giorno gui-
dato i popoli; la ^' verga misteriosa,,, dai cinque nodi, la
cui successione, simboleggiante quella delle ''alleanze,,
strette da Dio cogli uomini per la loro redenzione, era stata
spiegata da Cristo stesso a David nella visione della Lotta
con Dio. La verga, insieme con la gemma e col timbro,
gli fu sequestrata a Roma dai suoi giudici.
Quel che sia accaduto in lui là nel convento di San Gio-
vanni e Paolo, ove disse d'essere stato un mese "sotto
la procedura del Sant'Uffizio ,, , non è difìticile immaginare.
I suoi affermano che " anche innanzi a quel tribunale egli
si iDroclamò Cristo,,, e si disse ''la vittima che doveva es-
sere immolata per la redenzione delV umanità ,, , e che do-
mandò al Papa ''un'udienza, una corona di spine e V as-
senso alla sua propaganda,, , e gli negarono tutto e lo dissero
in preda "a illusioni diaboliche.^,. Ma il vero si è che là
in codesto nuovo ambiente pieno di memorie così potenti,
forse sotto F influsso di qualche persona autorevole che
seppe padroneggiarlo, — v' incontrò, pare, due suoi antichi
aderenti e protettori : il vescovo Carli, cappuccino, e il fran-
cescano Giovacchino di Scoi, — egli dev'essere stato preso
da uno di quegli scoramenti profondi, a cui vanno soggette
240 UNA VISITA ALLA TORBE DI DAVID LAZZAEETTl
le nature nervose, eccitabili, che dopo lunga resistenza un
nulla, un momento basta poi a prostrare. Egli scrisse ai
sacerdoti di Monte Labbro che il Sant'Uffizio lo aveva di-
chiarato Illuso, che si sottometteva al giudizio della Chiesa
e li esortava a seguire il suo esempio. Il Polverini andò
a Roma e si sottomise anche lui. L'Imperiuzzi persistè e
rimase a Monte Labbro coi fedeli di David. Questi, dopo
partito da Roma, secondo il comando dell'autorità ecclesia-
stica, non passò dal Monte e riprese la via di Francia. Il
2y luglio uscì il decreto della Sacra Congregazione del-
l'Indice, che proibiva tutte le opere e gli opuscoli di David,
^^ quocumque idiomate edita,,.
E ora se ci fermiamo un poco a guardarlo in questo
momento, che precede immediatamente il suo ultimo passo,
ci apparirà chiaro come non debba esservi stata in lui
ombra di contrasto o di perplessità nel riprendere, come
fece quasi subito, la sua via.
Un suo discepolo dice in un manoscritto, del quale mi
valgo, ed egli stesso ha detto, che non tardò ^' a risorgere
da lo stato di morte apparente, in cai l'aveva fatto cadere
la condanna di lìoiua „. E ciò è vero in un senso. Uscito
fuori dell'ambiente romano e di sotto al peso dell'autorità
dei suoi giudici, egli fu l'uomo di prima, ma con questo
di pili che questa volta era costretto a fare, a tentare qual-
cosa ad ogni costo.
Il segreto delle anime grandi e veramente forti e sane
è una riccliezza di vita interiore, che nelle lotte morali e
intellettuali non toglie mai spazio e forza airefficacia e alla
variet.M dei motivi che operano in esse, e che la loro vo-
lontà, concorrendo a crearli e ad integrarli, sorveglia e di-
Come fece il suo nltimo passo
241
scipliiia. Al di sopra della regione delle tempeste, eh' è il
cuore, su codeste anime risplende il pensiero forte e sem-
pre presente a se stesso; e anche nei piìi aspri momenti
del loro conflitto coi sensi e con gli affetti, esse prose-
guono, senza essere sconvolte, l'opera della vita. Ce ne
danno esempio quelle conversioni dì santi, non meno grandi
11 piatto delle streghe (pag. 140).
per ingegno che per virtìi e per forza di sentimenti (chi
non ricorda quella di Aurelio Agostino ?), le quali possono
parere alla prima mutazioni fatali, istantanee, e sono invece
l'ultimo effetto di un lento lavoro di preparazione, a cui
hanno preso parte in tutta la pienezza del loro equilibrio
le energie del pensiero e della volontà.
Ma nelle anime della tempra di quella di David si apre
un vuoto immenso, in cui i calmi motivi della ragione non
G. Barzellotti. 31
242 trXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
hanno presa e si muovono solo impulsi ciechi, che annul-
lano la volontà, e che posson fare di un uomo, in certe
circostanze e in certe disposizioni, un delinquente o un ma-
niaco. Il decidersi, ch'esse fanno talvolta ad atti, in cui ne
va della vita e dell'onore loro e anche dell'altrui, non me-
rita il nome di deliberazione ; somiglia al piombare di un
grave negli ultimi spazi della caduta, o al moto del proiet-
tile, a cui una data resistenza può far mutare direzione,
non scemare impeto o velocità.
Lo stesso dovè accadere nell'animo del Lazzaretti. Al
punto in cui egli era ormai, non poteva esitare un istante.
Tatto il passato della sua vita e della sua esaltazione mi-
stica pesava minuto per minuto su di lui, e si riassumeva
in un solo impulso : nella necessità di agire al piìi presto.
" Se non si fa qualcosa, si fallisce ., — gli scrivevano da
Monte Labbro. — La condanna di Roma, subita e accet-
tata da lui, gli aveva scemato favore tra' suoi e forza contro
gli avversari. Ora queste erano due cose, di cui egli si è
sempre mostrato gelosissimo. E d'altra parte, il trovarsi co-
stretto a fare senza l'appoggio di Roma, su cui, sino a poca
tempo prima, aveva contato, non gli si attraversava in nulla
alla via, ov'egli si cacciò a occhi chiusi, sognando.
Le sue idee di riforma religiosa e politica non avevano
mai preso forma certa e fissa nel suo pensiero. Non erano
a rigore vere e proprie idee : erano fantasmi di sognante
in delirio, i quali facevano capo tutti a un' immagine cul-
minante, che lo affascinava, lo attraeva a se da anni e
anni: era l'immagine di quel .Uonarca e Due; dei Croci-
feri, scendente da .afonie Labbro, come Mosè dal Sinai, a
promulgare la nuova Legge del Diritto ; l'immagine di Cristo
Gl'inni alla nuova Bepubilicn e il Credo 243
Duce e Giudice trasfigurato nella persona di questo Monarca,
€ tornante al mondo per adempiere le profezìe, che avevano
fatto tanto sperare e temere le prime generazioni cristiane.
Questa fu la spinta che lo determinò al suo ultimo passo.
Al grido di " Viva la Chiesa di Roma!,, che secondo una
sua profezia di sette anni prima avrebbe dovuto esser sol-
levato dal Duce liberatore e dai suoi, egli sostituisce allora
quello di "Viva la Repubblica eh' e il regno di Dio!,, Il
primo articolo del Codice, dettato da lui dopo il suo ritorno
da Montecristo, dava al "Santo Pontefice di Roma,, il po-
tere di Re e di Monarca universale. Ora che i reazionari
francesi e anche il Du Vachat gli hanno voltato le spalle,
€gli scrive e manda il 14 maggio ai suoi " confratelli Ere-
m,iti una esortazione a sostenere la sua e la causo loro con-
tro l'idolatria papale ,,; — discorso violento, in cui egli si
dice risorto dalla "morte apparente,, della condanna ro-
mana, e riafferma i principi della sua riforma religiosa e
politica, dichiarandosi nemico non della Chiesa cattolica e
apostolica, ma di quella corrotta, divenuta la "chiesa-bot-
tega,,, e dei preti mondani, che sono "atei pratici,,, per-
chè parlano sempre di Dio, ma nel fatto lo rinnegano.
E in questi giorni scrive i tre inni cdla nuova repub-
blica, da cantarsi a Monte Labbro e poi nella sua prossima
discesa da quel Monte; scrive infine il " Sindjolo della nuova
Riforma dello Spirito Santo,,, che i fedeli debbono impa-
rare a mente e recitare nelle loro preghiere, e che anche
oggi essi portano sempre addosso, manoscritto, e custodi-
scono come una reliquia.
Il Credo della nuova "Chiesa giurisdavidica ,, ha ven-
tiquattro articoli. E, in parte, una libera parafrasi del
244 TNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
Credo cattolico ; in parte, un riassunto dei punti capitali
del misticismo apocalittico professato da David, tra cui i
pili notevoli sono: la confessione di c///e«(/fY ; l'atfermazione
che le pene dell' inferno non durano eterne e consistono sol-
tanto in una privazione temporanea della grazia divina,
"secondo la gravità dei peccati commessi .,; che la natura
del male, personitìcata nel demonio, non è altro se non
l'effetto dello spirito iniziato e duordinato del corpo ; spi-
rito immortale esso pure e congiunto in noi allo spirito del-
ranima, al quale però può opporsi, fomentando le passioni
malvage; che la fine del mondo sarà la fine non del mondo
materiale, ma del mondo carnale, perchè l'umana natura,
completamente redenta, risorgerà nella vita eterna dalla
morte del peccato alla vita della grazia di Dio.
L'ultimo articolo dice : " Conchiudiamo di proposito fer-
mamente che il nostro istitutore, David Lazzaretti, l'Unto
del Signore, giudicato e condannato dalla Curia romana,
sia realmente Cristo Duce e Giudice, vera e viva figura
della seconda venuta di nostro Signore Gesù Cristo nel
mondo, come Figlio dell'Uomo a portare compimento alla
redenzione di tutto il genere umano, in virtìi della terza
legge divina del Diritto e Iviforma generale dello Spirito
Santo ; la quale deve riunire tutti gli uomini alla fede di
Cristo in seno alla cattolica Chiesa in un sol culto e in
una sola legge in conferma delle divine promesse,,.
Il Simbolo era finito di scrivere l'otto di maggio. Sui
primi di luglio David partì, solo, per l'Italia, lasciando la
famiglia a St. Chamond, e tornò a ^lonte Labbro per co-
minciarvi quello ch'egli stesso chiamò allora il quinto atto
della sita tragedia.
La vocazione di un Lazzarettista 245-
E facile capire quale dovette essere, nella condizione
d'animo e di mente, in cui egli si trovava, l'effetto della
sua venuta tra quei montanari. Che sia stato straordinario,
si può argomentare dal fatto che centinaia di contadini cat-
tolici rimasti sino allora credenti, e osservantissimi di ogni
pratica religiosa, abbiano per lui e dietro il suo esempio,
senz' alcun interesse loro proprio, abbandonate le dottrine e
le forme della fede in cui erano nati. Ma il miglior com-
mento al fatto ce lo danno le relazioni che se ne possono
avere ancora a voce e per iscritto da quanti vi presero
parte, e che sono improntate per lo piìi di grande inge-
nuità e franchezza di convinzione. Poiché per pochi che
siano rimasti ormai, e sebbene intorno a loro spiri da ogni
parte un'aura di scherno, quei lazzarettisti sentono pure con
l'acume proprio del nostro popolo, che qualun([ue sia la loro
nuova fede, essa ha comune con quella degli altri il diritto
d'esser rispettata e anche di manifestarsi, sempre però
nei termini delle leggi.
Questa persuasione si rileva nel tono schietto, risoluto
di alcuni scritti che mi son venuti tra mano, e in cui qualche
fedele di David ha ingenuamente narrata la vita e riportate
le parole pili notevoli del suo maestro, ha voluto esserne,
in certo modo, l'evangelista.
Tra gli altri, citerò qui un manoscritto procuratomi
dalla cortesia dell'amico dott. Luigi Terni, che conobbe di
persona e visitò pili volte David e lo vide morire. Il ma-
noscritto ha per titolo: ''Parole di David Lazzaretti intese
dal testimone e seguace suo Paolo Conti, falegname, dimo-
rante ai Pastorelli, comune di Arcidosso „ ; contiene anche
le testimonianze di altri lazzarettisti, ed è documento pre-
"246 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
zioso per chi, come me, cerchi in questi animi primitivi e
incolti, ma schietti, le tracce di sentimenti e di disposizioni
morali prossime ormai a scomparire quasi del tutto negli
uomini del tempo nostro. La fede viva e vera, che non ac-
cetta il soprannaturale e il prodigio per semplice ossequio
alla parola divina, ma gli va incontro con desiderio, ci ap-
parisce in tutta la sua forza propria di altri tempi nel
rozzo racconto di quel falegname.
"Era — egli dice — nel mese di aprile 1869, quando
intesi vociferare che in Arcidosso vi era comparso un santo;
così veniva apostrofato con derisione.... A queste voci di-
cevami il mio cuore : e perchè non potrehbe esser vero be-
nissimo, essendo il mondo al colmo corrotto?,, E seguita
a narrarci com'egli andò a vederlo e a parlargli e rimase
preso dal fascino che la sua parola esercitava su tutti, e
nonostante che gV Increduli lo deridessero, chiese e ottenne
d'essere ammesso nella Santa Lega e Fratellanza cristiana.
" Allora io senza punto badare all' interessi mondani, mi
divisi da' miei sette fratelli, presi poca porzione di quello
che per diritto paterno mi si perveniva, e David mi fece
stabilire il domicilio in un luogo detto i Pastorelli nei pressi
di Arcidosso „ .
L' amore i la fedeltà a tutta proAa del neofita, che non
ha pensiero o volere all' infuori di quello del suo maestro,
si sentono a ogni pagina di questo scritto, che fa pensare
quanta e ({uale dev'essere stata in altri tempi, in altre
anime la potenza del discepolato, che ha mosso talvolta cen-
tinaia e migliaia di menti, di cuori e di braccia al cenno
d'un uomo solo.
Quando però il Lazzaretti fu di ritorno dalhi Francia
Effetti del suo ritorno a Monte Labbro 247
per r ultima volta, non tutti i suoi antichi seguaci gli rima-
nevano fedeli come il falegname dei Pastorelli. Non pochi
avevano abl)andonato le pie società istituite a ^lonte Labbro.
Alcuni dei rimasti ne seguivano di mala voglia e sempre
pili di rado gli obblighi e le pratiche ; per quanto però un
nucleo di credenti si fosse sempre conservato costante negli
esercizi religiosi prescritti, sotto la guida dell'Imperiuzzi,
che fu negli ultimi tempi il collaboratore piìi operoso di
David e il più intelligente e costante dei suoi seguaci.
Ma subito pochi giorni dopo che il profeta era ricom-
parso a Monte Labbro, aveva già riunito intorno a se una
nuova e grossa schiera di discepoli. E questa volta erano i
pili risoluti, le immaginazioni piìi vive ed accese, e gli animi
più appassionati, i men facili ormai ad appagarsi delle forme
tradizionali del cattolicismo, e per ciò anche i pili disposti
a provare il contagio di quella follia saera, che David ora
diffondeva in mezzo a loro. Il suo prestigio personale s'era
accresciuto molto col mistero di quella lunga dimora in paesi
lontani. L' istinto che gli faceva cercare in ogni espressione
dei suoi sentimenti e in ogni atto della sua vita le forme
piti teatrali, ora s'era arricchito di una piìi larga esperienza
di cose, di uomini e di luoghi. E lo stato morboso della
sua mente, invece di togliergli forza, gliene aggiungeva
anzi una tutta nuova e delle pili efficaci sugli animi popo-
lari. In lui era ancora tutto l'uomo antico: una natura ver-
gine di popolano entusiasta, di sognatore d'altri tempi, ma
resa ora piti fina da un certo fare cittadino, da un non so
che di nuovo che andava al cuore di quella gente.
Prima di partire da ^t. Chamond egli era stato per
qualche settimana a Londra, ove par certo abbia assistito
•248 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
a riiinioiii e a funzioni religiose nelle chiese evangeliche.
E già avanti la sna venuta a Monte Labbro vi aveva fatto
radunare la notte del 9 giugno di quell'anno — era la
festa della Pentecoste — il Consiglio generale degli Ere-
miti penitenzieri e penitenti, a cui presiedevano il sacerdote
Imperiuzzi e la maestra di scuola. In questo gran Consi-
glio — che era stato preparato da un altro, riunitosi circa
un mese prima a iniziativa dell'Imperiuzzi — egli, per or-
dine di David, aveva letto e spiegato in chiesa il nuovo
Simbolo^ ed erano stati, a voti unanimi, eletti a sostenerlo
e a propugnarlo dodici apostoli, che insieme con tutti gli
altri fedeli avevano dichiarato di esser pronti a dare il
sangue e la vita per Cristo Duce e Giudice. E a compagni
degli apostoli e ad aiutare i piìi tra questi, che non sape-
vano leggere, erano stati scelti dodici discepoli tra gli ere-
miti "letterati,,. Poi il >s7m6o^o, sottoscritto dall'Imperiuzzi
e dagli apostoli, era stato mandato a Roma al Sant'Uffizio
con una loro protesta contro la condanna ingiusta di David.
Quando poi egli sopraggiunse e apparve a tutti risoluto
com'era ad andare avanti a ogni costo anche dopo la con-
danna di Roma, ciò che piìi li convinse fu (juclla sicurezza,
quell'ardire di linguaggio, sopra tutto poi quel predire che
faceva imminenti; il giorno, in cui comincerebbe nel mondo
tutto un nuovo ordine di cose.
Una delle molle ]»iù potenti della passione religiosa è
sempre V aspettativa. La speranza o il timore di ciò che la
parola sacra minaccia o promette in un avvenire piìi o
meno vicino occupano di se tutto l'uomo, e non gli la-
scian sentire il vuoto e il peso della vita. E quanto più
egli è rozzo e primitivo e la religione può su di lui.
David annuncia iì giorno della sua discesa 249
tanto più quelle promesse e quelle minacce accennano a un
adempimento, che la sua fantasia corpulenta, direbbe il
Vico, ha bisogno di rappresentare a se stessa in certe date
forme e di attendere a tempo fìsso. Egli non può lavorare
e soffrire solo per un'idea, per un'astrazione. La storia re-
ligiosa della giovinezza delle nazioni è in gran parte una
successione di queste grandi aspettative, alimentate sempre
dai profeti popolari. La storia d'Israele riposa tutta quasi
sulle credenze messianiche. L'aspettazione della seconda ve-
nuta del Salvatore è stata, come ognuno sa, una tra le
grandi forze del Cristianesimo primitivo. E si capisce come
ogni qualvolta la coscienza popolare è agitata da qualche
moto religioso che non venga dall'alto e che si nutra solo
di lei, i motivi antichi da cui prendeva piìi impulso, le spe-
ranze e i terrori della grande tradizione apocalittica tor-
nino ad affacciarsi. (t)uesto ci spiega, secondo me, il nuovo
prestigio acquistato dal Lazzaretti dopo l'ultimo suo ritorno
di Francia. Le sue predizioni non avevano più — F ho
detto '■ — la forma vaga, incerta, in cui s'erano avvolte sin
allora. Egli annunziò ai suoi che il 14 agosto si manife-
sterebbe al popolo latino, scendendo con loro da Monte
Labbro, e che da dieci anni si preparava a dare in quella
circostanza il sangue e la vita. Li esortava per ciò a star
preparati anche loro, perchè quello sarebbe stato giorno di
Pasqua, giorno cioè di paséanglo ; si appareccliiassero con
preghiere e mortificazioni e coli' astenersi anche dalle loro
donne per esser puri tutti d'anima e di corpo. E vestito
uno di loro degli abiti fantastici che aveva preparato per
la discesa da Monte Labbro — egli stesso era andato in
quei giorni a Torino a comperare la stoffa — lo mostrò a
G. Barzellotti. 32
250 TINA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
tutti gli altri, raccomandando però il segreto. E accennava
a pericoli, a conflitti possibili; ^^ ma io solo ,,, soggiungeva,
^^ basto a tutto ,,. La risoluzione indomabile d'una volontà^
die non s'era mai piegata, si faceva sentire in ogni sua
parola e dava impulsi sempre nuovi a quelle immaginazioni
già accese. E poi, o fosse soltanto effetto dell'esaltazione
estrema a cui egli era in preda, o una di quelle pie frodi,
che, come dice il Renan a proposito di Maometto, possono
pure accompagnarsi anche col fanatismo religioso, fosse an-
che l'una e l'altra cosa ad un tempo, in ogni atto di David,
nello sguardo, nel mutar di colore improvviso, nello smar-
rirsi che egli faceva a un tratto in mezzo al discorso in
estasi lunghe come se ascoltasse una parola interiore, in
tutto ciò vedeva quella gente i segni di qualche prodigio
che si preparava in lui e per opera sua. Le disposizioni
d'animo e di mente, che in altri tempi e in altre condizioni
di civiltà produssero i piìi grandi moti religiosi, v'erano,
dun([ue, tutte tra i seguaci del Lazzaretti. Solo per misu-
rare l'effetto che hanno recato questa volta bisogna ricor-
darsi ch'erano ristrette ad alcune migliaia di montanari, e
che intorno a questi montanari stava una società ordinata,
come la nostra, indifferente, come la nostra, alle idee reli-
giose, sorvegliata da un governo regolare. Noi che facciamo
parte di questa società, siamo, è vero, tentati di sorridere,
leggendo in mezzo alla sua storia contemporanea una pa-
gina che potrei )bc stare in quella dell'eresie gnostiche o
dei mistici tedeschi anteriori alla Riforma. Ma a non farci
troi)po sorridere basterebbe il pensare che è stata a])punto
questa nostra società liberale e civile, vegliante colle sue
leggi e colla sua polizia, che siamo stati noi, classi diri-
Giuseppe ZanardelU e ìe sue teorie 251
genti e scettiche, che abbiamo lasciato scrivere sino alla
fine codesta pagùna di Milleìiarismo m pieno secolo decimo-
nono e l'abbiamo macchiata di sangue.
Era il 4 agosto 1878. Non molti mesi prima, l'avveni-
mento al potere di Benedetto Cairoli aveva accennato, col
raffermarsi che fece allora al governo la parte sinistra della
Camera, a un prevalere di ({uelli tra' suoi uomini di Stato,
ai quali da un pezzo si volgevano le speranze delle fazioni
pia estreme. E la via per cui il Cairoli — uomo, del re-
sto, sincerissimo e leale — s'era subito messo o lasciato
mettere, poco dopo i principi della sua amministrazione,
sembrava già, nonostante qualche segno contrario che se
n'aveva di tanto in tanto, la piìi corta tra quante potevan
condurlo a scontrarsi colle mire di chi voleva a ogni costo
agitare il paese. L'avere chiamato lo Zanardelli a far parte
del Ministero, quando esso si modificò, l'averlo per di più
preposto alla direzione delle cose interne, non accennava
certo nel Presidente del Consiglio un proposito abbastanza
fermo di soffocare, come avrebbe dovuto, le prime scintille
4ei moti sovversivi che cominciavan già ad apparire in tutta
Italia. L'eloquente avvocato bresciano era, quando salì al
potere, già noto per quella sua teoria: reprìmere, ma non
prevenire, divenuta poi così famosa, meno che per il di-
scorso in cui egli la propugnò a Iseo il 6 novembre, pei
tristi effetti che n'ebbe prima a sperimentare il paese, e dei
quali anche il ministro parve all'ultimo impaurirsi. Bisogna,
per farsi un'idea chiara della brutta piega che avean preso
a quel tempo gli umori dei partiti tra noi, e di quanto a
sfrenarli potè, non certo la volontà, ma l'indulgenza peri-
colosa di chi avrebbe dovuto invece moderarli, bisogna, di-
'_>52 UNA VISITA ALLA TOEKE DI DAVID LAZZARETTI
cevo, rileggere le relazioni delle tornate della Camera, nelle
quali ai primi di dicembre del 1878 fu discussa la politica
interna del Ministero. E noto che esso cadde appunto in
seguito a codeste discussioni ; e che nel severo giudizio pro-
nunciato allora dalla Camera sulla condotta del Governo di
fronte al commuoversi di certi partiti, concorsero uomini di
opinioni politiche diverse e opposte : dal Minghetti e dal
Bonghi di destra estrema a Francesco Crispi, che s'accor-
dava con loro nel dire gravissime allora le condizioni po-
litiche d'Italia, incerti, sospesi, inquieti da per tutto gli
animi, perplessa e rilasciata l'azione del Groverno nella di-
rezione delle cose pubbliche, (guanto fossero fondate tali ac-
cuse, anche per chi le guardi oggi a mente fredda senz'irà
e studio di parte, ce lo può mostrare il fatto, che, salvo
nei primi anni della rivoluzione, mai, come in quei pochi
mesi del ministero presieduto dal Cairoli, l'agitarsi di tutti
i nemici della monarchia e dell'ordine civile s'era, sotto la
debole mano del Governo, fatto sentire in una così lunga
serie di moti, anzi di attentati audaci e nefandi, tra' quali
basti rammentare quello del Tassanante a Napoli contro la
vita di Umberto I, e l'altro che a Firenze aveva, il giorno
stesso, fatta strage del popolo festeggiante nelle vie per la
salvezza del Re.
Tra Ili cause che più impedivano all'azione moderatrice
del Governo centrale di spiegarsi ben risoluta a contenere
i partiti estremi, era la libertà soverchia accordata alle pub-
bliche riunioni, e che procede tant'oltre da render possibili
in Roma stessa comizi popolari, come (juello tenuto all'Ar-
gentina il .')<) aprile, per chiedere (lo ha detto il (Jrispi) "la
fine della monarchia e l'istituzione della repubblica,,, e da
Reprimere, ma non prevenire 253
lasciar sorgere e moltiplicarsi per tutta Italia i circoli che
presero nome dal Barsanti. Certo a nutrire la sorda agita-
zione che allora covava minacciosa nei bassi fondi della so-
cietà italiana, ebbe parte anche la speranza, in cui erano
a torto i nemici della monarchia, che il ministero non do-
vesse poi vedere troppo di mal occhio quanto poteva riu-
scire a scalzarla. Ma quello che, ad ogni modo, accrebbe
codesta agitazione col darle libero corso, col lasciarle mo-
strare maggiori forze che non avesse in realtà, fu la mol-
lezza e l'indecisione, con cui l'autorità dei magistrati e de-
gli agenti di pubblica sicurezza operava tutte le volte che
avrebbero dovuto impedire a tempo qualche pericolo. E si
capisce perchè. Le teorie di libertà sconfinata, messe fuori
dai rappresentanti del supremo potere esecutivo, toglievano
credito e fiducia a chi avrebbe dovuto applicar la legge.
La loro azione era, cito le parole del Bonghi, " confusa,
impacciata, pili desiderosa di nascondersi che d'affermarsi „,
perchè essi, e qui cito invece il Crispi, " avevano la per-
suasione che non sarebbero stati approvati dal Governo se
fossero stati severi „ .
Il moto religioso dei Lazzarettìstì, spento nel sangue il
18 agosto presso Arcidosso, è tra i fatti avvenuti allora,
uno di quelli che pili mostrano fino a qual segno di debo-
lezza e di perplessità giungesse l'opera del Groverno nella
direzione delle cose interne. E tanto più esso può esser ci-
tato ad esempio, quanto meno vi ebber parte, nei suoi prin-
cipi, le cause comuni alle altre perturbazioni civili avve-
nute nel 1878 e negli anni avanti, quanto pili dell'atrocità
sanguinosa, con cui fu represso, si deve chiamar responsa-
bile la negligenza indulgente di chi avrebbe dovuto prov-
254 TINA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
vedere a tempo. Giustìzia vuole, è vero, che io dica che
parte non piccola di codesta responsabilità, anzi per chia-
mar le cose addirittura coi loro nomi, di codesta colpa, ri-
cade sul governo di parte destra, sotto il quale la propa-
ganda religiosa del Lazzaretti era nata e cresciuta per quasi
otto anni, tra i favori dei clericali e le loro mal celate spe-
ranze in un prossimo mutamento di cose, e s'erano pubbli-
cati fin da principio scritti che accennavano a codeste spe-
ranze, senza che le autorità politiche avessero mai preso
provvedimenti risoluti ed ettìcaci. L'esito dei processi fatti
a David, l'accortezza con cui egli n'era sempre uscito, la
difesa che di lui avevano fatta con l'influenza personale e
colla parola U(miini come il Salvi e il Mancini, poteva, è
vero, avere stancata la sorveglianza delle autorità pubbliche ;
non avrebbe dovuto farla dormire. Se il fatto, come poi
disse in un suo discorso alla Camera l'onorevole De Witt,
aveva ormai acquistata una specie di legalità; se un dele-
gato, a cui il Ministro dell'interno nell'agosto del 1<S72
aveva commesso di recarsi nei luoghi — e che ci andò
travestito da contadino e parlò a lungo col profeta — aveva
riferito che David e i suoi si ritenevano sicuri di fare ciò
che loro meglio piaceva, tutto questo avrebbe anzi dovuto
render sempre piìi cauto il (Governo, tenerlo attento ai pe-
ricoli che potevan venire alla pub])lica quiete. Eppure —
come si vede nella Relazione del commendator Caravaggio
sui fatti di Arcìdosso — "dal secondo semestre del 1S72
a tutto il 1877 „, il Ministero non ebbe ne richiese dalle
autorità locali notizie e informazioni precise intorno all'o-
pera del Lazzaretti e dei suoi.
E fu allora e poi grave errore — conseguenza di quel
Grave parte di colpa che va al Governo 255
nostro falso principio di governo, che ammette come pos-
sibile anche nel fatto mi assoluta separazione del dominio
della coscienza religiosa da quello della realta politica; —
fu, dicevo, grave errore delle autorità italiane, tutte, il cre-
dere che quanto si diceva e si faceva a Monte Labbro
"si riducesse soltanto a questioni e ad utopie teologiche ^^^
delle quali per do appunto il Governo non avesse da oc-
cuparsi. Fatta però la loro parte di colpa agli uomini che
rassegnarono il potere il 1<S marzo 1876, ne resta una
assai più grande a chi non previde e non scongiurò co-
desti pericoli, quando erano divenuti imminenti pel fana-
tismo di David e dei suoi e pei gravi rancori, che le isti-
gazioni del clero avevano attizzato tra lui e una parte
del popolo d'Arcidosso. Nello stato in cui erano colà gli
animi di tutti il 18 agosto, sotto l'assillo della più perico-
losa tra le passioni popolari ch'è la passione religiosa, bi-
sognava a ogni costo impedire che una delle due parti, e
la più risoluta, si trovasse, in faccia all'altra, nell'alterna-
tiva 0 di mancare a quello ch'essa credeva un sacro ob-
bligo di coscienza cedendo alle intimazioni del delegato, o
di disubbidire mettendosi contro la legge. L'avere invece
permesso che il Lazzaretti scendendo da Monte Labbro
con tutti i suoi, si trovasse, davanti ai carabinieri, in co-
desta alternativa; il non aver pensato che egli era uomo
da farsi uccidere pur di non tornare indietro un passo
sotto gli occhi dei suoi e degli avversari, nell'impegno, in
cui era ormai, di condurre a fine il suo pellegrinaggio,
fu 0 negligenza davvero colpevole o uno di quelli errori
che rivelano in chi dovrebbe eseguire la legge un'igno-
ranza profonda dell'animo umano e fanno a un governo il
256 UNA VISITA ALLA TOREE DI DAVID LAZZARETTI
peg'gior torto, quello, diceva il Machiavelli, di renderlo
contemnendo.
Eppure la Prefettura di Grosseto conosceva già, pochi
giorni dopo il ritorno del Lazzaretti dalla Francia, così la
grave inimicizia sorta fra lui e il parroco d'Arcidosso, che
ogni domenica predicava dall'altare contro il nuovo falso pro-
feta, come la solenne promessa fatta dal Lazzaretti di scen-
dere da Monte Labl)ro in processione il 1 4 agosto. Il delegato
di pubblica sicurezza aveva ammonito il parroco di aste-
nersi, pena la carcere, da ogni violenza di linguaggio, e
si era pili volte recato alla Torre da David, con cui, del
resto, era solito trattare molto famigliarmente ; aveva anzi
portato seco lassù la famiglia e aveva pranzato alla stessa
tavola col profeta. Avvertito da lui della sua prossima di-
scesa da Monte Labbro, l'aveva, è vero, consigliato di non
farne nulla ; ma poi, insistendo David in quel proposito, si
era impegnato a fargli avere dal Governo il permesso ch'e-
gli domandava. Anche del tenore, tutt'altro che moderato,
dei discorsi che David faceva ogni domenica, annunziando
prossimo tutto un nuovo ordine di cose, in cui i beni e le
terre avrebbero dovuto repartirsi diversamente e ai fìttaiuoli
e ai contadini toccare parte maggiore delle raccolte, era
stato più e più volte riferito alla Prefettura. E non c'è da
dire che l'effetto di quei discorsi dovesse parere senza pe-
ricolo. I contadini parlavano già ad alta voce di non voler
pili dividere coi padroni le raccolte, e il loro concordo alla
Torre era tale e tanto, anche dopo che David aveva già
introdotte nella comunione e nella confessione altre forme
da (|uclle del Cattolicismo romano, che un prete, solito a
recarsi da Arcidosso ogni giorno festivo a dir la messa in
Lo stato delle cose era grave
257
lina chiesa di que' dintorni, l'aveva trovata vuota per tre
domeniche consecutive. Che un tale stato di cose, mentre
aveva di che dar molto a pensare a quel clero, impaurisse
tutti i possidenti, tutti coloro che avevano in danari o in
roba qualcosa da perdere, non c'è bisogno che io Io dica.
I rapporti fioccavano da Arcidosso alla Prefettura di Gros-
seto, e certo dovevano esser tali da rendere al vivo, come
Monte Laterone (pag. 144).
fa la voce lontana di chi urla al soccorso, lo stato d'an-
sietà e d'eccitamento in cui erano gli animi. Ma il Pre-
fetto non si mosse, nonostante che il 22 luglio lo stesso
ministro dell'Interno avesse espressamente richiamata la sua
attenzione sulla gravità delle cose ; e piìi tardi, il G agosto,
il sindaco di Santa Fiora, Massimiliano Romei, gli avesse
chiesto provvedimenti atti a tutelare la sicurezza pubblica
e ad evitare conflitti.
G. Baezellotti. 33
258 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
I pochi carabinieri, che per solito fanno il servizio di
polizia in ogni capoluogo del Monte Amiata, furono, anche
in quella circostanza, creduti più che suttìcienti a mante-
nere la pubblica quiete in Arcidosso e nelle campagne in-
torno. Un uflftciale dei carabinieri, che aveva ricevuto il
13 agosto l'ordine di recarsi ad Arcidosso, e di rinforzare
quella stazione, " non ebbe — dice il Caravaggio — istru-
zioni precise e risolute, e, o non credendo al pericolo, o
ingannato da false informazioni, rimandò i suoi militi, la-
sciandone due soli di piìi alla stazione di Arcidosso. La
mattina del 17, la vigilia della discesa di David, partiva
egli pure alla volta di Scansano „ . I soldati di linea, che
non dovevano esser molto lontani, arrivarono la sera del
giorno dopo il fatto, a cose finite. Questa condotta delle
autorità politiche e militari ebbe certo la parte sua nelle
circostanze che accompagnarono i fatti d' Arcidosso, ma
forse pesò anche piti nell'insieme di quelle che concorsero
a prepararli, col favorire nel Lazzaretti e nei suoi la falsa
opinione, ch'essi s'eran formata, d'avere dalla loro il Gro-
verno. Il delegato aveva infatti detto a David pochi giorni
prima della sua discesa da Monte Labbro che, s'egli aveva
dei nemici in Arcidosso, poteva però contare tra' suoi amici
il Prefetto di Glrosseto. E che ci fosse chi pensava così là
in quell'angolo della Toscana, tra gente di campagna, igno-
rante ed illusa, a cui giungeva a mala pena un'eco lontana
delle vere condizioni })(ditiche del paese, non può fare spe-
cie, (quando è certo ormai che nei torbidi scoppiati allora
in varie provincie e città d'Italia, potè molto quella stessa
falsa opinione d'un (pialche appoggio, d'un favore qualsiasi
che avrebbe dovuto venire dall'alto a chi tentava cose nuove.
Darid e i suoi speravano nel Governo 259
Una vaga aspettativa di qualcosa di straordinario e d' in-
sperato, che doveva mutare le condizioni sociali di quanti
nelle novità avean tutto da o-uada<i'nare e nulla da perdere,
serpeg-giava allora in molti animi e si rivela nelle prediclie
e negli scritti di David. Egli dovè portarla seco nel suo
ultimo ritorno da Roma. Le larghe teorie e i propositi di
governo dello Zanardelli e del Cairoti, che, sbrigliando i
partiti estremi, legavan le mani a chi poi avrebbe dovuto
contenerli nei termini della legge, non furono senza la loro
parte di colpa nella condotta del Prefetto di Grosseto, per-
chè lo tennero inoperoso, esitante a provvedere, in quei
giorni, nei quali David propagava con furore di maniaco
la sua follia religiosa a quanti aveva intorno a se.
La cronaca di quello ch'egli fece e disse coi suoi a
Monte Labbro, dalla sera del 14 agosto all'alba del 18, è
davvero notevole per chiunque ami il fantastico e il leg-
gendario nelle manifestazioni del sentimento popolare, ma
anche per chi voglia studiarvi sul vero il diffondersi del piìi
potente tra i contagi intellettuali eh' è il fanatismo religioso.
Eccola, nei suoi particolari principali, quale io la raccolgo
da vari manoscritti di T^azzarettisti e dai loro racconti a
voce.
Non s'era, dicono, mai vista tanta gente a Monte Labbro
— pili di r)000 persone, dice il Caravaggio — come quella
sera del 14 agosto, vigilia della Madonna Assunta. Veni-
vano a vedere i preparativi della solenne discesa di David
e dei suoi, data da tanto tempo come cosa certa ormai per
quel giorno, e a cui accresceva aspettativa un non so che
di vago, di non ben detìnito quanto allo scopo e all'esito
che avrebbe potuto avere. Non senza ragione aveva il Laz-
2f)0 TTNA VISITA ALLA TOEEE DI DAVID LAZZARETTI
zaretti scelto codesta sera e codesto giorno per quella ch'egli
chiamava la sua manifestazione al popolo latino. U Assunta
è una delle feste più popolari nelle campagne toscane, spe-
cialmente nel Monte Amiata. Ogni anno le due immense
distese di colli e di pianure che s'aprono l'una a ponente,
l'altra a mezzogiorno e a levante di quello verso la ma-
remma e vai di Paglia, brillano, la notte del quattordici
agosto, di centinaia e migliaia di fuochi accesi davanti ai
casolari dei villani; e intorno vi si raccolgono a novellare
intere famiglie, mentre i fanciulli attizzano la fiamma e
gì' innamorati, stretti fra loro, si tengon per mano guar-
dando muti l'azzurro profondo di quel cielo su cui passano
fìtte le stelle. Ma, quell'anno, di fuochi se ne vedevano co-
desta sera due o tre appena in un tratto magari di parec-
chie miglia, specie chi avesse guardato giù giù lungo la
Fiora. I contadini erano accorsi a frotte di famigliate in-
tere per veder la festa di Monte Lahhro e per farne parte.
E molto se casa per casa era rimasta la massaia o uno
dei figli 0 la serva a guardia del bestiame e dei Ijambini
lattanti. Dei vecchi i)oi, meno quelli impediti per l'età ca-
dente e per le malattie, non n'era rimasto uno a casa.
S' incontravano scendendo giù per le viottole, per le batti-
cine serpeggianti tra le macchie, e, gruppo per grupi)o,
preceduti dall'allegro schiamazzo dei fanciulli, a cui quella
gita di notte riusciva proprio una festa, si salutavano da
lontano colle voci e coi gridi, si raggiungevano facendo
scliiere e branchi sempre i)iii grossi, che poi riuscivan
tutti per la via lungo il letto della Fiora diretti verso
^lonte Labbro ; come tanti rigagnoli che una pioggia di-
rotta fa scorrer lungo i camjii e incontrarsi da ogni parte
La sera del 14 agosto del 1878 261
nei fossati e nei botri che poi sboccano grossi al fiume. In
mezzo a tutta codesta gente non si sentiva parlare che del
santo David e della persecuzione che gli era stata mossa
dai preti e da Roma, di qualche gran cosa o fatto e anche
di un miracolo che s'aspettava da lui, e che, com'egli an-
dava dicendo da tanto tempo, avrel)be dovuto convincer
tutti della sua missione misteriosa e rivelarlo all' Italia e
al mondo. Molti ci credevano ciecamente ; i più venivano,
a buon conto, per vedere come la cosa andrebbe a finire;
tutti poi s'aspettavano qualche novità; le fantasie erano ac-
cese, eccitati gli animi.
Fra tutta codesta gente, che sboccava a frotte sul piaz-
zale di Monte Labbro, David quella sera passeggiava solo,
muto, fatto segno agli occhi e all'attenzione di tutti. Al
suo avvicinarsi cessavano i discorsi e il bisl)iglio ; la folla
s'apriva per lasciarlo passare. Un suo discepolo, che non
lo perse mai d'occhio tutti quei giorni e s'era un po' messo
in capo d'essere il suo Giovanni Evangelista, m'ha detto
che quella sera egli si mostrava pili pensieroso del solito
e, per quanto si sforzasse, non riusciva a fare anche con
quelli dei suoi piìi intimi, che rivedeva allora dopo molto
tempo, le dimostrazioni d'affetto che gli erano altre volte
così familiari. Un' idea fissa, insistente gli si leggeva negli
occhi azzurri, immobili come senza sguardo, e nell'atto ner-
voso, quasi convulso, con cui la sua mano accarezzava la
lunga barba nera che gli scendeva , sul petto. Andando in
su e in giù pel piazzale, davanti alla Torre, egli si fer-
mava di tant(» in tanto a guardar fisso la valle della Fiora,
rischiarata dal lume della luna, che faceva apparire giù in
basso la striscia argentea del fiume, e sopra, lungo il pendia
262 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
del monte in faccia, il bianco di qualche casolare, e la
massa scura del convento della Trinità. Piìi oltre, là dove
la linea tortuosa della vallata si perde nella maremma,
crescevano 1" ombre e il silenzio, non rotto che dal fischio
di qualche pastore o dalle voci delle ultime brigate, rimaste
addietro. Chi allora avesse potuto indovinare ciò che gli
passava per la mente, avrebbe forse pensato che un'athnità
strana correva tra l'anima di quell'uomo e l'aspetto di co-
desta notte e di quei luoghi, inseparabili dalle vicende della
sua vita avventurosa, e dai quali i)areva ch'egli non riuscisse
a staccar lo sguardo. Anche in lui era notte, e alla falsa
luce del pensiero, aberrante sotto le illusioni d'una fantasia
malata, l'occhio della mente non vedeva più le cose e gli
uomini e la vita nel loro vero aspetto e si sviava in un
buio sempre crescente, dove, s'egli fosse vissuto di piìi, la
sua ragione avrebbe poi finito collo spengersi. Ma per chi
segue con interesse pietoso questa povera mente umana
anche nelle sue al)errazioni, è triste il pensare che al buio
di quell'anima, piena di sogni, si affidavano allora centi-
naia e migliaia d'altre anime credenti in lui, pronte a la-
sciarsi eccitare, a lasciarsi condurre da lui dov'egli vedeva
a (|ualsiasi rischio.
Potevan già essere le nove di sera ; e il piazzale di
^lonte Labbro, dove dal tramonto in poi non aveva mai
smesso di affluire sempre nuova gente, n'era tutto pieno
che non ci si sarebbe potuto buttare in terra un chicco di
grano. David allora, così seguita il racconti! di quel testi-
mone oculare, invitò il i)Opolo in chiesa a dire il Ro.<ari(>.
Appena una piccola })arte dei convenuti ci i)oteva entrare :
le l)ambine e i bambini e le donne tutte da ,sè nella parte
Xella chiesa di Monte Labbro 263
della cappella più vicino all'altare ; dietro, gli uomini, in
o-iiioccliio. anche (|nelli rimasti fuori, e che alla brezzolina
sottile della sera stavano tutti senza cappello. Dai viticci
di bronzo dorato, accesi torno torno alle quattro bianche
pareti, e luccicanti di cristalli e di piccoli specchi, dai ceri
disposti suU'altar maggiore coU'architettura complicata, un
po' barocca che si usa neWammaio di festa in tutte le
chiese di campagna, scendevano ondate calde di luce su
quelle centinaia di teste, di colli, di seni e di spalle fem-
minili, dall' incarnato bronzino, dalle ricche e floride forme,
nude in parte o apparenti di sotto le vesti da estate, che,
tinte com'erano tutte a vari colori e tutti vivi, facevano
quasi un tappeto tiuttuante animato. L'aria era tutta una
nebbiolina sottile di polvere, di fumo e d'acre odore d' in-
censo, che tra le calde vampe delle centinaia di fiati e dei
sudori emananti da quella rozza folla cosi pigiata, saliva
da terra, saliva lenta e mozzava il respiro. Entrati che fu-
rono tutti e scemato un po' il brusio e lo scalpicciare dei
piedi, David s'alzò dall'inginocchiatoio, dove soleva stare
colla sua famiglia vicino all'aitar maggiore, e fece atto di
voler parlare. Non si sentiva uno zitto. Egli dominava col-
l'alta persona quella distesa di teste, in cui migliaia d'occhi
non battevano palpebra alle sue parole. Parlò come soleva
sempre, strano e potente, a figure, a simboli, colla rozza im-
maginosa ispirazione d'un pastor di popoli primitivi o d'un
capo di tribìi arabe predicante la guerra santa. Ma quella
sera la sua voce aveva un accento anche più singolare, il
gesto e la parola qualcosa di cosi strano, che chi l'avesse
sentito allora per la prima volta e fosse stato capace di
giudicarlo, l'avrebbe subito detto non sano di mente. Le
264 UNA VISITA ALLA TORRE DI I>A\T;D LAZZARETTI
ultime parole, in cui annunziava di nuovo prossima la sua
discesa da Monte Lab1)ro, furono accolte da un lungo mor-
morio della folla, che cessò non appena Filippo Imperiuzzi,
parato di piviale e di stola, sorse in piedi a intuonare il
Rosario. Era un'alta e bella tìgura di monaco antico, assai
più giovine di David, Itruno come lui e piìi complesso. La
lunga barba nera che s'era lasciato crescere dopo aver de-
posto l'abito dei Filippini, dava rilievo al viso pallido,
schiettamente romano per vigoria d'espressione e di tratti.
Finito il Rosario, David accennò al popolo che uscisse
di chiesa, e, dato ordine di chiuder la porta, condusse seco
per una laterale che si apriva verso F Eremo i discepoli
pili fedeli, e fece indossare a tutti gli abiti, con cui il
giorno dopo nella sua discesa da Monte Labbro dovevano
prender parte alla processione. Le strane divise erano quelle
dei personaggi misteriosi che fino dal primo giorno della
sua vocazione s'affollavano nelle visioni del profeta, e che
la sua fantasia, giunta all'ultimo grado d'esaltazione, vo-
leva ora rivedersi davanti in atto di persone vive e vere,
rifticendo, per dir così, in un altro sogno reale esterno
quello del quale viveva da anni e anni.
Si notavano nel bizzarro corteggio che rientrava in chiesa
sette Principi legionari, scelti a comandare le milizie cro-
cifere dello Spirito santo, simili nelle vesti ai ^ette grandi
personaggi, che David aveva veduti in sogno la notte del
20 marzo 1871 nella grotta miracolosa della Sal)ina. Ave-
vano tutti una maglia rossa attillata, con impressa sul ])etto
la sigla di David, a maniche lunghe e strette e con un gal-
lone dorato clic girava lungo il collo e ai polsi; calzoni
cenerini un po' della forma di quelli dei militari e stretti
La processione dei "vestiti,,
265
alla vita da uiui fascia celeste e da un cordone dorato a
grosse nappe. Un altro eguale, a cui era attaccata una
croce, scendeva loro dal collo. Sulla spalla sinistra porta-
vano ripiegato un mantello azzurro foderato di rosso, ed
erano in tutto vestiti come David; salvo che egli, in luogo
del loro berretto di lana rossa a striscia gialla e a punta
ricadente all'ingiìi, aveva in capo un cappello azzurro sor-
Barrocciai (pag. 144).
montato da tre penne, una verde, l'altra gialla e la terza
turchina, e sul davanti una placca coll'immagine d'una co-
lomba che teneva nel becco un ramoscello d'olivo, ed era
simbolo di quella, che, al termine del nuovo diluvio pre-
detto da lui, sarebbe volata dalla nuova Arca. Invece delle
scarpe di pelle bianca, portate da tutti gli altri, egli ne
aveva un paio tutte di legno scavato e d'un pezzo solo
colla punta in su, lavorate con rara eleganza, e che, esposte
G. Baezellotti. 34
266 UNA VISITA ALLA TOERE DI DAVID LAZZARETTI
iìi pubblico nel processo eli Siena, fecero stupire le signore
che si affollavano ad osservarle.
Tra le vesti di David e dei Principi legionari e quelle
dei dodici Apostoli e dei Discepoli non correva quasi altra
differenza che nel manto, tutto turchino dei primi e rosso
di questi ultimi. Ma era diverso l'abito dei Sacerdoti Ere-
miti, che rappresentavano uno dei futuri ordini religiosi,
mostrati da Dio a David in visione molti anni prima. Ave-
vano una tonaca ceneriua con bavero, e sulle spalle un
manto tutto azzurro; in testa un cappello tondo scuro e
nella destra un pastorale giallo sormontato dalla croce. Le
donne, che non erano meno numerose, vestivano per la
maggior parte in modo anche piìi i)ittoresco : prime le Ma-
trone e le Suore di carità, quelle con tonaca turchina e
manto rosso e con un velo rosso in testa, queste al con-
trario con tonaca rossa e manto e velo turchino; poi le
Fanciulle pie, poi le Figlie dei cantici, tutte in lunghe vesti
bianche; ma le une portavano sulle spalle un manto celeste
e intorno alla testa una fascia e un velo dello stesso colore ;
le altre avevano bianco anche il manto e il velo, intorno
a cui girava una corona intrecciata di rose e di foglie
verdi. L'incarnato vivo, abl)ronzato dal sole d'estate e spi-
rante la fresca vigoria clic viene dall'aria montanina, spic-
cava in quei visi giovanili sotto il candore dei veli e il
biondo acceso dei capelli, che in molte pendeva un pò" al
rosso; tipo di bellezza, languida n un teuìpo e vivace, non
rara in Toscana, massime per le campagne. E ce n'erano
davvero delle bellissime; alte per la loro età, perchè nes-
suna passava i quattordici auui, schiette come arboscelli di
macchia, con occhi che mandavano lampi e sorrisi, con
Allucinazione 2(i7
quel non so che di più tenero, clie nelle forme della fan-
ciulla fa così spesso balenare la bambina. E si vedevano le
pili grandi mandarsi dinanzi guidandole colla voce e coi
cenni, le piìi piccine, quali assonnate e stupite a tutto quel
chiarore e da quello strano spettacolo, quali allegre come
fossero state in mezzo a un trastullo infantile ; tra (|ueste an-
che Bianchina, iìglia di David, un amore di bimba con due
occhioni azzurri, povero e bel lì ore che i deliri del padre
travolgevano in quel cupo vortice di fanatismo, dove andò
a un pelo dal restar morta. L'ordine della processione era
questo. Andavano dinanzi i musicanti d'Arcidosso che, chia-
mati, si prestavano a suonare in quelF occasione ed erano
vestiti presso a poco come gli Apostoli ; veniva poi la schiera
delle bambine e delle donne, poi David e il sacerdote, poi
tutti gli uomini. In alto, sulle teste ondeggianti si moveva
una fitta selva d' insegne : la bandiera biancoturchina di
Nostra t'^ignura delle vittorie portata dalle fanciulle, quella
bianca del Cristo profeta coli' immagine di Clesìi coronato
di spine; il vessillo giallo dei leviti, l'altro tutto rosso dei
militi delle sante milizie^ e i tre labari della legione italiana,
francese e spagnola, coi colori delle bandiere dei tre po-
poli e con sopra emblemi strani, simboleggianti l'unione
futura delle nazioni latine, sognata da David.
Quando furono tutti in chiesa, ciascuno al suo posto,
David, fatti prima intuonare al suono della banda gl'inni
dettati da lui per codesta occasione, accennò che s'aprisse
la porta. Una folla impaziente si precipitò dentro e rimase
in silenzio, immobile. Stavano come trasognati, guardando
i compagni, i parenti, gli amici trasfigurati sotto quelle
strane vesti, s' interrogavano tra loro cogli sguardi non
268 UXA VISITA ALLA TOEBE DI DAVID LAZZARETTI
osando aprir bocca per non turbare V incanto della visione
in cui pareva a tutti di essere avvolti. E anche i meno
credenti, anche quelli venuti lassìi colla certezza di vedere
e di udire le più strane cose del mondo e di riderne, ora
stavano, loro malgrado, seri e attoniti, sogii'iog-ati da una
impressione comune e come colpiti improvvisamente dal
contagio del luogo, dell'ora e dalla stessa realtà del fatto,
che, a forza d'essere, per dir così, fuori d'ogni fede umana,
riusciva per ciò solo ad imporla, a incuter rispetto. Non
c'è nulla che si comunichi cosi facilmente come la serietà
anche innanzi all'assurdo, se questo paia affermarsi nel fatto.
E ora il sogno della mente di David prendeva dal presti-
gio di quella fantastica scena notturna la forza d'un* alluci-
nazione, cui nessuno dei presenti riusciva a sottrarsi. Fu
un'allucinazione che durò quattro notti e quattro giorni.
Dopo cantate alcune preci, il Lazzaretti parlò di nuovo,
poi a un suo cenno la processione si mosse per uscire di
chiesa. Il popolo fece ala e si mise a seguirla. Spuntava
l'alba. La cima del Monte Amiata, che ancora (jualche mi-
nuto innanzi si vedeva spiccar cupa nel cielo stellato, co-
minciava ora a illuminarsi d'un chiarore leggero, crescente,
su cui da poche e soiìici strisele di nul)i sospese in aria e
come trasparenti si diffondeva a poco a poco un colore
arancione sfumato. La campagna si risvegliava a un ven-
ticello fino, pungente che s'era levato dalla valle portando
l'uzza del fiume. Le rondini spiccavano il volo e sparivano
via, oltre l'orlo del monte, immergendosi nel vano immenso
ancora scuro, da cui qua e là si sentiva uscire solo il
canto sommesso delle lodolc nascoste pei campi e il mug-
gito 0 il tintinnare di (gualche armento; ma a poche miglia
Erano ebbri di Dio 269
di là ogni cosa taceva ancora nella notte, e a ponente le
bassure g-rossetane erano tutte una bianca distesa di neb-
bia che si confondeva col mare, e da cui non molto lon-
tano da Monte Labbro si staccavano grosse e dense .falde^
che ne investivano qua e In a br^vi intervalli il pendio.
La processione, scendendo il monte da quella parte, scom-
parve sotto codesto velo di nebbia, da cui si vedeva di tanto
in tanto uscire per poi immergervisi di nuovo. Era una
scena singolare e bella che, a quell'ora, animava d'una
strana vita fantastica l'aspf'tto di quella deserta campagna.
Grirarono due volte il monte. L'ultima schiera lo risaliva
lenta, che già il sole faceva scintillare le acque della Fiora
e la marina lontana. Tornati in chiesa si confessarono e si
comunicarono. La confessione, che David chiamava d'e-
menda, consisteva, come ho detto, secondo la forma praticata
in alcune congregazioni protestanti, nel dichiarare, prostrati
innanzi al sacerdote, d'avere offeso Dio, esprimendo il pro-
posito d'emendarsi; il che bastava per essere assolti. La
processione intorno al monte fu rinnovata quella stessa mat-
tina prima della messa cantata e nell'imbrunire dopo i ve-
spri. La sera tornarono alle solite preghiere per continuarle
durante la notte.
Così passò il 15 agosto, e io risparmio ai lettori i par-
ticolari delle altre due giornate e delle altre due notti.
Erano, per dirla colla frase potente di un grande scrittore
tedesco, ebbri di Dio. Rigirati sino alla vertigine, come da
mulinello, nel sacro delirio del loro maestro, incapaci di
tornare in se, non vivevano che dell'aspettativa delle grandi
cose promesse da lui, mangiando quanto 1)astava appena a
reggersi ritti, buttandosi sulla nuda terra solo qualche mi-
270 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
liuto a vagellare in un mezzo sonno inquieto per poi ripren-
dere subito le loro preghiere e i loro giri. Ma David, per
quanto fosse al colmo della sua esaltazione, sentiva che in
codesto stato di mente e d'animo i suoi non potevano certo
durare a lungo. Aveva protratta la sua discesa da Monte
Labbro, nonostante le promesse solenni che la fissavano per
la mattina del 15. Ora bisognava non indugiar piìi o il suo
prestigio e la sua popolarità rovinavano per sempre senza
riparo. Disse, dunque, che sarebbe poi disceso la mattina
del 18 per visitare coi suoi alcune chiese di quei dintorni
dedicate alla Vergine, e che avrebbe continuato il suo pel-
legrinaggio alla volta di lioma. Il delegato ne aveva ri-
cevuto da lui l'avviso fino dalla sera del 15. E tuttavia non
prima del 17, la sera, egli propose al pretore di Arcidosso
di sottoscrivere la domanda per ammollire il Lazzaretti.
Era tardi, e quello che si faceva e si preparava a Monte
Labbro, dove fino dalla mattina David aveva issato in cima
alla torre una bandiera rossa colla scritta ''La republdica
^ // lìegno di Dio ,, , rendeva urgente, avrcbì)e fatto appa-
rire pili che legittimo un provvedere pronto e vigoroso ad
altri esecutori della legge, cui la metafisica rivoluzionaria
della fazione parlamentare allora dominante non avesse fatto
perdere il retto senso delle cose e della piìi elementare arte
di governo. E vero che quella sera stessa del 1 7 il dele-
gato De Luca telegrafò alla Prefettura per avere istru-
zioni. Ma il ])refetto Giusti era — si noti — in congedo
dal 12 in ])0Ì, e col permesso del Ministero; permesso che
gli fu conceduto — dice un'altra relazione uftìciale — per
aver dichiarato che la })ul)blica sicurezza nella provincia di
Grosseto era in condizioni normali.
Un detto di G-iulio Cesare 271
La risposta mandata da Scansano dal consigliere de-
legato al telegramma del De Luca, non giunse che la mat-
tina dopo, quando già i carabinieri andavano incontro a
David e ai suoi. E intanto che s' indugiava a pigliare un
partito qual si fosse, non ne rimaneva possibile che uno solo,
ed era pur troppo il partito peggiore di tutti e per ogni
verso il più estremo : prepararsi a fare uso della forza, ma-
gari delle armi, contro uomini inermi, innocenti d'ogni pro-
posito ostile alla quiete pubblica, contro donne, fanciulle e
bambini salmeggianti, solo perchè il loro mostrarsi nume-
rosi in quel luogo e a quell' ora, sotto la condotta d' un
uomo qual'era David, mentre in tutt'altre condizioni degli
animi sarebbe stata cosa di niun conto, era invece un pe-
ricolo in quel fermento d' ire religiose e municipali pronte
a scoppiare. E poi, se il grosso della popolazione non te-
meva per nulla i Lazzarettisti, e lo fece vedere andando
loro incontro numerosa, v'erano, lo dissi già, in Arcidosso
persone e famiglie alle ({uali un tumulto, che vi fosse sorto
lì per lì, avrebbe dato certo a pensare assai. Costoro vive-
vano in grave ansietà e, così almeno si diceva, in armi,
asserragliati nelle loro case. In tale disposizione degli animi,
e una volta che non s' impediva a David di muoversi coi
suoi, il peggio era aspettare' come si fece, che il fatto stesso
imponesse da se al momento i mezzi per istornare il male
imminente ; prendere, insomma, consiglio dal pericolo senza
averci pensato bene prima, che è il massimo di tutti gli
errori in chi comanda. Lo ha detto molti anni fa un uomo
che dell' arte di governare s' intendeva, credo, un tantino :
Caio Giulio Cesare.
La notte dal 17 al 18 agosto a Monte Labbro la pas-
272 TINA VISITA ALLA TOEKE DI DAVID LAZZARETTI
sarono in continue preghiere. E qiiest' ultima veglia, ag-
giunta alle altre, ai digiuni e all' emozioni snervanti dei
giorni innanzi, fece dell' aspettativa febl)rile, in cui i più
erano vissuti sino allora, una visione di sonnambuli. Cre-
devano di sentire, sentivano realmente l' imminenza dei
grandi e strani fatti che David annunziava e vedeva già
presenti nel suo sogno, e che da quel fondo tuttora vago,
ma sempre più fosco, su cui la fantasia del profeta li fa-
ceva balenare ai loro occhi, prendevano un prestigio pieno
di sacra paura. E a molti passavano e ripassavano di con-
tinuo per la mente quelle parole del Libro dei Celesti Fiori,
dove il profeta descrive a parte a parte la fantastica di-
scesa del nuovo Mosè dal monte. Essa non poteva, non do-
veva tardare ; tanto più che la sera avanti egli era tornato
a parlare con loro di un miracolo che accadrebbe tra poco
per opera sua; e in chiesa, presenti tutti, in quel solenne
apparato, fra un silenzio altissimo, aveva, toccando l'altare,
giurato egli stesso e fatto giurare i figli d" esser pronti a
ogni rischio, poi distribuite a tutti coccarde e segni per
riconoscersi, al bisogno, tra loro come in un cimento co-
mune. E la mattina del 18, quando si presentò in chiesa
pronto a partire, aveva il manto a rovescio, e accennando
al rosso della fodera, "questo,,, diceva a bassa voce, con
aria solenne, " è segno di sangue : il mio, il sangue del
nuovo Abele, sarà, lo vedrete, sparso tra i)oco e si con-
fonderà col sacro sangue cli'è in quel ciborio... L'impres-
sione che i presenti ricevettero da (jucste parole fu delle
più profonde ; me lo prova il ricordo tenace, eh' essi ne
serbano anch'oggi, dominante tra molti altri di quella gior-
nata per loro memorabile, e l' esattezza letterale con cui
David dà il segno della partenza 273
tutti descrivono a \\\\ modo l' atto, la voce, le parole di
David in quel momento. " Poi „ , seguitano a raccontare,
" egli ci distriltuì il pane e l'agnello benedetto. Lo man-
giammo ritti, in atto di partire, proprio come racc(jnta la
Bibbia che fecero gli Ebrei guidati da Mosè, avanti il loro
passaggio .^. E le prime schiere della processione s'erano già
mosse, quand'ecco arriva tutto trafelato, ansante uno spe-
dito d' Arcidosso, mandato da Pasquale, fratello di David,
a dirgli che per carità non scenda, perchè c'è giìi al paese
chi si prepara a ricever lui e tutti i suoi a fucilate. Il
Maestro rispose ad alta voce in modo da farsi sentire a
tutti, •• ch'egli non andava per far del male a nessuno e
non aveva paura di nulla : in nome di Dio, gli venissero
pure dietro tutti senza sospetto ; a nessun di loro verrebbe
mai torto un capello; la vittima, aggiunse, sarò io solo,,. E
diede il segno della partenza.
"La giornata,,, così dice il manoscritto di uno dei prin-
cipali testimoni presenti a quella scena, " era tranquilla e
bellissima. Giìi per le colline più basse si vedevano sparsi
da per tutto gruppi di persone che aspettavano per unirsi
a noi „ . E doveva essere uno spettacolo dei piìi nuovi e
dei pili curiosi seguire dal basso coli' occhio la lunga linea
della processione clie si svolgeva lenta, cantando, serpeg-
giante a larghe spire ineguali lungo il dorso nudo della
collina, e spariva e riappariva di dietro alle sporgenze del
suolo e ingrossava passo passo di nuovi fedeli e di curiosi
che la seguivano o le facevano ala intorno. I vestiti, come
li chiamano sempre i cronisti del fatto, erano circa un cen-
tinaio. Si vedeva David andare da una a un'altra fila, fer-
mandosi a parlare con questo e con quello, dando ordini
(j. Barzellotti. 35
274 UNA VISITA ALLA TOERE PI DAVin LAZZARETTI
colla voce e coi cenni, spesso concitati, violenti, com'era
proprio della sua natura. Portava nella mano destra, in se-
gno di comando, un bastoncino piegato in cima. La sua
figura alta, slanciata, le larghe spalle potenti da atleta ap-
parivano anche piìi in quell'agilità vigorosa di moti, con cui
egli faceva e rifaceva in su e in giìi la stessa via per l'erta
ripida. Il rosso fiammeggiante della camicia, che gli rima-
neva scoperta (il mantello se l'era buttato su una spalla),
lo scintillare dei galloni dorati sul petto e al cappello, le
tre penne di questo a vari colori svolazzanti sul turchino
cupo, lo facevano distinguere anche da lontano tra tutti gli
altri. ^la, cosa notevole, codesta figura di profeta popolano,
a vederla con quelle vesti bizzarre muoversi in mezzo alla
folla che lo ammirava estatica e pendeva da un suo cenno,
là per l'erta nuda della montagna, a un sole splendido, in
vista di (j^uella valle così pittoresca e della marina lontana ;
codesta figura, teatrale com'era, invece di farci sorridere ci
avrebbe fatto pensare, fantasticare ; pili che nna comparsa
di qualche scena del Profeta poteva sembrare a momenti
l'evocazione della stessa realtà storica, sceneggiata nel fa-
moso melodramma del ]\Ieyerbeer. E quella processione e
quei canti e ([uelle anime di devoti, credenti in un uomo
che si diceva Cristo tornato al mondo, e se li conduceva
dietro cieclii di fede forse incontro alla morte, solo col fa-
scino delle sue promesse e delle sue predizioni, potevano,
guardate a, mente fredda, apparirci quello che, del resto,
erano in realtà: cose e fatti d'un altro tempo, d'un altro
mondo intellettuale diverso da (juesto nostro e omini ])assato
per sempre, fuorché là su (|uella montagna solitaria, dove
durava ancora, lontano molte e molte miglia di storia da noi.
L'aspetto della jivocessione S275
Scesa appena la costa, con cui Monte Labbro si stacca,
a forma di cono tronco, e sorge sulle colline leggermente
ondulate che gli fan da base, la via corre per campi di
grano e per pascoli sino a che incontra quella provinciale,
che mena in ^laremma. Il luogo si chiama il prato del
Marrone. E di là alle Alole. ch'è il punto dove chi va verso
Arcidosso deve voltare a sinistra per l'altra via provinciale
che viene da Santa Fiora, corrono non più di tre o quattro
miglia. La processione fece questo tratto di strada in meno
di quattro ore, soffermandosi di tanto in tanto, ogni volta
che il passo più lento di alcuni gruppi, specie se erano di
bambini o di donne, li allontanava dagli altri che precede-
vano, lasciando tra le file dei lunghi strappi, che a una voce
tonante di David si richiudcvan subito. E allora il soffer-
marsi dei primi gruppi e l'accorrer frettoloso dei rimasti
addietro imprimeva alla processione, veduta da lontano,
queir oscillare ineguale che si osserva nel corpo di un cento -
gambe strisciante su la ghiaia. !Ma le prime file tornavano
appena a moversi, che allo s1)0CC0 di qualche sentiero sperso
tra i campi o dalla porta di qualche casolare solitario so-
pravveniva gente, e mescolandosi ai pellegrini, li faceva
fermare da capo. Erano contadini e pastori scamiciati o in
abito da festa, vaccari con lunghe mazzarelle in mano, con
cosciali di pel di capra alle gambe, inchiodati a cavallo su
quelle loro selle alla maremmana alte come arcioni di ca-
valieri antichi ; erano ragazzi e donne, accorsi ansanti da
Arcidosso e dai paesi vicini per le scorciatoie traverso i
campi, a dire al padre, al marito, ai fratelli, ai figli ch'erano
nella processione, di uscirne, per carità, a scongiurarli colle
lacrime agli occhi che non andassero innanzi un passo di
276 TNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
più, perchè si dava ormai per sicuro che i soldati avreb-
bero fatto fronte a David e ai suoi. E a ognuno di que-
st'incontri tra i sopravvenuti e i pellegrini cominciavano
dialoghi frettolosi ad alta e a bassa voce, a bisbigli, a cenni,
interrotti da scoppi improvvisi di pianto, da urli, da pre-
ghiere supplichevoli, da esclamazioni ; si formavano qua e
là sempre nuovi gruppi, che erano come tanti nodi intorno
a cui quella matassa vivente della processione incagliava,
s'arruffava tutta. ^la a scioglierli e a far riprendere a cia-
scuno il suo posto bastava si fosse appena fatta sentire da
lontano quella voce tonante di David. Allora si faceva si-
lenzio da ogni parte ; tutto tornava come prima in ordine.
Le due fermate più lunghe della processione furono all'in-
contro delle due vie provinciali. Là migliaia di persone si
unirono ai pellegrini. Tutt' e due le volte David volse ai
sopravvenuti alcune parole che i suoi discepoli ricordano
ancora fedelmente. Domandò ad altissima voce "se volevano
la repubblica ,,, e a un "sì,, fragoroso che scoppiò subito,
urlato da migliaia di bocche, "la repubblica,,, rispose il pro-
feta, " incomincia da oggi in poi nel mondo ; ma non sarà
(/nella del '4<S ; sarà il regno di Dio, la legge del Diriffo
succeduta a quella di Grazia ,,. E qui nuove grida e nuovi
applausi, interrotti subito dalle voci argentine delle fanciulle
e delle donne, che riprendevano a passo lento la via e il
canto, composto da David con queste strofe di chiusa, dove
s' invoca la Madonna :
E quando arrivato Raccogli quei^t'alma
Sarò all'agonia, Nel santo tuo velo,
Ti prego, o Maria, Scortandola in cielo
Soccorrimi Tu. Unita con Te.
Le Figlie del Cantici
217
Era un canto flebile, lento, che per la mestizia religiosa
dei pensieri eh' esprimeva, intonato in quel momento fra
l'apprensione vaga del pericolo, che alitava, se posso dir
così, nell'aria e nell'animo degli spettatori, fece venire le
lagrime a molti. Quelle bionde bambine, tenere come fiori,
alcune delle quali avevano a pena sei anni, quelle Figlie
Luogo fuori di Arcidosso, dove fu ucciso David (pag. 27fM.
del Cantici, vestite di bianco come tante spose incamminate
all'altare, erano forse a due passi dal rimaner travolte dalla
folla fuggente alle fucilate dei carabinieri, e colpite esse
stesse sotto gli occhi delle loro madri pazze di paura e di
dolore. E intanto le piìi grandicelle tra le bambine ridevano
tra loro, cantando, come andassero a una festa; e le più
piccine, stancate dalla lunga via e dal caldo, cominciavano
già a uscir di fila e a restare indietro ; e ce n' era che
278 UXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
s'appoggiavano piagnucolando al braccio delle sorelline mag-
giori. E le loro mamme si struggevano ime lo diceva poi
piti d'unaì di non poterle prendere in collo, piccinine!, che-
tarle colle carezze e metterle a dormire in quell' ora così
affannosa. Ma degli uomini ch'erano in processione ai piii
la cieca fede nel loro profeta infondeva una sicurezza ani-
mosa di potere, al bisogno, affrontare sorridendo qualunque
rischio per lui, al tempo stesso che si sentivano certi in
cuor loro di non correre, finch' eran con lui. un rischio al
mondo. Un di loro m'ha raccontato che quando David, poco
dopo le Aiole, gridò, nel passargli vicino, " tenete ripiecjati
i vostri manti sul hraccio sinistro, in modo che la placchetta
rimanga davanti e vi liberi dalle palle ,, , egli allora non
pensò punto al pericolo che potevano accennare tali pa-
role ; e solo qualche mese dopo, mentre era a Grosseto in
carcere, gli ritornarono in mente e gli parvero, diceva, una
profezia.
Dopo le Aiole, a meno d'un mezzo miglio da Arci dosso,
la via scende e serpeggia rientrando in se stessa, a larghe
curve, sino al ponte d'un torrente che sbocca lì vicino tra
due colline e si perde lungo una gola. Gli sta sopra, sco-
sceso in })iìi luoghi quasi a picco, in altri tagliato n sca-
glioni, verdeggianti di castagni, uno dei fianchi deirAmiata,
che sorge come sulle gradinate d'una enorme base ciidojìica,
e fa pensare all'immagine sul)lime che Pindaro nella })rinia
Pizia ci da dell'Etna nevoso, là dove lo chiama C"/on/ia
del cielo, ^la la cima del monte non si vede da codesto
punto. Ne danno come un presentimento quei primi ])ic(hi,
sparsi di faggi dal verde cupo, che si disegnano nell'aperto
del cielo azzurro illuminati dal sole, e a guardarli dal fondo
Giungono ad Arcidosso 279
angusto di quella g-ohi tutta ombre, fanno esclamare: più in
alto, sempre pili in alto ! — La processione spuntò a capo
(Iella scesa in vista del ponte, e venne avanti lenta, come
flutto di lava animato, cuoprendo tutta la via, serpeggian-
dovi variata dei mille colori della folla e delle bandiere
mosse dal vento, e cominciò a risalire lenta il versante
opposto verso Arcidosso. Erano circa le nove e mezzo,
quando i primi gruppi che precedevano la massa della folla,
ingrossata ormai sino a più migliaia di contadini, e frotte
di ragazzi e bambini schiamazzanti, spuntarono dalla svol-
tata che dà in faccia al paese.
Là uno spettacolo nuovo, inatteso si presentò ai pel-
legrini. Sapevano che il loro arrivo aveva fatto correre
nel paese voci di saccheggio e di violenze imminenti, e
molti forse si aspettavano di trovare deserte le vie, le case
e le finestre asserragliate. Invece tutto Arcidosso era ac-
corso in una folla unica, immensa a vederli venire. La
spianata che si apre davanti al prato del Passeggio, in vista
delle \)vìme case e della strada principale che taglia il paese,
brulicava gremita di gente. Ce n'era quanta ce ne poteva
stare nel mezzo della strada e dalle due parti. Ma la massa
più fitta si pigiava sul rialto fatto dalle })ietre, che ancora
si vedono là portate dai Lazzarettisti pochi anni prima per
la fabbrica della chiesa. Migliaia e migliaia di teste on-
deggiavano, si sporgevano impazienti di vedere, e i bam-
bini, levati in collo ai padri e alle madri, agitavano le pic-
cole mani in segno di festa, accennando verso il punto a
cui eran fissi gli occhi e gli animi di tutti ; e da quelle
migliaia di bocche usciva un mormorio sordo, continuato,
come brontolare di tuono lontano, che cessò a un tratto
280 UKA VISITA ALLA TOEEE DI DAVID LAZZAEETTI
appena dalla svoltata della via in faccia al paese si videro
spuntare le prime file della processione. Erano le bambine,
le fanciulle e le donne. Dietro veniva la musica che suonava,
poi David e l'Imperiuzzi, seguiti dai Princiiyi e dagli Apo-
stoli e dagli altri vestiti, poi la folla confusa dei fedeli e
dei curiosi.
Tutta questa gente si fermò per un atto istintivo ap-
pena apparve in vista al paese e alla folla che aspettava.
Il silenzio degli spettatori fece cessar subiti i i canti e la
musica nelle file dei Lazzarettisti. Corsero così alcuni mi-
nuti in cui le due parti si guardarono tra loro, come se
gli uni avessero voluto indovinare i pensieri e i sentimenti
degli altri. Ma a una voce di David la processione tornò
a muoversi e venne giìi lenta per la scesa, sino a che non
ebbe oltrepassato di un buon tratto la prima punta della
folla ammassata su quel rialto delle pietre ; poi si arrestò
un'altra volta. Tra le prime file e la calca degli spettatori
immobili correvano ancora centinaia di braccia ; ma la via
era sbarrata da quelli, e proprio in codesto momento un
sordo sussurro, che percorse la folla, e l'ondeggiare e il vol-
tarsi di migliaia di teste annunziò qualcosa di nuovo. Il
delegato di pubblica sicurezza De Luca e il sindaco, seguiti
da otto carabinieri e due guardie comunali, venivano avanti
in fretta a intimare a David di retrocedere e di sciogliere
la processione. Il delegato portava a tracolla la fascia tri-
colore. I carabinieri avevano le baionette in asta ai fucili.
Allora si vide David muovere dal i)unto dov'era tra le
file de" suoi, oltrepassare le donne e i bambini e avviarsi
verso il delegato. Camminava con passo fermo, risoluto,
come chi va non a ricevere ma a dare un eoiiiando; sen-
David davanli al delegato 281
tiva sotto a quelle migliaia di sg'uardi fìssi da ogni })arte
su di lui, fra un sordo sussurro di aspettazione e di simpatia,
divampare sempre pili cupo l'entusiasmo che lo ardeva da
tanti anni. Ormai egli era là a due passi dal cimento, clic
doveva avverare o sperdere per sempre il sogno della sua
vita, e nell'intuito febbrile che i deliranti e i moribondi
hanno non di rado in (questi momenti supremi, egli se la
vedeva passare e ripassar tutta davanti per far capo a quel
punto solo ; meglio perderla mille volte, diceva a se stesso,
che tornare addietro un passo.
Intanto il delegato e il sindaco gli s' erano avvicinati,
e il primo gli aveva fatto cenno di fermarsi. Era un uomo
alto e complesso, un po' rubicondo in viso, con un lungo
pizzo brizzolato. Quando fu a pochi passi dal Lazzaretti,
si fermò anche lui in mezzo alla strada, e con voce alta
e chiara, pronunziò a brevi intervalli, le tre intimazioni
comandate dalla legge. Alla terza, in mezzo a un silenzio
profondo, fu udito David che rispondeva : " Io vado avanti
in nome della legge del Diritto e di Cristo Giudice,,, e
dicendo così, accennava l'immagine di Gesù dipinta in una
bandiera che uno de' suoi gli faceva sventolare alta sul capo.
Il delegato taceva. David proseguì : " Se volete la pace, vi
porto la pace ; se volete la misericordia, avrete misericordia ;
se volete il sangue, eccomi,,. E apriva le braccia. Un fre-
mito corse per la folla. Il delegato gli si fece piìi vicino,
dicendogli alcune parole che non furono udite dai circostanti.
David rispondeva concitato, agitando il bastone che aveva
in mano, mentre il De Luca brandiva in aria il fucile.
Erano tutt'e due isolati in mezzo alla strada a parecchie
braccia dalla folla, che rattenuta dai carabinieri guardava
G. Barzellotti. 36
282 UNA VISITA ALLA TOERE DI DAVID LAZZARETTI
in silenzio. A nn tratto si vide il Lazzaretti voltarsi, con
uno scatto violento, verso i suoi, battersi una mano sul
petto e brandire il bastone, pronunziando alcune parole,
che un immenso grido di '' Viva la repahhlica ! ,, copri su-
bito, scoppiando da più parti, mentre una gragnuola di
pietre pioveva sul delegato e sui carabinieri.
Quasi al tempo stesso una voce maschia, squillante tra
gli urli della moltitudine, gridò : fuoco ! , e col baleno scoppiò
il colpo secco d' una fucilata, dopo questo un altro e poi
un altro, poi una scarica, che avvolse di fumo biancheg-
giante lo spazio ov' erano David, il delegato e i carabinieri.
La scena che seguì allora rinunzio a descriverla. Era da
ogni parte uno scompiglio, un faggi fuggi disperato, tra le
grida acutissime delle donne e dei bambini atterriti, travolti,
come foglie dal vento, nel fluttuare confuso di quella massa
umana, che rovesciandosi indietro, subito rigurgitava, per-
chè il luogo rendeva difficile la fuga e accresceva il terrore.
La via verso il monte, chiusa dalla processione, invasa da
ondate di curiosi che accorrevano, non aveva uscita ; e quelle
pietre del piazzale destinate alla fabbrica della chiesa e su
cui era anche maggiore la calca, davan giìi, cedevano al
peso e ai passi dei fuggenti, li facevano cadere a mucchi
gli uni sugli altri. I due declivi laterali della collina, ove
corre la via, tagliati quasi a picco verso la valle, non of-
frivano scampo che ai piìi coraggiosi e ai piìi forti; e fuggire
verso il paese era pericolo anche maggiore e piìi disperato,
perchè i carabinieri appena fatta la prima scarica, s'erano
voltandosi spinti di corsa, tutti serrati insieme, in mezzo
alla folla, e di tanto in tanto, ricaricati i fucili, si rivolgevano
a far fuoco, poi riattaccavano la corsa. Il pericolo li aveva
Fanno fuoco sulla folla 283
fatti feroci. Prendevano di mira ora la massa confusa, ur-
lante, inerme, pazza dal terrore, ora questo o quello dei
fug-gitivi ; bastava che un atto, un grido, un nulla li avesse
messi in sospetto, spianavano, senz'altro, il fucile. L'avvo-
cato Felice Becchini, conosciutissimo in Arcidosso e d'una
famiglia eh' è tra le prime in paese, corse rischio di morte.
Due suoi figliuoli erano quella mattina usciti con altri ra-
gazzi incontro alla processione. La madre, che già tremava
per loro, udite appena le fucilate, era caduta a terra senza
sentimenti, e non s'è mai piìi potuta riavere da quella scossa.
Me lo raccontava, piangendo, cinque anni dopo, il marito
suo, che fuor di se dall'angoscia, s'era messo a correre tra
la folla e chiamava a nome i figliuoli ; quando a un tratto
vede, a pochi passi da lui, un carabiniere che l'aveva già
preso di mira e già stava per far fuoco...., ma un grido
e la voce ben nota gli fermarono la mano. E altre scene
pietose 0 terribili alla pari di questa si possono sentir de-
scrivere dai testimoni del fatto : madri e mogli che accorse
al primo rumore in cerca dei loro cari, li videro travolti,
sanguinanti nel vortice della folla e vi si gettarono dispe-
rate a certa morte pur di giungere almeno a toccarli, ad
aiferrarne le vesti lacere e a morire con loro; altre che,
travolte esse pure, s'eran sentite palpitare sotto ai piedi an-
cora semivive le membra dei calpestati e in quelli avevano
riconosciuto i ligli, i mariti, i vecchi padri ; bambini e bam-
bine sperdute che chiamavan piangendo le mamme e le so-
relle, 0 che rimaste sole a sedere su qualche rialto del suolo
a poca distanza da tutto quello scompiglio, ne godevano
come di una festa, battevano per la gioia le piccole mani
verso la massa confusa dei fuggenti, da cui forse, in quel
284 UNA "\t;sita alla toeke pi david lazzaretti
momento stesso, alzava la testa a g'uardarle per V ultima
volta la madre loro moribonda.
Intanto, non appena dissipato il fumo dei primi colpi,
s'era visto David giacere per terra senza moto e, vicino
a lui, altri, morti e feriti. Lo circondavano tre o quattro
dei suoi ; e uno di loro s'era chinato a guardarlo e a pal-
parlo. Grli altri seguivano con l'occliio impassibili la riti-
rata dei carabinieri e la fuga della moltitudine : ma tra
loro non si vedeva atto o segno di dolore. A nessuno po-
teva mai passare per la mente che il sa /ito David fosse
morto : aveva tutt' al piìi una scalfittura alla fronte, e la
ferita buttava sangue appena ; non c'era, tutti credevano
così, palla al mondo che avesse potuto ucciderlo. Ma
quando la moglie e i figli accorsero, e Bianchina s'ab-
bandonò piangendo sul padre, il cui sangue gemeva lento
a grosse goccie nere dalla ferita e tingeva il velo candido
della bimba, allora due discepoli sollevarono pian piano da
terra il corpo che non dava piìi segno di vita, lo posero
su una scala a pioli trovata li presso, e s'avviarono per la
via provinciale seguiti dalla processione che rijirese il suo
canto. A trasportare il ferito in paese non potevano pen-
sarci. Là era corsa, col primo rumore dello scontro, la voce
d'un assalto, d'un saccheggio imminente; per le vie e per
le case tutto era scompiglio e terrore, accresciuti dal giun-
gere tumultuoso dei fuggitivi insieme coi carabinieri, che
appena rientrati in quartiere, ci s'erano asserragliati. In
molte parti del paese erano chiuse le botteghe, sbarrate le
porte delle case ; alle finestre semiaperte si vedevano spun-
tare visi pieni di sospetto e bocche di fucili pronte a far
fuoco.
I Lazzareltistl fonìono in'lietro
285
Che bisog'iio ci fosse di tali precauzioni lo diceva ab-
bastanza l'attitudine dei Lazzarettisti. Se ne tornavano in-
dietro portando seco disteso, senza forza, senza voce, l'uomo
che pochi minuti prima infondeva in tutti loro la vita po-
Tre degli apostoli di David.
tente della sua parola e della sua fede, e alle cui speranze
e alle cui promesse pareva non dovesse quasi bastare la
terra; tornavano stìniti da quattro giorni e da quattro notti
di digiuno, di preghiere e di sacre visioni, stìniti, ma non
scoraggiati e immobili nella loro fede. Nessuna di quelle
286 DNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
speranze e di (quelle promesse s'era per ora verificata; ma
ciò voleva dir soltanto che i tempi non erano maturi: con-
veniva aspettare e aver fede ; l' aveva detto il Maestro e
Dio parlava per bocca sua ; Dio che può far tutto, che anche
se David fosse morto, lo avrebbe resuscitato per aprirgli
la via a compire la sua missione. E si capisce come guar-
dato alla luce d'una tal fede, (juanto era accaduto quel
giorno, le ferite e le morti dei loro compagni, il colpo che
aveva stramazzato David e che ora poteva far temere per
la sua vita; che tutto ciò, dicevo, non eccitasse in quegli
animi appassionati l'ombra del rancore, il minimo desiderio
di vendetta. Dio lo aveva permesso per provare la fede loro,
per cingere al nuovo Messia l'aureola della passione. E anzi
fu proprio in quel momento lì che a taluno dei piìi vecchi
e dei pili autorevoli tra i vestiti parve cominciasse a ba-
lenare una luce nuova sul mistero ch'era nella vita di David,
e sul senso, fino allora non ben compreso, di alcune sue
parole. Egli aveva detto piìi volte — e chi era tra loro
che non l'avesse udito? — ''che la vittima sarebbe lui,,. Il
miracolo a cui aveva sempre accennato, non poteva esser
che questo : il fatto della sua morte, vera o momentanea
che fosse, predetta da lui quando non v'era alcuna ragione
di prevederla ; l' essere stato colpito egli solo dei vestiti,
mentre a nessuno di loro era stato torto un capello. Queste
cose le diceva, tra gli altri, un vecchione alto e complesso,
coi capelli l)ianchissimi, che gli scendevan lunghi fin sulle
S})alle quadrate e con una gran l)arba non meno l)ianca
che gli andava sino al petto. Vestiva da Principe legionario,
e l'alta e mascliia figura di lui spiccava, alla gran luce
del sole d'c^^tate, fra quelle di molti dìscepoH e apostoli,
David sul suo letto di morte
che gli avevano fatto cerchio intorno, mentre la comitiva,
scomposte in gran parte le file, risaliva lenta il tratto di
strada che precede le T^agnore. Dietro venivano, salmeg-
giando, tutte le donne, i bambini e le bambine ; e in mezzo
a loro era portato il ferito, che non dava altro segno di
vita se non di tanto in tanto qualche gemito.
Giunsero alle Bagnore dopo mezzogiorno. In una casetta
Casa delle Bagnore, ove morì David.
mezzo nascosta tra i castagni presso la strada adagiarono
su un letto il moribondo, e stavano in ginocchio attorno a
lui aspettando che si riavesse. Ma le tre palle di fucile che
lo avevan colpito gli erano penetrate profonde nel cervello.
Egli aveva appena qualche ora di vita. " Lo trovai „ disse
uno dei testimoni nel processo di Siena, l' avvocato Gra-
lassi " giacente su un letto ed erano inginocchiati accanto
a lui la figlia giovinetta e il figlio Turpino. La figlia era
288 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
ancora vestita di lìianco con un lungo velo e una corona
di rose in testa. Anche Tarpino era vestito dell' abito dei
Lazzarettisti. Piangevano. Presso il morente era il dottor
Terni di Santa Fiora, il quale mi disse che David aveva
pochi momenti di vita.
" Da un canto era la moglie di David che singhiozzava.
Le volsi parole di conforto, ed essa piangendo rispose :
^^ Muore per la (jloria di Dio,,.
" Mi tolsi a codesto triste spettacolo, e avendo veduto
nell'altra camera i fratelli di David ed altri colle vesti della
processione, dissi loro: spogliatevi!
" Tornai, e dovendo traversare Arcidosso, mi ci trat-
tenni un poco. La popolazione era addolorata e commossa
della strage avvenuta. E davvero quella repressione contro
quella povera gente inerme era stata eccessiva e selvaggia. ,,
Nelle prime ore della sera David spirò circondato dai
suoi, che non credettero alla sua morte, se non quando se
ne furono accertati coi loro propri occhi. E nh anche al-
lora i pili si lasciarono vincere dal dolore. Aspettavano,
pregando e salmeggiando, ch'egli risuscitasse il giorno dopo,
e nessuno ne avrebbe toccato il cadavere, se non veniva
un ordine delle autorità di Santa Fiora che lo fece sep-
pellire nel vicino camposanto di (juel paese. Là egli riposa
per sempre, e ne un sasso, ni' una parola pietosa lo ram-
menta a chi passa ; ma ogni anno a primavera l'erba ver-
dissima, cresciuta per la prima volta dal cuore del profeta
popolare, rosseggia di bei ccttpi di fiori, che paion sangue
sparso di fresco, e i Lazzarettisti s'inginocchiano a coglierli
per farne dei ma/zi e metterseli accanto al letto sotto l' im-
magine benedetta della Madonna.
Valore scientifico del soggetto da. me trattato
289
E ora a quelli tra 1 miei lettori clie voltandosi indietro
a guardare la figura del Lazzaretti, tale quale io mi provai
a diseji'narla sul fondo della modesta cronaca da cui vien
fuori, mi domandassero: ma valeva poi la pena di parlarjieV,
risponderei: certo anche a non vedere in David che l'uomo,
il credente fanatico, simile a tanti altri ebbri di Dio, che
Il camposanto di Santa Fiora, ove è sepolto David.
s'incontrano quasi a og'ni passo nella storia di tutti i mo-
vimenti relig'iosi, l'interesse che si può provare, leggendo
0 scrivendo di lui, e che oggi la scienza giunge a destar
vivo in noi quando studia anche le aberrazioni di questa
povera mente umana, è pur sempre tale da giustificare la
ricerca accurata dei fatti descritti da me. Ed è questo ap-
punto l'interesse con cui parecchi alienisfì notissimi in Italia
e fuori, hanno parlato a lungo del Lazzaretti e descritta la
G. Bakzellotti. 37
290 rXA VISITA -ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
sua malattia sacra, rivendicando ai loro studi quest'uomo,
che, dicevano, non avrebbe dovuto esser tradotto dinanzi ai
giudici, molto meno poi ucciso come ribelle, ma rinchiuso in
un manicomio. I lettori devono essersi accorti che quanto fin
qui io dissi di David non esclude ch'egii fosse un anormale^
che gVimpulsi morbosi, manifesti in lui sin dalla giovinezza,
siano poi stati tali, specie negli ultimi anni della sua vita,
da dominarne interamente l'intelligenza. E se le pagine pre-
cedenti, dove l'indole e le fantasie di quest'uomo sono de-
scritte sulla testimonianza fedele che ne fanno i suoi scritti
e quanti lo conobbero da vicino, varranno, non fosse altro,
a offrire un materiale nuovo di, fatti e di osservazioni a
nuovi studi scientifici, ciò mi basterà per credere di non
aver del tutto gettato l'opera mia.
Ma l'intento che io mi proposi non è, io già lo accen-
nai, questo solo. Mi si permetta di dire che è stato o al-
meno avrebbe voluto essere assai più largo. I fatti d" Arci-
dosso e la vita di David meritano l'attenzione e lo studio,
non pure à^W alienista, ma anche del filosofo e del socio-
logo. In quel confondersi e smarrirsi che fanno i tratti
veramente propri alla sua fisonomia morale sul fondo del
carattere popolare ch'egli esprime tutto in se, l'interesse,
che a primo aspetto sembrava doversi rivolgere soltanto
all'uomo, si ferma e si concentra sulla folla che gli sta
dietro, e ììwW eterno religioso dell'anima umana, che con
tutte le sue possibili aberrazioni resta pur sempre nella
storia del mondo una delle cose che dan piìi materia a pen-
sare. E allora, qualunque possa essere la forma della esal-
tazione morbosa della mente di David Lazzaretti, ciò che di
altamente umano contiene in se il moto religioso dei monta-
(^hiaJi sentimenti proviaìuo per David 291
nari dell' Amiata ci apparisce pur sempre tale e tanto da
dar luogo in noi a un sentimento tutt'altro da quello clic
può destare, in chi la guardi da se sola, la figura del loro
profeta. Egli può forse non ispirarci neanche la simpatia
che proviamo per le sante e strane puerilità, di cui formi-
colano le leggende dei solitari della Tebaide e la vita dei
compagni di Francesco d'Assisi. Ciò che pili gli manca è
la profonda intimità religiosa delle nature primitive, vera-
mente ingenue, venute su in un ambiente non tocco in nes-
suna parte dalla vita dei tempi nostri. Quel misto d'igno-
ranza e di astuzia, di credulità superstiziosa e di fina in-
telligenza della vita pratica, che in lui rammenta la natura
del campagnolo toscano, quell'atteggiarsi ch'egli fa sempre
innanzi alla gente, il bisogno ansioso del favore popolare
che toglie ai motivi immediati dei suoi atti molto di quel-
l'idealità in cui l'uomo scorda afi'atto se stesso, tutto ciò
c'impedisce di provar per lui, non dirò l'ammirazione, ma
la pietà afi"ettuosa, che pur sentiamo per altri allucinati o
fanatici che lo somigliano. Il sentimento che egli risveglia
in noi, e che rende diffìcile il parlare e lo scrivere di lui,
sta tra quello, che ci fa scuoter la testa sorridendo e mu-
tar discorso al sentirci raccontare le bizzarrie d'un fanciullo
malizioso, e l'interesse, vivo sì, ma pur misto a un che di
non ben definito tra la compassione e la repugnanza, con
cui ascoltiamo le aberrazioni d'una mente geniale, non sana.
Tutto ciò è verissimo. Se non che quando in David ci
viene innanzi non più l'uomo, ma quasi la personificazione
dell'anima dei volghi delle nostre campagne, e nella forma
rozza dei motivi religiosi, da cui egli è dominato, ci ba-
lena il fondo della tradizione popolare mistica, continuata.
292 UNA VISITA ALLA TOERE DI DAVID LAZZARETTI
si può (lire, dai primi tempi cristiani sino a noi ; quando le
migliaia dì contadini, che vediamo aifollarglisi intorno e pen-
dere dalle sne labbra, ci fanno pensare che molti altri moti
religiosi, ben più grandi e fortunati nella storia del mondo,
non ebbero forse principi maggiori di questo, allora un in-
teresse nuovo ci trattiene sulle labbra il sorriso, e sentiamo
quale alto significato psicologico e sociale possono avere
per chi sappia leggervelo dentro i sogni di codesti Mille-
nari sperduti nel secolo decimonono.
Ogni religione è in certo modo un organismo che ha
vita nelle credenze e nelle idee da cui nacque e si svolse,
e che dura finché esse prendono vigore dalla coscienza po-
polare e dalla tradizione. Ciò è vero però delle religioni
che hanno una struttura dommatica loro propria e un'orto-
dossia, pili che di quelle venute su spontanee, come il poli-
teismo greco, dal sentimento e dall' immaginativa popolare
senza mai comporsi a forma ben definita di sistema. Nelle
prime vive in germe, fino dalle origini in certe loro idee
madri, un tipo individuale che manca nelle altre, e in cui
si può dire sia già dato tutto lo svolgimento organico che
esse avranno poi per secoli nella coscienza e nella fede po-
polare. La vita loro dipende per ciò, come quella d'ogni
altro organismo, dalla possibilità del trasformarsi in (jucl
tipo senza però trascenderlo, e dal durare che fjx in esso e
nella coscienza del popolo che lo creò o lo ricevè da altri,
l'efficacia primitiva di certi ideali, di certi motivi religiosi.
I quali possono o isterilire, riducendosi a mera forma, ve-
nir meno a poco a poco in quel lento fissarsi della tradi-
zione sacerdotale, clf è quasi un'ossificazione dell'organismo
religioso invecchiante, oppure venire oltrepassati, trasfor-
La vita delle religioni
293
marsi da loro stessi sino a non esser piìi quei di prima.
Nel primo caso una religione muore sfinita, nel secondo si
muta in un'altra nata da lei.
In fondo ad ogni organismo di credenze, viventi di vita
La madre, novantenne, di David e il fratello Francesco.
rigogliosa, sopra tutto se non è troppo lontano dalle origini,
come oggi la religione maomettana, dura sotto la rigida
forma del domma e dell' insegnamento sacerdotale, quasi
fermento della materia primitiva onde uscì il germe di co-
deste credenze, un lievito di rinnovazione che tende a rom-
294 TNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
pere, a dilatare quella forma e ad aj^rire cosi nuove vie al
sentimento religioso del popolo. Ecco perchè anche nelle
religioni già pili che millenarie non è possibile che esso
riviva, che si inizi in qualunque altro modo un'età di ri-
forma, senza che il moto riformatore apparisca al tempo
stesso e un ritorno ai principi e un progresso, di cui la co-
scienza popolare ha per lo piìi il sentimento vago sotto
l'impulso di due bisogni, vivissimi in lei: quello di dar li-
bero sfogo all'ispirazione individuale indipendente dalla di-
sciplina e dalla tradizione ecclesiastica ; quello di svolgere
nel contenuto stesso del domma e delle sue idee madri
quanto ancora vi rimane a compiere, per dir così, l'espan-
sione intera del germe religioso da cui venner fuori.
Tutta la storia d'Israele è là nel suo corso piìi che
millenario a mostrarci, l'uno accanto all'altro, e tutt'e due
di contro al rigore della tradizione sacerdotale, codesti due
elementi di riforma religiosa: il profetismo e le moditìca-
zioni e lo svolgimento intimo della Thorcij l'interpretazione
progressiva della J'^egge, che procede poi tant' oltre da uscir
fuori dal tipo del rigido monoteismo ebraico producendo la
religione di Cristo, del figlio di Dio. E il Cristianesimo,
sorto dall'iniziativa morale profetica di Gesìi, dalle sue dot-
trine messianiche e dall'eco sempre piìi larga ch'esse eb-
bero nella coscienza del genere umano, è tutto in origine,
fra le prime generazioni dei fedeli, il prodotto dell' ispira-
zione individuale accordata col consenso della Chiesa e col-
l'intimo svolgimento del domma, che si compie piìi tardi
nella riflessione speculativa dei suoi teologi. Gli Apostoli
partecipano all'ispirazione del f(uidatore della fede, ai doni
dello f^pirito tSanto, ch'egli fa scendere su di loro. Nelle
L'ispirazione iìvlividnale e il domina 295
riunioni delle prime società cristiane, quando ancora la di-
sciplina e la gerarchia non sono nate, l'anima che informa
il corpo nascente della chiesa e l'intima fede di tutti nella
vita, che ciascnno sente di aver comnne in ispirito con
Gresil Cristo. La materia prima del domma, ch'è già tutto
in germe nella credenza ai fatti divini apparsi in lui e vi-
cini a compiersi goW avveìilmento del suo regno, si feconda
allora al calore di questa vita d'ispirazioni e di sacre estasi,
per poi organarsi e fissarsi a poco a poco in nn sistema
di dottrine, al cui lavoro di formazione concorre, prima e
pili, dice il Renan, dei grandi teologi del terzo, del quarto
del quinto secolo, una folla di grandi anonimi, che è in
fondo l'anima, la coscienza stessa dei primi volghi cristiani.
Ben presto, è vero, a questa prima opera di generazione
spontanea sottentra sempre piìi anche avanti i Concili quella
ritlessa del pensiero speculativo, dell'ortodossia, che ordina
e va man mano rafforzando nell'organismo ideale del credo
cristiano le parti, per dir così, più vitali e che van meglio
d'accordo coll'unità del tipo da cui esso è uscito. Il buon
senso illuminato della grande tradizione ecclesiastica, già
nascente, si contrappone d'ora in poi sempre più al misti-
cismo della Gnosi e delle eresie : immensa officina d' idee
geniali, audaci e di torbidi sogni, ove in tutta l'età di
mezzo si agita all'ombra dei chiostri e nella fervida fan-
tasia popolare un lavorio di rifacimento del domma cristiano,
che la Chiesa respinge da se e scerne dalla parte ormai
costante e sempre piìi consentita delle sue dottrine.
Un esempio di ciò che il Cristianesimo sarebbe divenuto,
se codesto continuo impulso trasformatore vi avesse pre-
valso, lo abbiamo nel Maomettanismo e nelle sue sètte. La
296 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
materia del sistema religioso, fissata appena in un primo
nucleo, f[ui è rimasta per secoli e rimane in continuo moto
di formazione, e non si può dire ne anche oggi uscita del
tutto dallo stato di nebulosa. Fra una gente, com'è quella,
in cui r istinto creatore delle religioni ha perduto poco o
punto della vigoria propria alle età primitive, l'interpetra-
zione e lo svolgimento del domma e delle credenze nazio-
nali è lasciato in grandissima parte all' ispirazione indivi-
duale dei profeti, degli uomini di Dio, che pullulano di
continuo nel volgo. Il conte Antonellì, F ardito esploratore
della via tra Assab e lo Scioa, mi diceva che tra quelle
triljù se ne incontrano a ogni poco. Si chiamano Mamin,
e, come dice il loro nome, sono tenuti da tutti in concetto
d' ispirati e di santi. Vanno da tribìi a tribù, di tenda in
tenda, ospitati e nutriti dai fedeli, portando la parola di
Dio, che non di rado serve per opera loro a fini politici.
Ahmed-Mohamed, il Madhi di Dongola, che ora, padrone
di quasi tutto il Sudan e vincitore di tre eserciti inviati
ad arrestarlo, minaccia Y Egitto, è anche lui un loomo di
Dio, e, a quel che dicono i suoi, un precursore della se-
conda venuta di Maometto, una specie di Lazzaretti egi-
ziano, ma per di più armato e capo di scliierc numerose
e agguerrite.
L'unità e la costanza delle credenze vogliono una su-
periorità di razza, un certo grado di cultura. E via via
che la razza e la civiltà scendono, le forme embrionali,
rozze, incerte, continuamente mutabili della coscienza reli-
giosa, si vedono farsi sempre piìi numi'rose sino a divenire
in qualche popolo tante, quasi, quanti sono gl'individui, come
accade di quelle dello spiritismo e del feticismo delle infime
Le infime forme della coscienza religiosa
291
razze affricane. E anche nel Cristianesimo chi guardi oltre
la prima superficie dei fatti, vedrà accadere qualcosa di
simile in mezzo ai volghi delle campagne. In molte parti
d'Italia, in Francia, in Ispagna vi sono borgate, sparse
tra i monti e lontane dalle città, dove la leggenda del santo
che vi si venera, mista spesso a tradizioni pagane, si so-
prappone nella fantasia popolare al fondo del domma cri-
:gft^.,^***-
Arcidosso, veduta da levante (pag. 145).
stiano, e ne cangia a tal segno lo spirito e il valore, da
riuscire sotto ogni aspetto una religione nuova, tutt' altra
forse da quella di altre borgate poco lontane.
Un fatto che ha qualche riscontro con questo si nota,
è vero, anche nelle pili alte forme della speculazione reli-
giosa e mistica durante tutto il medio evo. Sotto la rigida
unità della tradizione, vigilata dalla Scolastica, anzi nel seno
•dì questa, si disegnano, già qualche secolo prima della Ri-
G. Barzellotti. 38
29S UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
forma, quasi altrettante correnti diverse di libero esame nella
Teologia e nella Filosofia cristiana quante ne ha poi l'età
moderna e il nostro tempo. Roma avrebbe dovuto a rigore
scomunicare tutti i mistici tedeschi dell'ordine dei Predi-
catori, cominciando dall'Eckhart, in cui si presente già lo
Schelling. Sebbene docili all'autorità, questi uomini e quanti
in altre parti d'Europa e anche in Italia li precederono e
li seguirono nella libertà della speculazione teologica, vi
recavano troppo vivo ardore di fede e d'iniziativa, perchè
nelle loro mani la materia delle verità religiose non ve-
nisse, per dir così, a plasmarsi da se in forme nuove. La
storia della Chiesa ci mostra con che sicuro istinto di con-
servazione e con che fino tatto pratico Roma seppe nelle
novità, che, da un lato, accennavano alle dottrine, dall'al-
tro, alla vita religiosa, distinguere sempre quelle che essa
poteva accettare dalle altre che sarebbero state per lei un
rìschio, una debolezza o un impedimento.
E si capisce perchè. Nel corpo del Cristianesimo, quale
era uscito dal fecondo lavoro e dalle lotte dei primi secoli,
s'erano svolte quelle parti e formati quegli organi che })iìi
tendevano a farlo durare nell'unità originale del suo tipo.
]Ma in fondo alle idee madri del domma e nelle forme, a
cui il loro intimo moto di evoluzione accennava fin da prin-
cipio, v'erano germi e quasi rudimenti di nuovi organi, che
avrebbero potuto, in altre condizioni e in un ambiente di-
verso, prevalere sugli altri e cangiare tutta quanta la vita
e i destini della nuova religione. Basta pensare a quello
ch'essa sarebbe divenuta se vi fosse stata accettata univer-
salmente una delle varie interpetrazioni opposte, a cui si
prestavano i donimi della Trinità e dell'Incarnazione. La
11 verino dello Spirito Santo 299
Chiesa riuscì sempre a frenare e a comporre tra loro in equi-
librio le forze vive, che, trasformandola, tendevano a por-
tarla, dirò così, al di là di se stessa. Ecco perchè essa non ha
mai veduto troppo di buon occhio i credenti nell'ispirazione
individuale, i veg-genti, i profeti popolari, le anime inge-
nuamente mistiche, a cui Dio parla dall'intimo del cuore e
senza l'intermezzo del ministero sacerdotale. E a ragione,
insieme con le novità, che l'avrebbero portata tropp' oltre
e fuori della sua via, Roma ha pur respinto da se quelle
che sarebbero state in lei un ritorno tardivo alle origini,
per esempio, il Millenarismo. Tanto piti che ai motivi, coi
quali esso ha operato in ogni tempo sull'animo dei volghi,
eà erano gli stessi del Cristianesimo primitivo, andavano
per lo più congiunte pericolose innovazioni nel domma e
nella disciplina.
Se ne ha un esempio anche nel piccolo e informe mo-
vimento religioso da me descritto.
Tra le idee, che erano in germe nelle parti del domma
cristiano più aperte a svolgimenti ulteriori, e ne pulhilarono
fuori sotto il fermento della fantasia mistica medievale, una
delle più notevoli è quella dell' avvenimento di un regno
dello Spirito Santo, destinato a seguire i regni del Padre
e del Figlio e a mutar la faccia del mondo. Forse le prime
traccie se ne posson trovare nella credenza di alcuni tra i
discepoli di Gesù che la venuta dello Spirito, promessa più
volte dal loro divino Maestro, avesse dovuto portar seco la
restaurazione del regno d'Israele. E nel suo motivo apoca-
littico e nell'ultimo sfondo, che essa ci apre in una primi-
tiva e rozza filosofia della storia, concepita come serie con-
tinua di fatti divini millenari, forse codesta idea non è senza
300 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
qualche punto di contatto colla dottrina persiana degli hazar
0 regni di mille anni (cliiliasmi), presieduti ciascuno dal
suo profeta, che dovevano preparare il regno d'Ormuzd.
Essa aveva però il suo naturale addentellato logico nel le-
game, che dovè stabilirsi tra l'esplicazione spontanea della
dottrina della Trinità, e il concetto di un avvenimento del
regno di Dio. L' idea madre del Cristianesimo era quella
àtiV Incarnazione, intesa come un fatto divino avvenuto nel
mondo, il quale succedendo e facendo riscontro agli altri
del Vecchio Testamento, al tempo stesso anche li compiva,
era rispetto ad essi un progresso nell'intimità di quell'unione
tra Dio e l'anima umana, ch'è il motivo creatore e l'ideale
della coscienza religiosa. Nulla di piìi naturale che codesta
intima unione potesse apparire suscettibile d' essere, mi si
lasci dir così, integrata da un ultimo fatto divino, che rias-
sumesse in sé il valore e il significato trascendente di tutti
gli altri ; e che a suggerirne il concetto si prestasse quello
dello Spirito Santo, dello Spirito di Dio, presente nella sua
Chiesa, e l'altro di una sua prossima azione nel mondo;
concetti che avevano in se una forma e un contenuto di
idealità, tali da tentare le menti al tempo stesso e gli animi.
E oltre a ciò, la credenza in un progresso, possibile nella
Chiesa sotto l'ethcacia continua dell'opera di Dio, sempre
pili manifesta in lei per mezzo dell'ispirazione individuale,
era di quelle troppo conformi allo spirito primitivo del Cri-
stianesimo, perchè non vi si dovesse disegnare cliiara o
prima o poi. E vi apparve e vi destò un vivo fermento di
misticismo e un contagio di sacra follia nella Frigia ai
tempi di Marco Aurelio.
Fu il moto dei Montanisti; "qualcosa di simile,, dice
I MontanisH 3oT
Ernesto Kenan '' a quello che vediamo accadere oggi
in Inghilterra e in America tra gli Irvingtanì e i Santi
degli ultimi giorni. Alcuni spiriti semplici ed esaltati si
credettero chiamati a rinnovare i prodigi dell'ispirazione in-
dividuale fuori delle catene, già fatte pesanti ormai, della
Chiesa e dell'episcopato. Una dottrina già da lungo tempo
sparsa nell'Asia ^Minore, secondo la quale un Paracleto do-
veva venire a compiere l'opera di Clesìi, o, per meglio dire,
a riprenderne l' insegnamento, ristabilirlo nella verità sua,
purgandolo dalle alterazioni che gli apostoli e i vescovi vi
avevano introdotto, una tale dottrina apriva la porta a ogni
specie d'innovazioni. La chiesa dei santi era concepita come
in continuo progresso, come destinata a passare per diversi
gradi di perfezione. Il profetismo era considerato come la
cosa più naturale del mondo. I sibillisti, i profeti d' ogni
risma correvano le vie, e, nonostante le loro arti grosso-
lane, trovavan fede o favore tra le genti,,. "In Frigia il
Cristianesimo fu sempre una religione di borgate e di cam-
pagnoli. Un certo Montano, del villaggio d'Ardabav nella
Misia, sui confini della Frigia, seppe dare a queste pie
follie un carattere contagioso eh' esse non avevano avuto
tino allora,,. I suoi dicevano "il Paracleto aver rivelato per
bocca di lui cose più grandi che non avesse fatto Cristo
per mezzo dell'Evangelo. La Legge e i profeti eran tenuti
da loro come l'infanzia delle religioni; l'Evangelo ne era
la giovinezza ; la venuta del Paracleto sarebbe stato il segno
della sua maturità,,. E lo sentivano già in se. "Quello,,
seguita il Renan " che v'era di piìi strano nel culto di
questa sètta era la cerimonia delle piangenti o vergini
lampadofore, che per più rispetti rammenta i risvegli prò-
302 rXA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
testanti d'America. Sette vergini con fiaccole in mano e
vestite di bianco entravano in chiesa, mandando gemiti di
compnnzione, e fra pianti dirotti accompagnati da gesti
espressivi, deploravano la miseria della vita umana. Poi
venivano scene d' illuminismo. Là, in presenza di tutti, le
vergini erano a un tratto come colpite da un' esaltazione
strana, si mettevano a predicare, uscivano in profezie, ca-
devano in estasi. E l'uditorio singhiozzava e usciva di chiesa
tutto compunto „ (Renan, Marc-Aurèle, Paris, 1882, Calmann Levy;
pag. 210, 214, 217). Sono scene che fanno pensare anche a
quelle, non meno strane, e per di piìi spesso un po' grot-
tesche, dQÌVarmata della ^"^alute, oggi piìi numerosa di quel
che da molti si creda, in Inghilterra e in altre parti d'Eu-
ropa e sjìecialmente in America, a petto alle quali la di-
scesa da Monte Labbro potrebbe parere la più seria e
savia cosa di questo mondo.
Tra i mistici del medio evo fu l'abate calabrese Gioac-
chino di Fiore,
di spirito profetico dotato,
che nella seconda metà del secolo XII diede al concetto
apocalittico di un regno dello Spirito Santo forma di vera e
propria dottrina. A me non sta qui il parlar di quest'uomo
singolare, che peregrinò in Terra Santa, tornato in patria
fu predicatore infaticabile, poi visse solitario per qualche
tempo commentando le Scritture, e mise in atto parte delle
sue idee di riforma religiosa fondando un ordine monastico.
Nelle sue opere (Concordia dell'antico e nuovo T'estamento,
Commento cdV Ai:)ocalisse, Salterio delle dieci corde) si di-
segna fra le penombre dell'immaginazione speculativa del
Il calabrese abate Gioacchino SO'-i
mistico tutta una filosofìa della storia, che unita a quella
della Chiesa gira intorno al concetto di tre periodi o stati
successivi della società umana, due dei quali sono già tras-
corsi e il terzo deve venire tra poco. Essi, pensava l'abate
Gioacchino, rispondono all' influsso diverso, che ciascuna
delle persone della Trinità ha esercitato e deve esercitare
nella storia del mondo. " Fu un tempo in cui gli uomini
non conobbero se non il rigor della legge, e dominava in-
contrastato il Padre. A questo lungo periodo successe l'altro
in cui fu scoperta la verità, sulla quale era da secoli tirato
un fitto velo ; fu il regno del Figlio o dell'eterna sapienza.
Ma con questo secondo periodo non si chiude il corso della
storia. L'uomo temeva, ma non ancora ama quanto dovrebbe,
e la fiamma del Santo Spirito non ancora scalda il suo
cuore, ond' è necessario che al regno del Figlio sottentri
quello dello Spirito,,. Così riassume l'amico mio Felice
Tocco, che nel suo bel libro V Eresia nel Medio Evo discorre
a lungo di Gioacchino di Fiore e dell' efficacia potente, che
le sue dottrine, condannate però in parte dalla Chiesa nel
secolo XIII, ebbero sui frati minori. Tra questi fecero
scuola anche nel secolo successivo, in mezzo alle lunghe
lotte che accompagnarono il moto religioso del sodalizio
francescano, e alle aberrazioni ascetiche àQÌ flagellanti, degli
apostolici, dei beghini provocate da esso. E noto che le
opere dell'abate calabrese riapparvero nel secolo XIII sotto
il nome di Evangelo eterno per opera di Giovanni da Parma,
e forse di altri frati appartenenti al partito gioachimita, e
qual'eco abbiano avuto le previsioni e i terrori apocalittici,
a cui codesto Evangelo eterno poneva come termine fisso il
fatale anno 1200. Non minore efficacia esercitarono le dot-
304 rXA VISITA ALLA TOKRE DI DAVID LAZZARETTI
trine gioacliimite sul razionalismo filosofico degli Alma-
riciani, e l'Iundt nella sua Histoire dio Pantheisme popu-
laire cut moyen àge et au selzième siede nota con ragione
'• com'esse vadano unite intimamente a tutto il corso della
tradizione panteistica che le sètte popolari si trasmettono
lungo l'età di mezzo,,.
Bisognerebbe poter fare degl'ideali e dei motivi religiosi
della coscienza cristiana quella stessa critica, che il moderno
metodo comparativo ha fatto delle mitologie e delle lette-
rature. Bisognerebbe poterli seguire passo passo non solo
nel loro corso principale lungo tutta la grande tradizione
della Chiesa e nelle sue lotte, ma anche rintracciarne a
una a una le derivazioni segrete, le infiltrazioni dai i)iìi
alti agi' infimi strati del pensiero e del sentimento nella ri-
flessione speculativa e nell'intuito mistico, nei libri dei teo-
logi e dei filosofi, nelle leggende e nell'arte popolare ingenua
sino ai racconti e alle novelline domestiche. Sarebbe un'in-
dagine da sfidare qualunque piìi acuto ingegno, qualun(|ue
sforzo collettivo di critica, e che riassumerebbe in se sotto
una forma piìi alta e pili complessa tutte, a un tempo, le
difficoltà dello studio comparativo delle mitologie e delle let-
terature. A convincersene basta pensare come, con l'enorme
espansione che gl'ideali del Cristianesimo hanno avuto tra
popoli così diversi, 1" intimità psicologica della coscienza
moderna, tanto più ricca e più fina di quell' antica, abbia
dovuto penetrarli di se in modo da accrescerne infinitamente
il valore e il contenuto umano, e così farli i)assare per tutte
le forme dei pensiero, della vita sociale e dell' arte. Solo
quando una tal critica fosse possibile, allora si vedrebbe
quale intimo legame vi sia spesso tra le manifestazioni su-
L'aspetfaiira del regno di Dio
305
periori della coscienza umana in un dato tempo e certi fatti
religiosi, in cui i suoi ideali più alti e piìi puri balenano
appena in germe o nelle forme d'un embrione rozzo e quasi
mostruoso. ^'
Uno di questi fatti è certo il moto religioso dei Lazza-
rettisti. In esso si cercherebbe invano un disegno di riforma,
veramente nuovo e ben definito, che si riveli tra i sogni
Santa Fiora. — L'antica torre e parte del palazzo dei Conti (pag. 151).
del profeta d'Arcidosso e che gli sia proprio. Egli è go-
vernato da impulsi fantastici, che lo avvolgono sempre più
nelle spire di due o tre idee dominanti, e finiscono col
fissarlo in una sola, suggeritagli dal fanatismo religioso e
dalla smania di popolarità. Eppure, in mezzo a codesti im-
^) Vedi il mio libro Dal Rinascimento al Risorgiinenio. R. Sandron, Pa-
lermo; seconda edizione; 1909.
G. Baezellottii
39
306 UNA VISITA .'LLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
pulsi ciechi, a codeste strane immagini, fra le aberrazioni
d'una mente esaltata, opera in lui e in quanti gii stanno vi-
cino, colpiti sempre piìi dal contagio della sua strana dot-
trina, il motivo del Cristianesimo nascente, ({nello stesso, che
s'è rifatto vivo in tutti, si può dire, i moti religiosi popolari
da Gesìi fino a noi : l'aspettativa millenaria del regno di D'io,
concepito anche questa volta come il regno dei poveri, e
per di pili come ({iieìV avvenimento dello Spirito Santo, che
dai ]\rontanisti a Gioacchino di Fiore e dopo di lui lungo
tutta la via corsa dal misticismo medievale nelle fantasie
dei solitari e dei volghi, è sempre apparso l'ultimo progresso,
riserbato alla Chiesa cristiana, il compimento dei fatti divini
del Vecchio Testamento e del Nuovo. Che quest'idea o me-
glio quest'ideale, espresso da David nelle Lettere e piìi chia-
ramente nel Manifesto e pili a lungo nel TAhro dei Celesti
Fiori e nella Lotta con Dio, gli venisse diritto dal mistici-
smo teologico medievale, forse tuttora vivo nei Francescani,
me lo fa credere l'avere egli praticato a lungo con parecclii
frati di codesto ordine. Forse ne faceva parte quel Micus
eremita, prussiano, a cui David deve, io credo, in parte i
primi semi delle pie allucinazioni che la sua mente, nata a
riceverle e ad alimentarle, svolse poi in se stessa con tanta
forza. Ed e probabile die il concetto di un regno dello
Spirito Santo, non ancora interamente svolto negli scritti
anteriori al primo viaggio in Francia, gii fosse ril)adito in
mente dal Padre Priore della Certosa di Grenoble, che cor-
resse di sua inailo (sono jìarole di David) e forse is})irò e
compose egli stesso in i)arte il Tjit)ro dei Celesti Fiori. Ma
si pensi di ciò ([uello che si vuole: non deve certo passare
inosservato a chi raccolga da ogui parte intorno a se i se-
J'ìia rclìqione delVarvenire 307
gni dei tempi, (questo riapparire che ha fatto la dottrina
mistica dell'abate Gioacchino oggi in pieno secolo decimo-
nono in mezzo a poche migliaia di montanari toscani.
Ma è anche più notevole che questa stessa idea di una
riforma del Cristianesimo, concepito come religione dello
Spirito di Dio, si vegga oggi apparire, benché trasfigurata,
anche in tutt'altro aml>iente intellettuale da quello che la
suggeriva alla fantasia del Lazzaretti. E cosa che fa pen-
sare, perchè ci mostra come ciò che, per dir così, alita
nell'atmosfera morale di una società intera, e vi si fa sen-
tire con un bisogno intenso, profondo che l' agita dentro,
senza ch'essa stessa sappia rendersene conto, trovi o prima
0 poi altrettante vie d'esprimersi, quante sono le forme pili
0 meno alte del pensiero e del sentimento, del raziocinio
e della fede delle quali codesta società è capace. Certo tra
la mente del Lazzaretti o di uno dei suoi seguaci, che
crede oggi come poteva credere un popolano di Yittemberga
ai tempi di Lutero, e la mente di un pensatore tedesco dei
nostri giorni non c'è paragone possibile. L'uno vive distante
dall'altro piìi di tre secoli. E pure quello stesso bisogno di
un rinnovamento del Cristianesimo, che al Lazzarettista si
fa sentire nella rozza forma dell' aspettativa millenaria di
un regno dello Spirito Santo, a Edoardo Hartmann sugge-
risce la chiusa del suo notevole libro sulla Coscienza reli-
giosa deir Umanità, e non trova anche in lui altra via di
esprimersi e di ricollegarsi alla tradizione della coscienza
cristiana che codesto siml»olo teologico dello Spirito di Dio
concepito come immanente in noi, come mezzo e termine
d'un indefinito progresso morale, e perciò anche come og-
getto d'una nuova fede. È chiaro che qui, sotto la stessa
308 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
forma, poiché l'Hartmann parla a lungo anche lui della
futura religione dello Spirito Santo, che sottentrerà a quella
del Padre e a quella del Figlio, il contenuto dell' ideale
religioso è ormai tutt'altro. La futura religione, in cui ha
fede il filosofo tedesco, sarà tutta un prodotto dello spirito
umano, che avverando sempre piìi in se il divino, potrà ri-
fare in ciascuno di noi l'opera di Cristo, opera di salvazione,
di cui noi stessi saremo gli autori. L' ideale religioso dei
Lazzarettisti è invece quello stesso del Cristianesimo pri-
mitivo, che senza uscire dalla forma della tradizione e della
fede popolare, tuttora viva in loro, vi cerca, per dir così,
un'espansione nuova. E nondimeno quello che i montanari
dell' Amiata hanno pur comune col filosofo , il sentimento,
se non il concetto, di un intimo hisogno della coscienza
religiosa, che aspira a rinnovarsi, è indizio che qualcosa
si move ancora in lei, che il vecchio ceppo del Cristiane-
simo serba in se un germe di vita, da cui spunteranno
forse nuovi rampolli. A farne qualche pronostico, a conget-
turare se 0 fino a qual segno nelle nuove forme, in cui forse
si svolgerà il grande organismo del Cristianesimo, potrà
conservarsi il tipo storico del suo germe, si prestano, senza
ne esagerarne ne trascurarne il valore, i fatti del genere
di questo da me descritto sin qui. Ecco perchè a me è parso
che valesse la pena di fermarcisi sopra un po' a lungo ^\
^1 Xeiriiltimo cai)itolii del suo libro, ]>ieiu) di pensiero speculativo. E. llart-
maini sostiene che una l'utura evoluzione del l'ristiauesimo, nata da nuovi e vi-
vaci impulsi di fede, dovià muovere dal concetto tradizionale, del domwa della
Tì-inUà. e dal bisogno di spieij.n'e più razionalmente Vioimanenza dello spirito
di Dio nella sua Chiesa, iinmanenza a cui i Cristiani creilono ancora, e a cui
però si oppone il concetto ilella personalità di Cristo. Tolto via il concetto di
questa personalità e di quella del Padre, e ammettendo l'assoluta unità di Dio,
il futuro Cristianesiuio non pntrà non divenire hi liel'ujione dello Spirito di Dio,
Filippo 309
Queste cose mi andavano per la mente cinque anni
dopo la morte di David, mentre coi miei amici stavo sul
piazzale davanti all'eremo di Monte Labbro. Passato quel
silenzio profondo dei primi bocconi, che in tutte le comitive
e, si può dire, nella prammatica dell'appetito, specie poi
dopo una lunga gita sui monti (il lettore non si sarà, spero,
scordato che ci eravamo messi a mangiare), la conversazione
rinacque e s'incamminò a sbalzi, a riprese, poi crebbe in
un insieme continuo, sempre pili chiassoso. E, com'è facile
immaginare, il soggetto che la dominava tutta, e che anche
se qualcuno si fosse provato ad escluderlo, vi ricompariva
subito, di dove forse meno te lo saresti aspettato, magari
in un'allusione, in un motto, in una reticenza, era quello
suggerito dal luogo, dalle cose vedute e dai discorsi di
tutta quella mattina. Il nome di David, la data del 18 ago-
sto 1878, scappavan fuori a ogni momento. E di tanto in
tanto tutte quelle teste là in circolo, piegate per lo più a
guardare sulla tovaglia in cerca di nuovi bocconi, si rial-
zavano come per una molla interna che le facesse scattare.
presente in noi, e che però — dice l'Hartmann in senso quasi egheliano — av-
vereremo sempre più in noi stessi, perchè non sarà altro che il divino divenuto
sempre più manifesto e prevalente in noi per opera nostra. Per ciò — egli dice
— se nell'antica religione del Padre e in quella posteriore del Figlio di Dio
l'uno e l'altro occuparono alternamente il primo posto, nella futura religione lo
Spirito di Dio si sostituirà nella coscienza umana al Padre ed al Figlio. — Può
esser cosa notevole per chi osservi come gli stessi motivi e gli stessi problemi
morali persistano d'età in età, e si riproducano, in forme diverse, ma identici
nel fondo, così nei gradi più alti della coscienza religiosa e filosofica, come nella
coscienza popolare, il vedere che v'è nel Lazzarettismo un rozzo tentativo teolo-
gico di rimuovere quella opposizione, indicata anche dall'Hartmann, tra il con-
cetto A^ÌViìiimanenza dello Spirito di Dio nella sua Chiesa e il concetto della
personalità di Cristo. Nella teologia del Lazzarettismo la persona di David è con-
cepita come l'arcana trasfigurazione di quella di Cristo, tornato al mondo, per
la virtù e per l'opera dello Spirito Santo, di cui egli deve iniziare il regno e
compiere la riforma.
31(1 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
e si voltavano tutte al nuovo sopravvenuto, a Filippo, al
Lazzarettista.
Queir uomo d'apparenza così modesta, benché disinvolta,
era per parte di tutti noi segno a una folla d'interrogazioni
mute che lo prendevan di mira. Egli taceva, mangiando
adagio adagio, e guardando ora l'uno ora l'altro di noi. E
solo di tanto in tanto, a qualclie parola, a qualche osser-
vazione un po' canzonatoria sul nuovo Messia e sul regno
dello Spirito Sauto^ buttata là apposta dai miei amici o
dalla guida per farlo parlare, Filippo faceva colla mano e
col viso un atto tranquillo, intelligente, senz'ombra di di-
spetto, come se avesse voluto dire : io vi capisco, ma tutto
questo non mi riguarda ; voi avete le vostre idee, io le mie ;
teniamoci ciascuno le nostre.
Nell'attitudine di quell'uomo appariva un convincimento
tanto pili sicuro quanto più consapevole di sé e lontano
dal volersi mettere in mostra, e che finì a poco a poco
coir ispirarci simpatia. Non aveva ancora aperto bocca, ma
si sentiva che, se anche avesse parlato per ore e ore, tutti
l'avrebbero lasciato dire, ascoltandolo attentamente senza
un sorriso. E parli», invitato da tutti. Nel linguaggio sem-
plice e immaginoso delle sue montagne, dove la parola e la
frase toscana, ancora pure, cominciano già a prender forza
dall'accento romano, ci rifece tutta la storia del suo rJivino
Maestro, com'egli lo chiama, la descrisse, la colorì, la com-
mentò in tutti i minuti particolari, infervorandosi sempre
pili, sollevandosi man mano e in certi momenti quasi sino
all'eloquenza. Ci avremmo fatto notte a sentirlo. Aveva ogni
tanto delle inflessioni, delle sfumature di voce, delle alzate di
testa e di spalle, che dicevan piìi di tutte le sue parole, per-
La fedeltà di un discepolo 311
chi' ci davano come la misura e la nota del sentimento che
le accompagnava. Era il sentimento d'una fedeltà, d'un'af-
fezione a tutta prova che lo legava per sempre a David,
e che, ispirata da lui a quanti gli erano stati intorno, si
comunicava alle cose ch'egli aveva insegnato, e le faceva
amare, credere appassionatamente; un'affezione piti che di
discepoli, di figli per il loro padre, mista di rispetto e di
confidenza, e ora, dopo la morte di lui, resa piìi viva dal
rimpianto e dalla compassione delle memorie : il sentimento
che è stato sempre l'anima di tutte le propagande religiose
dalle pili grandi alle più piccole, e che ha fatto che in ogni
tempo vi avessero tanta parte le donne.
Ma quello che mi colpì anche pili in Filippo fu l'impasto
curioso e pure naturalissimo, che facevano nella sua mente
una finezza non ordinaria di buon senso pratico, un abito
di riflessione calma assennata, e la sua fede nella missione
divina di David. Mentr'egli parlava, io pensavo : ecco qua
un uomo tutt'altro che matto. Il pili ingegnoso degli alle-
nisti potrebbe squadrarlo da capo e piedi colla lente della
sua diagnosi, misurargli il cranio e la fronte, frugarne per
tutti i sensi la mente e la vita; non vi troverebbe certo
una ragione per metterlo ne anche due mesi a prova in una
casa di salute. Eppure per andar dietro alle fantasie re-
ligiose di David quest'uomo ha perduto quel po' che aveva
di suo, ha lasciato le forme e in parte anche le credenze
del cattolicismo in cui era cresciuto, ha perso il pane del
suo mestiere, ha sofferto la prigionia e crede ancora nel
prossimo avvenimento di un regno dello Spirito Santo. Con
lui molti altri che non mancano ne di buon senso uè di
criterio in tutte le altre cose della vita, hanno fatto lo stesso,
312 UNA A'ISITA ALLA TORBE DI DAVID LAZZARETTI
e credono tuttora nel nuovo Messia. Accade così anche in
Inghilterra tra gli affigliati alle sette millenarie di quel
paese, che mentre, dice il Renan, hanno le piìi strane cre-
denze sulla prossima fine del mondo, applicano il piti sano
buon senso pratico alle cose della vita, alle faccende del
commercio e alle industrie. E si poteva dire lo stesso di
molti tra i seguaci che non piìi di un cinquant' anni fa
avevano in Francia e in altre parti d'Europa il Saint -Simon,
il Fourier, il Pere Enfantin, il Leroux, le cui dottrine tro-
vano tuttora favore in America tra gente vòlta di continuo
a interessi pratici e finanziari.
Innanzi a siffatti stati di mente e d' animo il nostro
buon senso borghese si trova come in una regione che non
è la sua, e li giudica un po' al modo del provinciale, che
crede possibile soltanto quel che ha veduto e sentito dire
nella sua borgata. Perchè in noi ormai il sentimento del-
l'ideale, il bisogno del maraviglioso è rintuzzato dalla fredda
riflessione e dalla scienza, e, anche se siamo credenti, la
nostra fede non crea piti a se stessa alcun nuovo oggetto.
ma reputa cliiuso per sempre il giro di quelli cli'essa rico-
nosce per suoi, noi stentiamo ad ammettere che le energie
generatrici di nuove forme religiose possano ancora esser
così vive e deste in altre anime umane, com'erano un tempo,
quando l'organismo stesso della nostra fede si formava :
e per ossequio a lei non riusciamo a comprendere come lo
stesso stato intellettuale che l' ha creata una volta possa
oggi rinnovarsi in menti del tutto sane.
Eppure quella stessa necessità di ben avvertire le dif-
ferenze dei tempi e degli ambienti intellettuali e morali,
che può dirsi la norma direttiva d'ogni buona critica storica.
La relatività delV eqnilibno mentale
313
dovrebbe, mi pare, esserci sempre presente anche quando
giudichiamo gli atti e le idee dei contemporanei.
Quelle credenze, quegli stati di mente e di animo, che
oggi nell'uomo di scienza sarebbero certo stranezze e follie,
nell'ambiente invece e, se posso dir così, nel tempo intel-
lettuale, in cui oggi vive un contadino del paese di Galles
Santa Fiora. — La peschiera, da cui esce il lìume (pag. 152).
0 un cafone delle Paglie, trovano ancora luogo a comporsi
in pieno e sano equilibrio con tutto il loro modo di sentire,
di pensare, d'immaginare, di credere. Eccone qua un esempio
anche in questo Lazzarettista. Certo F ebbrezza divina da
cui egli pure era invaso in quelle quattro notti e in quei
quattro giorni che precedettero la discesa da Monte Labbro,
potè a momenti rasentare la follia. E non per questo si
deve dire che la sua fede in David e l'intensità e la forma
G. Baezellotti. 40
314 USA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
dei motivi religiosi, che glieriianno fatta abbracciare e la
conservano ancora viva in lui, siano in intimo contrasto col-
r attitudine abitualmente composta e calma della sua mente,
colla sana tempra del suo criterio pratico, finamente toscano.
Egli è un millenario della prima generazione cristiana ; ecco
tutto. Quelle parole del Pater noster, in cui si domanda al
Padre, ch'e ne' cieli, V avvenimento del suo regno, egli le
prende ancora alla lettera nel loro senso primitivo e piìi na-
turale. La fede nella possibilità del miracolo, dell'intervento
particolare di Dio in mezzo alle cose umane, deposta in lui
coi germi delle idee religiose fra le quali egli cresceva, non
rimase in quell'animo rozzo, ingenuo, nato a sentirla, come
per lo pili rimane nel nostro, un che di meramente appreso,
di ricevuto e non altro; ma vi penetrò a fondo, vi si svolse
insieme colle forze, coi bisogni crescenti del cuore e della
fantasia, invitata a pensare di Dio dall'aspetto sublime della
natura montanina e da quell'atmosfera morale ch'egli respi-
rava coi suoi compaesani, tutto pregno di leggende di santi,
di vaticini, di storie di miracoli, di ubbìe sacre. Il parroco,
non su})eriore di molto in cultura alla maggior jìarte delle
sue pecorelle, aveva detto piìi e più volte anche dal pulpito,
specie poi da (|uando V empia guerra della rivoluzione s'era
mossa contro il Santo Padre, che qualche uomo di Dio,.
qualche raso d^elezione sarebbe o prima o poi apparso an-
che questa volta a tutela della fede. E Yuomo di Dio era
venuto, ed era un loro compaesano ; veniva da lontani paesi,
dopo lunga assenza, mutato in cuore da quel di })rima,
e anche il parroco e altri preti, coi ([uali andava sem})re
a farsi vedere di villaggio in villaggio, parlavano delle
miracolose apparizioni che lo avevano convertito.
Filippo creile nei ritorno di David 315
Filippo, per anni e anni, non g-li s'era mai mosso dal
fianco, aveva bevuto, sorso a sorso, nelle espansioni fami-
gliari e nelle mistiche riunioni notturne, tutto l'incanto della
sua parola, aveva seguito David col pensiero fuori d'Italia,
là in quel paese lontano ove Dio lo chiamava, ove tutti
gli avevano fatto onore. E quando, dopo tornato in patria,
V idolatria ixipale gli aveva mosso guerra e il mistero della
sua vita s'era, a un tratto, svelato per la sua stessa bocca,
Filippo naturalmente aveva creduto piìi a lui, al nuovo
Messia riapparso nel mondo, che al parroco e ai nuovi
Farisei, i quali a ogni costo lo volevan morto. E ora dopo
che egli l'aveva veduto cadere e con tanto coraggio, e della
morte ch'egli stesso s'era predetta, l'immagine del suo pro-
feta s'andava con la lontananza man mano come trasfigu-
rando sempre piìi in Filippo a una luce nuova che la in-
vestiva dall'alto. La leggenda di David io la sentivo già
aleggiare nei suoi discorsi e in quelli dei suoi compagni.
Le cose e gli uomini noi li amiamo in proporzione dei sa-
crifizi che ci costano, e l'amore vero divinizza tutto. Così
era accaduto anche a Filippo. A qualche parola che gli
venne detta, a qualche cenno che egli buttò là di nuove
riunioni fatte anche in quei giorni coi suoi compagni lì
alla Torre, e poi proibite dalla Polizia, io capii che la
missione del diacono Filippo lo aveva tentato. Egli l'aveva
cominciata fra i suoi compagni di prigionia a Grosseto e
a Siena ; la continuava ancora. Un' ombra delle antiche
società religiose fondate dal Lazzaretti durava sotto la vi-
gilanza di chi da lontano pareva tenerne le veci. I confra-
telli erano pochi, ma pieni, diceva Filippo, di pie speranze;
aspettavano ancora, non si stanchereb1)ero mai di aspettare.
316 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
0 prima o poi David deve tornar tra loro a compire la
riforma del Santo Spirito.
Intanto su lui e sulla sua vita si sta formando tutta
una rozza letteratura di scritti anonimi, che i pochi fedeli
copiano per lo più e si passano l'un coll'altro, vivendo così
in una comunione spirituale, a cui il segreto, reso neces-
sario dai sospetti della Polizia e dalle beffe del pubblico,
fa sentire un po' le attrattive della persecuzione. Di codesti
scritti io ne conoscevo già più d' uno e li ho citati varie
volte. Sono biografie di David, racconti di conversioni, di
guarigioni miracolose ottenute dalla virtù della sua parola,
pronostici, speranze, minacele di cataclismi futuri, lettere
e commenti sulle sue dottrine ; primi documenti della piccola
chiesa millenaria, dove un' esegesi e una teologia ancora
informi si provano già a trar fuori dal povero materiale
dei fatti e delle speculazioni mistiche, a cui si applicano,
un senso più alto. Ed è pieno d'attrattiva per chi ricerchi
anche nei minimi tra i fatti religiosi e sociali del genere di
questo l'elemento umano eh' è nei più grandi, il vedere con
quali sottili artifizi, traverso a quanti compromessi fra il
buon senso e la fede si faccia anche nella rozza fantasia
di quei montanari un adattamento della leggenda nascente
alla tradizione religiosa e alle sue profezie, da un lato, e,
dall'altro, alla realtà de' fatti e alle idee moderne. In una
biografia di David, scritta da una persona tutt'altro clic in-
colta e priva d'ingegno, e clie pure crede ancora o mostra
credere ch'egli fosse davvero Cripto duce e ffiudice tornato
al Il/ondo^ l'autore cerca fin nei più minuti particolari ([ucl-
l'analogia della vita di lui colla vita di (Jesìi, clie era evi-
dentemente uno fra i tratti caratteristici della esaltazione
La formazione della leggenda 'à 1 7
religiosa del barrocciaio profeta. E che questa, per un con-
tagio ben naturale, possa oggi continuarsi in altri, me lo
farebbero pensare alcuni scritti, dove qualche seguace di
David ha l'aria di credersi in pienissima buona fede uno
degli apostoli. Quella stessa rozza teoria di una metempsicosi
divina, che s' insinuò sempre più nei sogni messianici del
Lazzaretti fino a fargli man mano smarrire la coscienza
di se stesso in quella del suo ideale sovrumano, chi sa che
non tenti oggi la mente di qualche suo imitatore ? Nell'in-
tima logica delle idee religiose si nascondono impulsi, che
hanno fatto dar di volta a pili d'un cervello debole o so-
vreccitato. Sulle mistiche altezze, ove il pensiero e l'animo
umano paiono toccare il cielo, solo i veramente grandi e
forti non hanno mai il capogiro.
Cosi anche intorno a David si sta ora elaborando da
se nella cospirazione inconscia delle fantasie popolari tutto
un embrione di mito religioso, che in altri tempi e in altre
condizioni sociali potrebbe forse svolgersi e aver vita. La
vicinanza toglie poco o nulla ai vivi colori, di cui la figura
del barrocciaio profeta apparisce abbellita agli occhi dei
suoi. Egli s'era fatto molto amare : ecco il segreto della
sua forza. Ancora : i segni che apparivano in lui chiari di
una mente non sana, e che sarebbero bastati a levargli,
se non altro, ogni credito in mezzo a una società come la
nostra, là tra quei montanari furono invece una delle ca-
gioni principali del suo prestigio. Egli lo sentiva, e perciò
nella prefazione, o, com'egli la chiama, nella previsione a
chi legge in capo ai Rescritti, cita come segni della sua
missione misteriosa le ispirazioni istantanee, accompagnate
da un acutissimo dolor di testa, che gli eccitava sonnolenza
318 TTN'A VISITA ALL.V TORRE DI DAVID LAZZARETTI
e lo distraeva da ogni altro pensiero, le visioni durante il
sonno seguite da una memoria e da un intendimento stra-
ordinario, le voci che gli pareva di udire. E nota ormai
a tutti la parte che le malattie nervose e la follia hanno
nella storia dei movimenti religiosi. " La medicina sa dirci
il nome della malattia che fece la fortuna di Maometto .,,
dice Ernesto Renan {Vie de Jesus, Paris, 1881, pag. 278).
Ma se, io pensavo allora, stando a sentire Filippo, se
il Lazzaretti fu poco sano di mente, non per questo furono
e sono tali anche tutti i suoi seguaci. Il valore psicologico e
umano, che il loro tentativo d'innovazione religiosa ha in-
nanzi ad ogni osservatore imparziale, resta, nel fondo, lo
stesso. La propaganda di David, durata dieci anni, la sua
fine, la leggenda che ne vien fuori porgono a quella che io
chiamerei qui V embriologia dei fenomeni religiosi una mate-
ria di studi, sempre piìi rara oggi nei nostri paesi civili,
dove il prevalere sempre crescente della riflessione sulla
spontaneità primitiva incolta, non ci fa quasi pili assistere
al prodursi di qualche fatto religioso collettivo. Tra quelli
che pure di tanto in tanto si vedono accennarsi anche nei
volghi cattolici, specie nelle campagne, per non parlare del
continuo fermento delle sètte religiose americane e inglesi,
non ce n'è stato da gran tempo uno che presenti le pro-
porzioni e le forme tipiche del Lazzarettismo. Il quale fa
pensare a quei moti religiosi, che nei primi tempi del Cri-
stianesimo h» imitavano o gli erano i)arallcli, e in cui forse
ebbe molta parte una forma di mania analoga a quella di
David. Egli avrebbe potuto riuscire un Apollonio di 'Piana
0 un Simone di Gitton.
E tuttavia, guardato nella sincerità dei motivi religiosi
Il TMzzareithìiio 31 <>
che gli vennero dalla coscienza popolare, il Lazzarettisrao
presenta in sé assai più di buono e di vero clic non paia
a primo aspetto. La forma teatrale vi ha, non si può ne-
gare, specie in ultimo, una parte prevalente ; e alla reli-
gione vi si mescolano, com' è avvenuto troppo spesso in
Italia, le passioni politiche, ma esse non hanno in se nulla
della violenza etferata e della pazza sensualità che mac-
chiarono in Miinster il regno di Giovanni di Leida. Un
fino alito di buon senso tatto toscano non cessa di spirare
fra quei montanari, uè anche (juando il loro fanatismo è
giunto al suo colmo. David non si prova mai a simulare
un miracolo, e i suoi non lo mettono mai al punto di si-
mularlo ; aspettano che lo faccia ; e non lianno bisogno di
avvenimenti prodigiosi per continuare a credere in lui an-
che dopo la sua morte. I fanatici di Lourdes e della Salette
sono per questo rispetto in uno stato di mente inferiore. E
poi qualunque giudizio voglia darsi delle fantasie ascetiche
di quei montanari, resta sempre innegabile il fatto che
molti tra loro in quell' avventura religiosa hanno rimesso
tutto il proprio, e che nei più era intimo il bisogno di
sentire infusa una vita nuova nelle forme tradizionali del
culto cattolico, di veder tornare la Chiesa alla povertà e
alla purezza dei tempi evangelici^'.
i| Del resto, ciuauto al valore storico, spirituale ed umano, che un moto re-
ligioso può pure portare in sé, qualunque sia la parte che vi hanno anche stati
mentali patologici, non posso dispensarmi dal rimandare il lettore a ciò, che con
tanta verità e giustezza scriveva il James in un suo libro, pubblicato più di se-
dici anni dopo questo mio. Confutando quello ch'egli chiama mnteriìlismo me-
dico, il quale non vede nel fenomeno delle emozioni religiose altro che uno stato
neuropatologico, e così vuol togliergli quel valore spirituale superiore, che può
avere in sé. l'insigne psicoligo dice che una tale dottrina ''se»/pZ{cisizcrt,, è "as-
solutamente illogica e arbitraria,,. — Il valore e il signiiicato degli stati men
tali, che hanno |.arte noi fatti della coscieuz i religiosa, vanno giudicati non
320 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
Quando Filippo ebbe finito di parlare, ci fu tra noi un
silenzio di alcuni minuti, come accade sempre nelle comitive
dopo quei discorsi che lasciano negli animi l'eco di molti
})ensieri. Ci alzammo. Il sole scendeva verso il tramonto.
Quel venticello di ponente che spirava fino dalla mattina,
■e poi s'era a un tratto posato nelle ore più calde, ora ri-
cominciava a farsi sentire destando nella vasta campagna
intorno il leggiero fremito che suol precedere la sera. Il
fiume giù al basso si vedeva appannarsi sotto una nebbia
leggiera, crescente verso le cupe gole della Maremma; ma
nel tratto più vicino a noi, poco al di sotto delle ultime
case di Santa Fiora, pareva una striscia sottile di acciaio
brunito, incurvata qua e là da mani invisibili. Da quella
gran quiete, sino allora quasi non interrotta, cominciava
a venir su qualche suono sempre più distinto: voci di pa-
stori che si chiamavano tra loro, riecheggiate dalle valli,
qualche colpo di fucile tra l'abbaiare lontano dei cani, un
muggire di bovi, un canto d'uccelli, prima sommesso e in-
terrotto, poi sempre più aperto, quasi frettoloso.
Io m'ero fermato a guardare codesta scena cosi diversa
da quella che m' era apparsa poche ore prima. ^li scosse
la voce dei miei amici, eh' erano già tutti in sella, e si
dalla relazione, che essi stati mentali possono aver^ con certi fenomeni fisiolo-
gici, ma dai risultati, dai frutti clic portano nell'animo umano e nella vita so-
ciale. "L'origine psicopatica di inulti fenomeni religiosi non dovrebbe sorpren-
derci nò sconcertari'i. anohe se ci venisse asserito essere essi l'esperienza umana
più sublime e più preziosa.... È naturale che un temperamento portato alle esal-
tazioni ed alle emozioni morali e metafisiche conduca l'uomo nelle regioni della
verità religiosa e gli scuopra parti dell'universo, che il sistema nervoso di un
robusto filisteo, il quale non abbia una sola fibra malata, lascerà per sempre ce-
late agli occhi del suo soddisfatto possessore,,. — W. .Iamks, Le varie forme <leVa
coscienza religiosa. 'Prad. itai. Uocca, 1H(»4. (Nota aggiunta a questa nuova edi-
zione del mio libro).
Si fa sera
321
disponevano a partire. Montai subito a cavallo anch'io e
mi misi dietro a loro. Con me venivano a piedi Filippo e
la guida.
In meno d'un quarto d'ora fummo alla porta del podere,
a cui ci eravamo fermati la mattina, e scendemmo per dare
un addio a quella brava gente. La famiglia stava tutta
Il Convento della Trinità (pag. 151).
raccolta a cena intorno alla tavola, su cui fumava in un
grosso vaso di terra cotta la minestra di pane e di fagioli
condita di erbe e di pepe. Il padre, ritto in piedi con un
largo cucchiaio in mano, la scodellava in un piatto ; e ac-
canto e in faccia a lui una diecina di piccole teste brune
e bionde guardavano in silenzio, ma con certi occhi dov'era
tutta la muta eloquenza dell'appetito. Solo la figliuola mag-
giore, quella giovinetta pallidissima, che io avevo veduto
G. Barzellotti. 41
322 tjNa visita alla toeee di david lazzaretti
la mattina affacciata alla finestra, se ne stava in disparte
a sedere, colla bella testa un po' chinata e guardava verso
il focolare. La madre, in ginocchio, vi soffiava dentro per
attizzare la fiamma sotto il paiolo, da cui usciva a larghe
spire una bianca nuvola di fumo. Il sole, penetrando dalle
finestre basse, mandava una placida luce rosea di tramonto
su quella stanza e su quella tranquilla vita di famiglia.
Entrammo salutati, festeggiati da tutti. Ci offrirono da
mangiare e da bere con quella garbatezza eh' è propria dei
nostri montanari. Ricusammo, dicendo di dover ripartire
subito, e io, mentre i miei amici domandavano al capoccia
delle raccolte di quell'anno, attaccai discorso colla moglie, e
adagio adagio la messi sul racconto delle traversie sofferte
dalla famiglia dopo la morte di David. Era una lunga storia
di dolori, di ansie, di patimenti d'ogni sorta, durati ben
quindici mesi fino alla sentenza del Tribunale di Siena che
assolvè i Lazzarettisti. Già l'annata innanzi, mi diceva la
donna, asciugandosi ogni tanto gli occhi, era riuscita scarsa;
il grano aveva fallito ; il fieno, gli agnelli erano andati
male. Le contribuzioni che la famiglia s' era impegnata a
pagare (e Dio sa se lo facevano volentieri!) per la vita
comune su alla Torre, avevano consumato quel poco che
restava nel granaio. E 11 da loro ci veniva spesso gente
ad albergare la notte. Arrivavano da tutte le parti, per lo
piti di maremma, alcuni anche da piìi lontano per vedere
David, parlargli e poi ripartire; ma un boccone, si sa, lo
mangiavano sempre. Il marito e i garzoni (i figliuoli maschi
li aveva tutti piccini) erano sempre su alla Torre ; alla stalla
ci badavano ormai poco o punto. Intanto il padrone tem-
pestava, minacciando di licenziarli, specie negli ultimi tempi,
Una famiglia di Lazzarettìsti 323
quando si diceva che David mettesse su i contadini a non
dividere piìi le raccolte. Lei allora aveva nna di quelle
creature al petto, una baml)ina. Quante notti, rimasta sola,
non era andata a letto, non aveva mai chiuso occhio, tre
mando come una foglia a ogni abbaio del cane, per paura
di vedersi riportare a casa il marito morto o malconcio dai
nemici di David ! E quello struggimento continuo le aveva
mandato indietro il latte; la bimba, cresceva stenta ch'era
una pena a vederla. Poi eran venuti que' brutti giorni del-
l'agosto : i terrori delle profezie di David, la sua morte, e
per lei, rimasta quel giorno a casa, lo spavento del ve-
dersi tornar davanti la figlia piti morta che viva; poi l'ar-
resto e la lunga prigionia del marito, di cui in tutto il
tempo aveva avuto notizie appena due o tre volte, e lo
sapeva malato di febbri a Grosseto e nel cuore del luglio !
Aveva dovuto uscire dal podere, ed era stata ricoverata in
casa da una sua parente — che Dio la rimeriti ! — fino a
che poi, piti di tre mesi dopo, la Corte d'Assise di Siena
aveva riconosciuto l'innocenza di suo marito. E allora il pa-
drone li aveva ripresi. Ora non se la passavano poi tanto
male, nonostante il debito delle prestanze, con cui erano ri-
masti. Ma la Maria non era più rifiorita dopo quello spavento.
— E voi — interruppe Filippo con voce calma e so-
lenne — offrite a Dio i vostri dolori e quelli dei vostri
cari. Egli ve ne consolerà col darvi una fede sempre piti
viva in lui, una speranza serena nel prossimo adempimento
delle promesse del nostro divino Maestro. E quando i ciechi
e i cattivi, vedendovi la domenica entrare in chiesa giii al
paese, vi sfuggono come se foste macchiata di colpa, voi
allora pensate che anche i primi cristiani erano e si sen-
324 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID L VZZARETTI
tivano tanto più cari a Dio quanto piti in odio al mondo^
rammentatevi quel dettato di David che l travagl! della vita
sono i tesori delV anima.
— Io — riprese vivamente la donna — non ho avuto
per un pezzo, voi lo sapete, che un solo rimorso, quello
di non poter credere con tutto il cuore come credete voi^
zi' Filippo, come crede mio marito e questa creatura. Si
vede che Dio non mi voleva far la grazia. Ma dopo il mi-
racolo di quella morte, predetta da lui tanto tempo innanzi,
dopo tutto quel che s'è patito io e la famiglia senza aver
fatto nulla di male, e anzi provandoci sempre a fare quel
più di bene che si poteva, la fede sento che mi cresce ogni
giorno e non mi può piìi mancare ormai.
Qui tacque per un momento ; poi, abbassando la voce,
e con lo sguardo fisso, che come quello del frate descritta
da Lorenzo Sterne, pareva mirare a cosa di Ih dal mondo,
quel gran giorno — mormorò — non può essere molto
lontano, se dicono il vero certe cose che si vedono ogni
notte su alla Torre....
A un tratto s'interruppe, stette sospesa come se ascol-
tasse una parola interiore, poi si fece il segno della croce.
Per l'aria quieta della vasta campagna veniva su leggera
leggero, tra il canto sommesso dei grilli, un suono di cam-
pana lontanissimo, VAve Maria della sera. S'inginocchiarono
tutti. Filippo recitò la preghiera, a cui gli altri risponde-
vano, e io notai eh' egli ])ronunziava il latino a senso e
senza errori. Un alito dei primi tempi cristiani jìareva spi-
rare in (|uella stanza sulle teste innocenti di quei l>ambini
e di quelle due donne chinate a pregare. In mezzo a loro
stavano in una penombra, su cui il foL-olare scoccava di
La fede dei montanari amiatini
32.>
tanto in tanto la sua tìoca luce rossastra, le alte e belle
figure sacerdotali dei due uomini. Nel puro ovale del viso,
pieno di vigoria, sotto la bianca e calma fronte quadrata
e negli occhi azzurri del contadino si leggeva la fede se-
rena di quella forte natura. Egli non poteva aver mai du-
bitato ; credeva e aspettava. Finita la preghiera, ci fu un
momento di silenzio, in cui si sentiva l'ansare della fan-
Scarpe di David Lazzaretti (pa^'. 265 j.
ciulla, che col viso nascosto tra le mani piangeva a calde
lagrime.
Uscimmo che era notte fatta. La comitiva riprese in
silenzio la via verso Arcidosso. Io avevo accanto a me un
amico mio, un medico, che per la sua professione gira ogni
anno quasi casa per casa tutto il paese a molte miglia lì
intorno, e vi sa guardare uomini e cose con occhio d'os-
servatore. Gli descrivevo le impressioni e i pensieri lasciati
in me da quella visita alla Torre, che mi aveva fatto ve-
B26 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
dere da vicino e cogliere sul vivo il processo di formazione
embrionale dei fenomeni religiosi. Quelle intime energie
dell' anima umana, da cui essi escono nelle età primitive
ingenue, e che oggi, soffocate dal prevalere crescente della
fredda riflessione, si vanno sempre piìi spengendo in noi e
nella società intorno a noi, m'erano, dicevo, apparse tuttora
vive lassù tra quei montanari.
— Bisogna — mi rispose l'amico — star sempre in
mezzo a loro per farsi un' idea della potenza e della ric-
chezza che il sentimento religioso può avere in anime come
queste. Esse vivono tuff altra vita dalla nostra, in cui ciò
che con una parola ormai molto comprensiva diciamo ideale,
occupa appena l'ultimo sfondo della coscienza, e ci sta per
molti di noi almeno come un di più, come una cosa di pia-
cere e, se posso dir così, di lusso intellettuale o di pascolo
pel sentimento. Per questa gente invece l'ideale è tutto,
investe, penetra ogni parte e ogni ufficio della vita, vi è
sottinteso ad ogni momento, subordina a se anche la cura
degl'interessi materiali. E poi i più tra i nostri campagnoli
menano, soli o colla famiglia, nei casolari sparsi tra i monti,
nelle lunghe ore del lavoro e nel pascolar le bestie pei
campi e tra i ì)oschi, una vita quasi da cenobiti. Le cime
di queste scogliere e le ombre delle nostre valli hanno, a
certe ore, silenzi e sussurri così profondi, che Dio vi si fa
sentire piìi da vicino a chi sappia ascoltarlo nella natura.
Ecco perchè in questa e in altre popolazioni di montagnoli
nascono di tanto in tanto nuovi moti di pie credenze, in
cui ha parte per lo i)iìi Y efficacia personale di (jualche
uomo, e Itoma senza pur favorirli risolutamente, cerca per
lo piìi (li non lasciarli ne anche allontanar troppo dalla
Le clasai colle e il popoh) 327
sua tutela. Essa sente eli dover dirigere una forza, che,
nata in lei, potrebbe facilmente volgersi contro di lei.
— E il sentimento — gli replicai — • che manca pur
troppo a noi, specialmente in Italia, a noi classi gover-
nanti, che pur vorremmo e dovremmo, secondo il concetto
dello Stato moderno, non perder mai d'occhio una sola tra
le grandi forze morali che ha in se il paese. E intanto la
nostra indifferenza in materia di religione, tale e tanta
ormai da farci ignorare affatto ciò che pensa e crede due
terzi almeno del popolo italiano, rende tra noi estranea, se
non forse ostile, al potere sociale e politico la più potente
di codeste forze che pur si movono nella coscienza della
nazione. Noi sorridiamo a sentir dire che in alcuni comuni
del Mantovano il popolo, ritornando alle antiche consuetudini
della Chiesa, ha eletto da se il proprio parroco. In quasi
dieci anni, ci diamo una o due volte appena il pensiero di
domandare, sorridendo, in che modo sia sorto e duri quassìi
tra migliaia di contadini, non senza il favore palese del
clero, un moto religioso che la parte avversa alla libertà
e alla monarchia tiene in mano sua. E quando l'uomo che
l'aveva iniziato si volge contro di lei e predica teorie sov-
versive, e i sindaci e il clero a una voce invitano il Go-
verno a provvedere, noi anche allora lasciamo fare, lasciamo
passare, sino a che la mera possibilità d'un pericolo, che
noi stessi, se mai, avremmo creato, e' induca a impugnare
contro gente inerme, salmeggiante, gli stessi mezzi di re-
pressione che Luigi XIV usò contro i Calvinisti delle Ce-
vennes. Politica liberale e illuminata davvero ! Ma questa in-
differenza e questa ignoranza dei bisogni religiosi del popolo
italiano ci renderebbero impotenti, incerti della via da tenere
328 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
di faccia a Roma, sicurissima invece della sua, il giorno che
per la prima volta sorgesse in Italia una questione religiosa;
e potrebbero riuscir fatali al paese in una di quelle grandi
prove contro lo straniero, nelle quali l'amore alla patria e
a,lla monarchia avesse bisogno d'esser rinfocolato da tutti
gli altri amori di cui può esser capace l'anima d'una na-
zione. E della nostra, non l)isognerebbe mai dimenticarlo,
sono più che due terzi le popolazioni delle campagne.
Proseguimmo in silenzio per un buon tratto di strada.
A tutt' e due passavano, credo, per la mente gli stessi
pensieri. Poi, come per rispondere a una domanda che io
di certo gli avrei fatta, l'amico mio disse : la propaganda
religiosa del Lazzaretti ha lasciato poche traccie nei villaggi
e nei borghi piìi grossi del Monte Amiata, dov' egli non
ebbe mai molti seguaci. Ma girando, com'io faccio, queste
campagne, s'incontrano spesso fuori di via, giìi nella vallata
verso la maremma o per le colline tra ombrie solitarie,
casolari di iittaioli, di 'piccoli possidenti, per lo più conta-
dini nel proprio, che serbano ancora sulla porta nn emblema
con sopra incisa la sigla di David. A quel segno si rico-
noscevano le case dei suoi fedeli. E a molti di loro, dopo
i fatti del 18 agosto 1878, fu non si sa perchè ordinato
di levarlo via. Essi rifiutarono. Sono, per la maggior parte,
vecchi amici di David, della generazione cresciuta con lui,
che vi sanno dire ancora il giorno e il momento della sua
vita in cui ebbe le tali e tali visioni, o fece le tali e tali
profezie, e spiegare come e percliè si siano poi verificate,
ma in lutt' altro modo da (jucllo clic i piìi immaginavano
in princii)io. Nella piccola chiesa, nata a Monte Lal)bro,
essi erano e rimangono ancora quello clic i vecchi sono
La parte estrema del Lazzarettismo
329
per lo più rinipetto ai giovani in materia di religione : la
parte estrema, fanatica che crede fino all' assurdo, gli no-
mini delle allucinazioni e dei terrori apocalittici, gli eredi
e i continuatori delle visioni del Maestro. Erano stati i
primi a mettere in comune nella Società delle famiglie cri-
stiane quel po' che possedevano e l'hanno perduto ; ma la
loro fede non è cangiata.
t."
-. » 'tv
^-6^.^
NeUe solitudini lunffo la Fiora.
Io ne ho conosciuti piìi d'uno di questi Milleìiart, la
cui vita si potrebbe riassumer tutta nelle parole che i primi
cristiani si sussurravano tra loro per riconoscersi : Maran
atha^ il Signore sta per venire. Due, tra gli altri, non mi
usciranno mai dalla memoria. E poco piìi che un anno fa.
Me ne venivo solo solo a cavallo, sull' imbrunire, laggiìi
per la valle della Fiora, in una di quelle giornate tristi
sulla fine di settembre, quando già l'autunno ci manda in-
G. Bakzellotti. 42
330 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
naiizi i primi brividi dell' inverno. A un tratto il cavallo
mi si fermò. La via che avevo seguito sino allora, appena
visibile alle poche traccie che in un giorno di pioggia vi
aveva lasciate impresse qualche giovenco, si perdeva in una
sodaglia sparsa di felci e di scope tra rari quercioli. Il
luogo era solitario e orrido nel silenzio crescente della sera,
sotto a un cielo cupo e abbassato, pesante per nuvoloni
scuri, che si facevano piìi rari solo in qua verso il tra-
monto, dove appariva, tinto d' un rosso caldo, il cono di
Monte Labbro. Smontai, presi il cavallo per la briglia e
camminavo lento, con cautela, per non dar giù in uno di
quelli acquastrinai, così frequenti lungo la Fiora. Ero stanco
e triste. Sentivo che mi sarei volontieri buttato in terra a
passar la notte fra quel silenzio; ma fatti appena pochi
passi, scorsi non lontano di li tra i rami dei quercioli la
porta d'una casa. La fiamma del focolare la illuminava e
vi faceva apparire in alto lo stemma dei Lazzarettisti.
Entrai. Una donna stava inginocchiata pregando dinanzi
a un quadro che riconobbi subito. Era la Madonna della
Conferenza. Ardeva davanti al quadro una lampada a olio.
Al focolare sedevano due veccliioni, uno di forme atletiche,
impresse d'una vigoria ancora fresca di veterano in riposo, e
con due buoni e piccoli occhi azzurri che mi guardavano soc-
chiusi ; l'altro, meno complesso, pensieroso con uno sguardo
fisso e come smarrito nel vuoto. I capelli e la barba bian-
chissima scendevano a tutt'e due sulle spalle e sul petto.
Li salutai e sedetti in mezzo a loro. Parlammo di David.
Faolone, lo chiamano così, il piìi vecchio dei due, mi rac-
contò come, parecchi anni innanzi, stando egli una mattina
sull'alba nel letto, a occhi aperti, gli fosse apparsa quella
stessa Madonna della Conferenza, tale quale suol dipin-
Essi io nspeitano ancora 331
gersi nella visione del Lazzaretti, in atto di persona viva,
parlante. David era allora nei principi del suo apostolato ;
tutti andavano a lui per parlargli e per consultarlo delle
cose di Dio; a Paolone però mancava la fede. Ma ecco che
la visione gli si rinnova piìi e pili volte, sempre in atto
di comando e quasi di minaccia e non gli dà tregua, fìn-
ch'egli non va a Monte Labbro e non ne ragiona con David.
D'allora in poi Vuomo del mistero non aveva avuto tra
i suoi un seguace piìi fedele di Paolone.
— E credete ch'egli tornerà? — domandai, levandomi
per partire. Alzarono la testa tutt'e due in atto di mara-
viglia, e l'altro vecchione, che fino allora non aveva mai
aperto bocca, stese una mano scarna e bianca, e coli' occhio
immobile, senza sguardo, come accennando lontano lontano
a cosa ch'egli solo poteva vedere, — i tempi — disse a
voce bassa — so)io maturi, sono troppo pieni di colpa; il
gastigo non può mancare. Egli tornerà e noi prima di mo-
rire, lo rivedremo.
Quando uscii e il passo del mio cavallo suonò intorno
a me nella notte nuvolosa, fantasticavo di tornarmene verso
il castello degli Aldobrandeschi, lungo il corso di Fiume
Armino, sul cadere dell'anno innanzi al fatale 12G0, dopo
aver visitati due vecchi Millenari seguaci à^W Evangelo
eterno e vassalli dei signori Conti di Santa Fiora.
Questo mi diceva l'amico mio. E anche a me dalle im-
pressioni delle cose vedute e pensate tutto il giorno, fatte
pili vive a quell'ora per quella via lunga e buia, tra mac-
chie e monti deserti, sorgevano in fantasia immagini d'altri
tempi, d'altre anime umane. Era come se per quel giorno
fossi tornato a vivere parecchi secoli fa nel piìi fitto medio
evo, in mezzo a un volgo di campagnoli, commosso ancora
332 UNA VISITA ALLA TOEItE IH DAVID LAZZARETTI
dalle profezie di qualche eretico visionario, fatto bruciar
vivo innanzi ai loro occhi sulla piazza di qualche tetro ca-
stello, per ordine del Sant'Uffizio. E a me accadeva quello
che suole accader sempre a chi nelle manifestazioni del
sentimento religioso popolare, dalle piìi alte alle piìi umili,
guarda al di là della forma nel loro fondo, nell'eterno
elemento umano, eh' è di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Il significato e il valore dei fatti d'Arcidosso mi s'allar-
gava nella mente a mano a mano che io li guardavo a co-
desta luce. Come nell'embrione mostruoso s'accennano, di
momento in momento, nel suo sviluppo le forme degli ani-
mali inferiori e si fan presentire in germe quelle piìi alte
e al di là del tipo vivente ch'esso porta in se, nelle rozze
credenze dì quel gruppo di montanari raccolti intorno a
David, mi apparivano i tratti essenziali alla coscienza re-
ligiosa umana nel suo sollevarsi dal culto spiritistico del
selvaggio sino alla fede millenaria dei primi cristiani, sin
quasi all'alto concetto che ha oggi di Dio chi lo adora solo
in ><plrito e In verità. E piìi io mi ci fissavo coll'occhio
della mente, piìi codesto eterno istinto del divino, così pro-
prio all'uomo, pareva mandarmi nel fondo del cuore una
voce, in cui riecheggiavano, se posso dir cosi, dai confini
estremi e da tutte le età della storia, le voci delle piìi no-
bili asi)irazioni e di tutti i piìi alti ideali umani.
Allora io pensavo: quel complesso d'intiiue disposizioni
della mente e del cuore, ov'è tanta ])arte di noi. dall'arcano
senso di terrore del fanciullo, fuggente al vedere la propria
ombra, sino all'intuizione artistica dell'universo, a cui si
ispira un poeta santo, tutte quelle arcane energie dell'animo,
che non han nome per la scienza e che non si posson ri-
durre a lei, distinte pure ciascuna per se, si fondono in
Alcune mie riflessioni 333
una vGAultanfG nuova sotto Tefficacia potente di ciò che in
noi si chiama fede. E mosse, scaldate daUa fede, sia essa
quello che vuoi, alto sospiro dell'anima o delirio di fana-
tismo, codeste energie divengono una delle leve piii potenti
della vita e della storia umana. Tutto quanto v'è in lei di
pili grande è sgorgato, finora almeno, da sitfatta fonte ;
tutto quello che di pili torbido e di limaccioso ne derivò
per secoli nelle grandi correnti del sentimento umano, se
sparse intorno a se rovine e ghiaia devastatrice, depose an-
che materie fecondanti e germi di nuova vita.
Qui una lunga serie di dubbi, di domande, l'una piìi in-
calzante dell'altra, mi s'affollavano alla mente. Che la religio-
sità, intesa come deve intenderla chi ne guardi il fondo, cioè
come aspirazione a un ideale, come sentimento o intuito di
un ignoto adorabile, trascendente il pensiero e le forme delle
cose, possa mai un giorno dileguarsi dall'anima umana in-
nanzi alla luce della scienza, questo mi riusciva, non che
incredibile, assurdo. L'uomo adorerà, io mi dicevo, finche
c{\ie\V incognito indistinto di stati, di aspirazioni, di bisogni
interiori che il pensiero scientifico non vale a soddisfare, e
che la fede e l'arte esprimono in se, vivrà nel nostro spi-
rito, ch'è quanto dire, sempre. Certo la fiamma del senti-
mento religioso non e stata mai prima d'ora così bassa,
com'è oggi in tutti i paesi più civili. L'attenuazione con-
tinua, progressiva, che dell'idea di Dio s'è venuta facendo
dai principi del secolo in poi nelle scuole filosofiche sino a
ridurre ora q^uell'idea, secondo l'espressione viva di un teo-
logo inglese, ^^ a un che dì trasparente ,, (defecated to a pure
transparency), non accenna di voler finire. Da un lato, 1' ^^In-
conoscibile,, dello Spencer e degli Agnostici, dall'altro, ''la
forza cieca, inconscia,, dei Monisti tedeschi hanno in se
334 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
del divino tanto quanto può esprimerne il simbolo dell'in-
finito matematico. E intanto quattrocento milioni di Bud-
disti professano ancora, sebbene sfigurata dall'idolatria, una
religione ch'è nei suoi prìncipi atea; e tra i Protestanti e
anche tra i Cattolici, nonostante clie Roma imponga alla
loro scarsa fede donimi sempre nuovi, la coscienza religiosa,
specie delle classi piti colte, lascia sempre piìi cadere da
se, come organo inoperoso, la parte dommatica, metafisica
delle sue credenze, per attenersi alla parte morale. Ma è
pur vero che la propaganda maomettana avanza vittoriosa
in Africa e in Asia, e che in Europa e in America anche
tra i liberi pensatori, anche tra coloro che non professano
nessun culto positivo, la vecchia pianta della religlosith ri-
pullula dalle radici, e in una forma che par nuova ed è
invece la piìi antica e la più rozza di tutte. Lo Spiritismo
non è in fondo che il primitivo culto dei morti, la reli-
gione dei selvaggi.
Di questi segni religiosi del nostro tempo, così incerti
e contradditori tra loro, uno dei più notevoli mi sembrava
la calma in cui stagna il Cattolicismo. Le vecchie divisioni,
che, pur senz'alterarne l'unità delle dottrine, vi mantene-
vano un qualche moto di pensiero e d'esame, hanno ora
quietato da un pezzo. Le ultime traccie sparivano innanzi
alla sentenza del Concilio Vaticano ^iiW i nf alilo ili fa, che fu
il passo definitivo di quel lento processo di ossificazione, che
si fa da secoli nell'organismo invecchiato della Chiesa. Oggi,
l'insegnamento della Teologia e della florale sacra, scemato
già di molto in estensione e in intensità, se non altro tra
i popoli latini, ridotto com'è a una Scolastica e a una Ca-
sistica, irrigidite nella fredda interpretazione dei testi, eser-
cita nelle scuole forse la memoria, ma non la mente del
La Chiesa romana e la società moderna 335
giovine clero; e, salvo nei paesi dove il Cattolicismo ha di
contro a se i Protestanti, rinunzia ogni giorno piìi alla di-
scussione cogli avversari e alla critica, si ritira sempre piìi
in sé stesso. E anche l'ultimo spiraglio di libertà, che la
speculazione lìlosofìca apriva al pensiero religioso dei Cat-
tolici sino a pochi anni sono, è stato ormai chiuso da
Leone XIII il giorno in cui egli sottoscrisse l' Enciclica
sulla tilosolia di San Tommaso. I Gesuiti che volevano
messi all'indice gli scritti di Antonio Rosmini, e che con-
tristarono gli ultimi anni della vita di quel pensatore santo,
possono ormai impugnare contro di lui e contro i suoi se-
guaci l'arme dell'autorità papale. La grande istituzione del
Cattolicismo invecchiante adopera, com'è proprio sempre dei
vecchi, quel che le resta ancora di forze vive a respingere
da se la piena dei tempi, che le ingrossa intorno e vuole
invaderla da ogni parte. Nel medio evo, quando era in pieno
rigoglio di giovinezza, e il suo spirito si confondeva ancora
con quello della società civile informata da lei, la Chiesa
romana cercò un sostegno alla propria efficacia nel pen-
siero e nella scienza, nel credo ut intelluiaìn. Ma ora che
lo spirito e l'anima dei tempi s'allontana ogni giorno più
dai suoi dommi, essa si rifugia nel sentimento semplice e
rozzo, nell'ossequio del cuore non illuminato dall'intelletto.
Coloro, che, credendo, hanno anche bisogno d' intendere,
sentono ogni giorno piìi la difficoltà d'accordare in lei la
fede colla ragione. E da tutto ciò nasce che, mentre in
questo continuo ritrarsi che fa in se lo spirito della Chiesa
da ogni contatto colla parte più civile e più colta della so-
cietà moderna, non solo la vita, ma anche la mente del
clero si dilungano da lei, il Cattolicismo romano rischia di
divenire ogni giorno più quello che divennero in altri tempi
336 UNA VISITA ALLA TORRE DI DAVID LAZZARETTI
altre credenze destinate a morire : una fede di volghi e di
donne incolte, una religione di villaggi e di campagnoli.
Andando di questo passo, io pensavo, rimarrà sempre
meno a sperare che un grande e largo e desiderabile risve-
glio della coscienza religiosa cattolica ravvivi le forze morali
del nostro tempo, I grandi rinnovamenti religiosi nascono,
è vero, dal basso, ma essi riescono fecondi e durevoli solo
quando gl'impulsi che movono il sentimento popolare rispon-
dano ai pili alti bisogni intellettuali e morali d'una società
intera. Così fu del Cristianesimo. Ma io non vedevo come
in questo ritrarsi clie fa l' efficacia del Cattolicismo romano
ogni giorno piìi dal pensiero delle classi superiori nell'asce-
tismo delle pratiche esterne e nel rozzo, mistico sentimento
dei volghi, una tal fede possa educare in essi altre ten-
denze religiose che non siano le pili lontane dalla coscienza
e dalla mente dei nostri tempi. N'era per me un segno il
tentativo di rinnovazione religiosa, di cui io avevo cercato
le traccie tra i montanari dell'Annata. Eppure quello che
di pili veramente umano e di conforme ai più alti bisogni
della coscienza religiosa m'era apparso, come in ombra, tra
i sogni dei M'dlenan di Monte Labbro, accennava che an-
che tra i volghi delle campagne l'ossequio a Roma catto-
lica potrebbe pur trovarsi di faccia a ribellioni non preve-
dute, il giorno in cui anche la coscienza popolare, commossa
da nuovi impulsi di fede viva, si sentisse a disagio nelle
vecchie forme immobili della tradizione.
J" I N E.
NOTE
G. Barzellotti. .q
I.
Il Lazzarettismo vive anche oggi nel Monte Amiata.
I lettori vorranno, io credo, sapere se in questi ventiquattro anni,
daccliè uscì il mio libro sul Lazzaretti, siano rimaste traccio della sua
propaganda religiosa nei luoghi ove egli predicò e fu ucciso, e se oggi
possa dirsi che il Lazzarottismo viva ancora sul Monte Amiata. Alla
legittima curiosità dei lettori risponderò accennando solo e breve-
mente fatti a me ben noti.
Non in tutto il Monte Amiata, ma in Arcidosso e nelle piccole
boi'gate vicine, in quelle più prossim.e a Monte Labbro e nelle cam-
pagne, che guardano la Maremma, ove il profeta trovò fin da prin-
cipio i più dei suoi seguaci, gli restano ancora fedeli quasi tutti i
superstiti delle società fondate da lui, i suoi apostoli e alcuni dei
discepoli più giovani, dei chiamati più tardi alla fede. Il loro numero
è tuttoi'a notevole ; — mi diceva di recente persona bene informata e
non certo ad ossi favorevole, un prete rigidamente ortodosso. Riman-
gono incrollabili nella loro fede, fra l'indifferenza della generazione
venuta dopo, e che è ancora religiosa, in maggioranza, ma meno dispo-
sta ad interessarsi e a preoccuparsi di cose religiose. E anche di nuovi
venuti alla fede oe ne sono stati in questi ultimi tempi. I vecchi, —
di anni e di fede, bellissimi vecchi, i più, dalla lunga barba bian-
chissima 0 grigia, che tutti portano, perchè è come un distintivo laz-
zarettista, — formano ancora una piccola chiesa, che ha i suoi riti,
le sue riunioni, il suo simbolo e in cui circolano, oltre le opere del
maestro, libri dottrinali e di propaganda, di preghiere e d'inni e di
laudi, manoscritti e in stampa. Tra questi, tre sono stati pubblicati
che non è molto. Uno, nel 1903. E un Avviso di pace e di giustizia
a tutti i fratelli in Dio e in Cristo, col quale i discepoli del nuovo
Messia fanno testimonianza della verità della sua venuta nel mondo,
ch'è stata la seconda venuta di Cristo, come Duce e Giudice e come
Paracleto, già annunziata dal Vangelo e necessaria nella maturità dei
tempi, pieni di colpa. Che i tempi fossero maturi per la sua missione
era stato annunziato anche dalla Eejin'i del cielo^ apparsa sul monte
della Salette. Ma l'eletto jiglio dell'uomo, il Grande Monarca, predetto
anche da Francesco di Paola, non fu compreso se non da pochi. E
ora questi pochi, credenti ancora fermamente in lui, dopo ventiquat-
tro anni, contadini ignoranti, ma illuminati dallo spirito di verità, si
rivolgono per farne testimonianza ai cari fratelli del popolo latino e
delli cattoìicità; si professano fgli ed amanti e non nemici della.
Chiesa cattolica, sebbene avversi alla mondanità di una parte dei suoi
ministri; si dichiarano alieni da ogni setta religiosa e politica, ^' dai
tanti socialismi ,, che ^'scindono, spezzino, frantumano l'unità dell'u-
tnana famiglia,,, mentre essi la vogliono concorde in un'unica fede
e felice e in pace. Che l'Avviso — scritto con chiarezza e qua e là non
340 NOTE
senza efficacia di pensiero e di forma — sia di Filippo Imperiuzzi, si
vede dalle ultime parole, in cui si annunzia prossima la pubblicazione
della veridica storia di JJavid, e s'invitano i lettori a sottoscrivere il
manifesto d'associazione.
L'altro libro che circola tra i Lazzarettisti, pubblicato nel 190-1,
è quasi un breviario d'Inni, Ioli e jrrejliiere, in prosa e in versi; pre-
ghiere a Dio, alla Santissima Trinità, a Gesù, allo Spirito Santo, a
Maria; lodi in forma di salmi, a Dio per le anime defunte, a Maria
madre e s/iosa di Dio : inni alla Trinità, ai Santi avvocati, a Cristo
duce e Giudice; quest'ultimo composto dall' Imperiuzzi. Il resto — mi
diceva un lazzarettista . — è di David. Nei versi, che risentono della
lettura dei Romantici manzoniani, e qualche volte zoppicano, piace
la schietta semplicità e la sincerità del sentimento che li ha ispirati.
E composto daU'Imperiuzzi, con una chiara sobrietà e una densa
precisione di forma, che ini pare notevole, è un Catechismo t/iurisda-
cidtco, pubblicato nel 1907, il quale contiene e svolg'e, in non più di
cinquantaquattro piccole pagine, la sostanza di quelli che potrebbero
chiamarsi i capitoli della fede dei Lazzarettisti; dal domina fondame i-
tale gioachimita della nuova manifestazione dolio Spirito Santo, ap-
parsa nel secondo Figlio dell' Uomo (David Lazzaretti), dai mistul,
che si sono avverati nella sua vita, e dal significato della riforma ini-
ziata da lui con la Legge del Diritto, sino — se posso dir così — alte dot-
trine professate dai Jjazzarettisti (pianto al peccato, ai vizi capitali, al
demonio e all'inferno, al valore delle 0[)ere meritorie, tra le cjuali en-
trano quelle dell'amor di patria, agli angeli custodi, alle disposizioni
di mento e d'animo, necessarie per chi voglia entrare nella nuova
chiesa, e sino ai suoi '' nuovi riti „ e alle preghiere ch'essa predilige in-
vocanti la Vergine " coirJ.r ; Maria, con le Litanie e coi nuovi can-
tici „. Al Catechismo seguono le Litanie, che sono quelle della chiesa
cattolica, salvo due o tre nuove forme d'invocazione, come questa:
Prot ctrlr Jurlsilavldicorìim ! E accanto alle Litanie latine sta la tra-
duzione italiana, recitata dai fedeli, poiché tutte le preghiere nella
nuova chiesa sono in volgare. Alle Litanie succede il Rosario, detto
ogni giorno dai Lazzarettisti, o i cui misteri non sono più quindici,
ma ventiquattro — quanti gli articoli del simbolo di David — e si
riferiscono alla vita e alla missione di lui e alla sua morte. La chiesa
lazzarettista ha essa pure le sue feste, indicate nel libretto, che si
chiude con uno "specchietto per conoscere tutte le creature umane
(inali angeli buoni di Dio e quali angeli cattivi di Satana...
Tutto ci(^ che è in questo Catechismo si pu(') diro sia sostanzial-
mente nelle opere di David, fuorché — come noterò più sotto — qualche
aggiunta dovuta a Filippo Imperiuzzi.
I credenti in David si chiamano da so stessi Giurlsdavldlci, dal
nomo del maestro e dalla loro fede nel prossimo avvenimento del re-
gno del Diritto e della Giustizia. Non vaiuio in chiesa e non seguono
più lo pratiche del culto cattolico, sul quale però si modella ancora
quasi in tutto la piccola chiosa. Dal cattolicismo dissentono, come sap-
piamo, anche in duo punti essenziali, perchè negano con David l'eter-
nità delle pene infernali, e rigettano la confessione auricolare. Piccoli
possidenti, lavoratori dei i)roprt campi, coloni, artigiani, braccianti, —
uno dei loro capi è un })ittoro di stanze, — si conoscono tutti fra loro;
vivono a sé, alcuni quasi solitari noi poderi sparsi per le campagne,
i più, a piccoli grup[)i, nei villaggi intorno ad Arcidosso, pochi in
paese; gente (|uicta, sonz'oml)ra d'intolleranza, ma tenacissima della
Il Lazzareitismo rive anche oggi nel Monte Annata 341
propria fede o noncurante di quello "che può dirne il mondo,,. Non
entrano, se non interrogati, nella materia delle loro "idee religiose., ;
richiesti, le espongono con sincera franchezza, citando, se occorre,
punto per punto, a mente, gli articoli del loro simbolo, o leggendoli
in un libretto accuratamente rilegato, che tutti portano sempre in
tasca. kSono — mi è stato riferito da più parti — alienissimi dal be-
stemmiare e dal cedere all'ira, non alzano mai la voce, parlando. E
vi sono fra di essi alcuni assai agiati, che vivono in mezzo ai loro po-
deri, alla loro famiglia e ai loro coloni una vita tutta patriarcale. 1
Lazzarettisti si riuniscono "per fare,, — come dicono — "le loro devo-
zioni,, in casa di questo o di quello dei più vecchi e autorevoli e pr-o-
vati tra loro, che tiene le veci di sacerdote. Alcuni anni fa, si diceva
che non pochi salissero, ogni sabato, di nottetempo su alla torre di
Monte Labbro "per adorare lo spirito del Profeta,,. Non so se e
quanti credono ancora nella sua resurrezione. Certo in Montagna o
in Maremma e qua e là in tutto il senese c'è tuttora chi ci crede.
Enrico Panzacchi mi ha raccontato che un giorno, a Siena, non molti
anni fa, mentre passeggiava con un amico fuoti di Porta Romana, e,
guardando l'Amiata lontano là nell'ultimo orizzonte, parlavano in-
sieme del Lazzaretti, una vecchia popolana li aveva interrotti, escla-
mando: "Il santo David risusciterà senza dubbio,,.
Nel maggio del 1904 Filippo Imperiuzzi ricomparve a un tratto
in mezzo al piccolo cenacolo lazzarettista. Nei ventisei anni corsi
dalla morte di David egli era stato lungamente a Gradole, sua patria,
nel viterbese, e più volte anche a Roma, ove — così dicono le auto-
rità ecclesiastiche — "aveva dato segni di resipiscenza,, e aveva
servito nella chiesa del Gesù. Ora, ripreso forse dalla nostalgia di quei
monti e della strana fede mistica a cui aveva dato la sua giovinezza,
il monaco filippino tornava lassù a tentare fra i vecchi discepoli del
secondo Cristo e innanzi alla nuova generazione, che doveva esser chia-
mata alla fede, la missione di un evangeUsta, forse — chi sa? — di un
San Paolo. Ed era andato a Poggio Marco, piccola borgata nascosta
fra i castagni presso Arcidosso, in casa del più venerando tra i se-
nio-i lazzarettisti, dell'apostolo Paolo Conti. Là celebrava la messa
innanzi ai fedeli, che correvano numerosi.
La sua venuta trovava infatti — come poi mi disse un sacerdote
di qua — " il terreno preparato „. " Il fuoco, sopito dopo la morte del
Lazzaretti, accennava a divampare nuovamente,,. Le voci che subito
corsero intorno alle riunioni religiose di Poggio Marco, e al proposito
espresso dall' Impeiiuzzi di riadattare la chiesa diruta di Monte Labbro,
e di farne il centro d'una nuova propaganda, misero in pensiero le
autorità ecclesiastiche. Avvertito da queste, un maresciallo dei cara-
binieri si recò a Poggio Marco e parlò all' Imperiuzzi. Egli intanto
evangelizzava; scriveva epistole ai fedeli e agli Arcidossini, in cui si
diceva "eletto ad annunziare, in nome di David,, l'avvenimento del
regno eterno della legge del Diiitto emanata dallo Spirito Santo,
"che dovrà unire tutti gli uomini in un solo ovile e sotto un solo
pastore,,. "La chiesa cattolica è„ — diceva — "un albero secco che
non rende più frutti,,. Proclamava con David la necessità di una ri-
forma sociale, professandosi però alieno dal Socialismo. E scriveva al
vescovo di Montalcino, esortandolo "a fare, tra i primi, alleanza con
Cristo e col suo nuovo Evangelista, a cui la Santissima Trinità aveva
manifestato il lìrinci'pio e il procedimento delle umane vicende ^y E
conchiudeva: "Se Ella vuol da me sapere il mistero divino com-
34:J NOTE
piuto, sono pronto a spiegarlo,,. E inviava al vescovo un drappello
di apostoli e di discepoli con la missione di esporgli il simbolo e di
patrocinare innanzi a lui la causa della nuova fede. Erano — mi di-
ceva un testimone del loro colloquio col vescovo — sei o sette vec-
chioni alti, diritti, bellissimi, che nelle larghe faccio vigorose, abbru-
nite dal sole dei campi, portavano scritta la rude e franca semplicità
montagnola. E alcuni tra di essi, scelti dagli altri a far la parte di
missionari, parlarono a lungo; nella forma incolta, ma viva e piena
d'intimo garbo, della loro schietta parlata toscana, misero un calore
di convinzione, che toccò più volte l'eloquenza. Il vescovo, uomo
d'ingegno e alieno da ogni intolleranza, — una tra le menti più ele-
vate e più colte che abbia avuto l'episcopato toscano, — li ascoltò con
benevolenza; li esortò, come doveva, amorevolmente a rientrare in
grembo alla Chiesa; ma quando furon partiti, non potè fare a meno
di esclamare: "Vorrei che tutti quelli tra i nostri che vanno ogni
giorno in chiesa, credessero con la profondità di convinzione e di fede
di questi Lazzarettisti ! „ — Un'esclamazione simile a questa l'ho udita
di recente dalla bocca di quel sacerdote, sinceramente cattolico, a cui
accennavo poco fa, e che, richiesto da me se i Lazzarettisti, da lui
conosciuti, fossero buona gente, "ma che le pare!,, — mi risposo,
alzando lo braccia, — "buonissima!,,. E che non siano pochi lo ar-
gomentava dal numero di quelli che, tempo fa, seguivano il trasporto
funebre di uno dei loro. Al feretro veniva dietro, senz'altro accompa-
gnamento, una fila assai lunga di uomini e donne, con in mano una
candela accesa, recitanti in grande raccoglimento le loro preghiere. 1
paesani stavano in silenzio a vederli passare. — lo stesso, che per
più di venti anni ho avvicinato e conosciuti non pochi Lazzarettisti,
debbo dire che la mia esperienza personale conferma in tutto queste
favorevoli testimonianze, qui da me riferito, dei loro costumi e della
loro vita.
E termino il racconto, qui sopra incominciato, del tentativo di
propaganda fatto dall' Imperiuzzi nel 1904. La vigilanza delle autorità
ecclesiastiche locali si fece sempre più stretta e impaziente di mettere
un fine alla nuova agitazione lazzarettista. Ai primi di giugno ne fu
informato il Vaticano, o dal Cardinale Serafino Vannutelli, segretari*)
della Santa Romana e Universale Liquisizione, venne ordine peren-
torio di ammonire l'Imperiuzzi, di ordinargli di desistere dalla sua pro-
paganda, e, ov'egli persistesse, di sospenderlo a divinis,^ e invitare le
autorità civili a provvedere. Gli ordini furono eseguiti. Un giorno,
sulla fine di giugno, il maresciallo dei carabinieri andò a Pojgio Marco
e ingiunse all'lmi^oriuzzi di partire subito per Gradole. Riferisco i
fatti; non li giudico.
È notevole come nell'esposizione, che i Lazzarettisti fanno del
sìmholo di David e negli scritti dell' Lnperiuzzi, — solo intorpotre,
che fin qui abbiano avuto le idee religiose da essi i)rofessate, — non
apparisca novità alcuna, dovuta al loro proprio modo d'intendere e
di ripensare l'insegnamento del Maestro, fuorché forse in un punto:
nella distinzione, fatta dall' Imperiuzzi, tra U Cristo pvvo e il Cristo
impuro. "La storia del primo, che è Gesù, mi fa comprendere.. —
scrive il frate filippino — "quella del secondo, ch'è David. L'uno mi
ha concessa la foie, il secondo me l'ha confermata.,. T^], come si vede,
ini primo, timido tentativo di spiegare ciò che la persona del secondo
Cristo ha di nuovo e di suo, agli occhi dei discepoli, paragonata con
quella del Nazzareno; primo e informe nu<lco di imn rozza //JiosHaz-
Il LazzarettlsDio vive anche ongi nel Monte Aminta 843
zarettista, che in altri tempi dai nostri, in tempi di fede viva e mi-
stica, sarebbe forse suscettibile di uno svolgimento dottrinale, e a cui
possiamo trovare qualcosa di affine o di analogo in alcuna tra le in-
finito cristologie delle sètte dei primi secoli cristiani.
Il concetto centrale del La/zarettismo, ch'è la riapparizione dello
Spirito Santo nella persona di David, fa pensare anche a ciò che cre-
devano i Guglielmiti, convinti di eresia nel 1300, a Milano^^ in un
processo, il cui testo ambrosiano è stato pubblicato per intero da Fe-
lice Tocco nei Rendiconti dei Lincei (Serie quinta; voi. Vili, 1899).
I Guglielmiti — cosi chiamati per la loro fede nella missione di-
vina di una suora Guglielma, morta a Milano e da alcuni ritenuta
figlia o sorella di un re di Boemia — credevano che essa sarebbe
risorta avanti l'universale risurrezione, incarnando nella sua la terza
persona della Trinità, riapparsa nel mondo per rinnovarlo e redimerlo;
credevano "che, come Cristo aveva patito in forma umana, così il
nuovo redentore avrebbe nella persona di lei patito in forma feminea
pei nostri peccati e salvato ebrei e pagani, per poi risalire al cielo,
come Cristo, in forma corporea.,.
II motivo ispiratore della nuova sètta era, in sostanza, come quello
del Lazzarettismo, l'attesa del vaticinato ritorno di un liberatore di-
vino; alla quale, sempre per la fede nella promessa evangelica della
finale riapparizione dello Spirito, si univa nel nuovo simbolo, non al-
trimenti che nel simbolo dei Lazzarettisti, lo strano concetto apoca-
littico di un'identificazione della persona del nuovo Cristo con quella
del Paracleto. Era ancora il vecchio motivo gioachimita, che dal domma
della Trinità e dalla fede in una possibile e desiderabile evoluzione
del fatto e della dottrina del Cristianesimo, traeva la speranza e le
previsioni profetiche di un'era futura dell'umanità rinnovata e piena-
mente redenta. Se non che nella sètta processata a Milano appariva,
quasi a mostrare di quali e quanto strane immaginazioni sia stata
feconda l'esaltazione del sentimento religioso, la fede in un redentore
uscito dal sesso femminile, e che — cosi credevano della loro Maestra
i Guglielmiti — aveva lasciato per proprio vicario in terra una suora,
che doveva esercitare le funzioni sacerdotali e pontificali. Era uno
strano caso di femminismo religioso, che ricorda la parte importante
avuta dalle donne nelle più antiche sètte cristiane, e più in ispecie
nel moto dei Montanisti. Fra questi e fra le profetesse, che erano
l'anima della loro propaganda, una Prisca asseriva di aver veduto
Cristo incarnato in forma feminea.
II.
Due nuovi bio?rafì di David.
'e'
Il nome del casato di David è — nell'uso comune di Arci-
dosso e di tutta la Montagna — Lazzeretti, non Lazzaretti. Egli e i
suoi e quanti appartengono ad altri rami della famiglia si sottoscrivono
di solito così. Cosi è scritto il casato sul frontespizio di tutte le opere
pubblicate da David prima di andare in Francia. Nelle opere scritte
là, e pubblicate in francese e nella edizione italiana, egli si sottoscrive
per la prima volta Lazzaretti; forse perchè il suo nome gli suona
meglio e più nobile, o perchè vuol ravvicinarlo a quello di Lazzaro
Pallavicino, del personaggio leggendario, uscito di famiglia reale e
francese, da cui egli — per le rivelazioni avute nella grotta della Sa-
bina — si vanta disceso. Dietro l'esempio del Maestro anche i disce-
poli hanno poi adottato ed usano la nuova versione del suo nome,
e si chiamano Lazzarettisti, Io ho usato nelle edizioni bolognesi del
mio libro, e séguito a usare in questa, la nuova adottata da David in
Francia, come rispondente alla trasfigurazione, — so posso dir cosi, —
che anche il suo nome subiva col trasfigurarsi ch'egli faceva vivendo
quasi una nuova vita nel suo sogno di profeta.
Questo quanto al nome. Quanto alla persona del Lazzaretti e al
suo stato di mente, rimando i lettori a ciò che ne fu scritto dal Verga,
dal Lombroso, dal Buccola, dal Tanzi, dal Morselli e da molti altri
alienisti, che hanno fatto di lui uno tra i soggetti preferiti dei loro
studi. Alle ben conosciute oonchiusioni cui essi sono giunti, nulla di
notevole è stato opposto, in più di venticinque anni, né dai seguaci
del profeta né da scrittori di altra opinione e di altra fede, fino a due
pubblicazioni recenti, che aggiungono ora nuovi dati alla cronaca dei
fatti di Arcidosso, e sono state suggerite da sentimenti e da convin-
zioni di natura assai diversa^ ma di pari forza ed eflScacia sull'animo
dei due scrittori.
Comincio dalla più recente delle due pubblicazioni, ch'ò l'unico
scritto apparso finora, in cui la fede assoluta nella persona e nelle
idee di David, professata dai svioi seguaci più calorosi, abbia avuto
una piena e viva espressione. È la Storia di David Lazzaretti profeta
di Arcidosso, scritta da Filippo Tmporiuzzi, ex-fiate filippino, del quale
io parlo nel libro e nella nota precedente, ove riassumo le ultime vi-
cende della chiesa lazzarettista. Qui aggiungerò solo che il frate filip-
pino, dopo essere stato, per ordine della Polizia, allontanato da Poggio
Marco, ove abitava in casa del vecchio apostolo lazzarettista Paolo
Conti, s'è stabilito da qualche anno a Siena, e là ha [)ul)blicato a
fascicoli la sua Storia in un volume di 520 pagine (Siena, Tipografia
nuova, UiOT). Essa è — che io sai)pia — l'unico tra i molli st-ritti del-
rimporiuzzi che sia stato pubblicato per lo stamp.' sotto il suo nome.
Gli altri, composti, i più, nel 1881, quasi tutti di intento polemico, e
che io ho letti, ma che mi posso dispensare dal citar qui, haiuio cir-
colato a lungo e in parte circolano anche oggi manoscritti fra i Laz-
zarettisti, dei quali l'ardente filippino è tuttora Tovangelista e il capo
spirituale.
Due nuovi biografi di David 345
È preceduta da un esame critico; — cosi l'autore chiama l'ardente
difesa eh' Qg\\ tenta della persona, della vita e dello idee del può
maestro, confutando vivacemente tutti i capi di accusa oppostigli
dagli avversari. — Inutile dire come lo spirito ohe informa da cima a
fondo questo esame, sia tutt'altro che critico; e come il presupposto,
da cui l'autore muove e al quale ritorna sempre, sia la verità, per
Itti incrollabile, di qtianto David ha pensato, ha detto, ha operaio;
verità che porta in se i segni certi della missione divina del nuovo
Jjglio dell'uomo^ e ha avuto per riprova l'adempimento delle sue pro-
fezie. E quest'adempimento l'imperiuzzi vuol dimostrarlo a parte a
paite per ciascuna di esse, accettando a occhi chiusi tutto ciò che i
seguaci di David vedevano e seguitano a vedere di prodigioso e di so-
vrumano nella sua persona e nella sua vita. La leggenda, che già
qtiando io scrissi il mio libro, si andava formando intorno a lui, pro-
segue a disegnarsi e a colorirsi sempre più in questa storia del frate
di Gradole. Egli sostiene che l'apparizione della grotta della Sabina
fu — come quelle della Salette e di Lourdes — realtà e non illusione;
dà come precursori di David San Francesco di Paola, che lo preco-
nizzò vaticinando del Gran Monarca e del futuro duce dellt milizia
croci fera dello Spirito Santo, e Dante, che accennò al i)rofeta di Ar-
cidosso col suo '^ velt'-o ,, e col suo ''messo di Dio,,, predetto nel canto
trentesimoterzo del Purgatorio. L'Imperiuzzi dice di potere spiegare
in due maniere, riferendolo a David, il famoso "cinquecento dieci e
cimali',,. Le tre lettere in numeri romani DXV significano David
Xtus Victor. Trasposte le lettere, DVX apparisce il Dux "messo da
Dio,,. Nel simbolo, distribuito ai credenti nell'ultimo periodo della
sua propaganda, David si disse — e i suoi lo elicono e lo credono
anche oggi — Cristo, Duce e Giudice.
Benché, come si vede, rimasto al tutto fuori dell'ambiente degli
studi religiosi moderni, l'Imperi uzzi non è però senza coltura in ma-
teria di teologia e di libri sacri, e, se si faccia astrazione da alcuni
errori di senso nell'uso di qualche parola, e da alcuni trascorsi di
penna, scrive non male, anzi qua e là con una certa efficacia. Egli ha
rifuso qui la sua Vita di Dacid Lazzaretti, Cristo Duce e Giudice e
Gh'an Monarca, non mai pubblicata, ohe io ebbi manoscritta e di cui
mi valsi; l'ha però molto allargata con le notizie, che intorno alla
vita e agli scritti e alle idee di David gli venivano dalla sua liuiga
familiarità con Itti e coi stioi seguaci, e dalla larga parte avtita nei fatti
di Arcidosso. Io ho adesso, naturalmente, tenuto conto di tali notizie
e di tutto il materiale di qtiesta nuova Storia di David, che però non
contiene, quanto alle ideo e alla vita di lui e ai fatti di Arcidosso,
nulla di sostanzialmente nuovo e di diverso da ciò che se ne sapeva
e che io raccolsi già attingendo alle fonti. Nella sua narrazione l'Im-
periuzzi alterna agli scritti in prosa di David, dei quali cita più brani,
parecchie poesie, che possono avere un certo interesse pei lettori. La
vocazione del Lazzaretti e la sua dimora nella Sabina con le appari-
zioni e le visioni che l'accompagnarono, sono narrate e dociunentate
dall'autore con molti particolari. Ma chi conosca le opere del profeta,
e specie le prime e le più sue, penserà facilmente che gli scritti di
lui, riportati in qtiesta e in altre parti del libro, siano stati per lo
meno molto ritoccati e rielaborati.
L'altra pubblicazione recente, a cui ho accennato, la quale per
l'interesse ohe l'ha suggerita, e pei lettori ai quali si rivolge, mostra
come il Lazzaretti e il Lazzarettismo siano un soggetto rimasto tut-
(t. Babzellotti. 44
346 NOTE
torà vivo e preseuie nella letteratura religiosa contemporanea, è un
Yolumo di '/à'ò pagine uscito nei 1904 a Kopenhagen col titolo: "Un
Cristo ai nostri giorni, y. Bozzetti della coltura italiana. (Eh Kristiis fra
vore Dage: italiensk Kulturhillede). Il libro è giù alla seconda edizione.
L'autore, il sig. Emilio Ivasmussen, dottore in filosofia dell'Università
di Kopenhagen, è tra quanti hanno scritto su David uno dei me-
glio informati per la lunga e accurata inchiesta fatta da lui sui luoghi
e tra i testimoni diretti »> indiretti del moto lazzarettista. Egli è stato,
qualche anno fa, por più mesi ad Arcidosso; conosce tutta la lettera-
tura relativa al soggetto che tratta; ha Ietto anche il mio libro che
cita con lode, e vd ha trovato indicazioni e accenni, che lo hanno
messo sulla via di poter meglio chiarire, come dirò, qualche aspetto
della vita e della mente di David, che doveva essere spiegato.
Il libro del Rasmussen mi pare notevole per lo spirito con cui
è scritto, e che si avvicina molto a quello dei seguaci del Lazzaretti;
mentre l'autore, uomo coltissimo, non rinunzia nell'esposizione dei
fatti e nel giudizio che dà del profeta, agli abiti di mente e alle ten-
denze della critica storica.
Il Rasmussen è un ardente ammiratore di David, ch'egli mette
fra i geni religiosi e paragona e contrappone a Cristo. E non nega
che, come in tutti gli altri geni religiosi, cosi in lui vi siano state
condizioni di mente anormali e stati fisici morbosi, che le iirecede-
vano e le accompagnavano, quali, tra gli altri, gli accessi violenti di
febbre, a cui seguirono i suoi primi sogni profetici e le prime visioni,
e inoltre allucinazioni, cramra, sonno anormale, fenomeni catalettici
e convulsioni epilettiche; conchiude però che i malati co ne David
"non entrano nelle categorie classiche dei pazzi. La sua non era una
forma specifica di epilessia, ma uno stato tranquillo di oppressione
epilettica, combinato con deliri religiosi s[iesso sistematizzati,,. E ag-
giunge: "Xoi dobbiamo riconoscere che la grandezza della mente di-
pende spesso dalla malattia della mente. Anche i pensieri di Cristo
sono malattia,,.
Questa conchiusione — da cui io dissento profondamente — po-
trebbe far credete che il giudi/io dato dal Rasmussen intorno alla
persona, alla vita e all'opera di David, non sia in sostanza diverso da
quello degli alienisti. ^la nel fatto non è così. Lo scrittore danese, il
quale fa un caloroso elogio del carattei-e morale disinteressato, schietto,
altruistico, della buona fede e del patriottismo di David, nega che si
osservino in lui le anormalità affettive proprie alla massima i)arte dei
"geni religiosi,,. Diversamente da molti di essi, egli \nve por la sua
famiglia, è tenero, premuroso, pieno d'amore pei suoi. La sua vita co-
niugale è. stata dolio più regolari. "'Egli fu veramente un padre,,. E
in un altro punto ancora il Rasnuissen si allontana dagli psicologi
dell'alionismo: nel negare che la famiglia di David abbia avuto dei
malati di mente. Quanto a questo punto, sti cui le testimonianze sono
state sempre incerte e contradditorie, è notevole però come l'Impe-
riuzzi affermi nella sua storia aver sentito dire che due zii di David
da parte di padre abbiano dato "segni di momentanea alienazione
mentale,,.
Per quanto si possa esser tentati di dubitare che il barrocciaio di
Arcidosso sia stato sempre, come afferma il lìasmussen, esemplarmente
fedele alla moglie, bisogna però riconoscere, come cosa di fatto, che
nel Lazzaretti, religioso e capo dello società di Monto Labbro, nessun
motivo 0 fomite sessuale si mostra più. Per questa parte egli, che pure
Due nuovi biojrafi di Dacid 347
riesce inferiore di statura mentalo a tanti altri capisetta, guadagna
però al paragone coi più di loro. Nulla v'è in lui, non dico della sen-
sualità apertamente feroce o violenta di molti eretici ribolli e agita-
tori di turbe del Medio Evo e del Kinascimento, ma neppure di quella,
celata inconsciamente o ad arte nelle pratiche devote e nelle pie re-
lazioni sessuali anche da recenti iniziatori di novità religiose. Lo
stesso si dica della vita comune che i Lazzarettisti hanno tenuta a
Monte Labbro, per più anni, presente e assente il maestro.- Ciò che
dagli avversari di David è stato detto dei disordini, ai quali avrebbe
dato occasione l'essersi là trovati insieme uomini e donne, per mesi
e mesi, si riduce a poche voci vaghe e inconsistenti, subito cadute e
smentite. La correttezza del costume, che nelle riunioni di Monte
Labbro si univa ah'abito della gentilezza innata ai toscani, e ha reso
possibile anche a signore straniere (a una miss Alice Gordon, inglese,
a una suor Gregoria, brettone e ad altre) vivere per più mesi in com-
pagnia di quelli eremiti; l'ingenua onestà dei sentimenti e degli af-
fetti domestici, la semplicità della vita, la probità specchiata della
massima parte dei compagni di fede e degli amici di David, entrano
per molto in quella, se posso dir così, suggestione di simpatia, che il
Lazzarettismo esercita su chiunque ora lo guardi senza preconcetti da
questo suo aspetto, ch'ò moralmente e socialmente estetico.
David Lazzaretti fu un autodidatta. Non il pochissimo ch'egli
potè imparare nelle scuole del suo paese, ma il molto, che a una
mente geniale, com'era la sua, venne fatto di assimilarsi^ in mezzo
alla viva esperienza degli uomini e delle cose, nell'esercizio del suo
mestiere girovago, poi nella vita di eremita e di pellegrino, nei vari
suoi viaggi in Italia e nel prolungato soggiorno in Francia, ci può
spiegare com'egli apparisse ai modi e al parlare — più ancora che
negli scritti — assai superiore alla condizione e all'ambiente in cui
era nato. Per la vivezza dell'ingegno precoce, da giovanetto lo chia-
mavano in famiglia: Mille idee- A venti anni aveva già letto molto.
Leggeva, dice un biografo suo discepolo, più che altro la notte, perchè
il giorno doveva lavorare per vivere. Preferiva i poeti, e, fra tutti,
Dante e il Tasso, dei quali sapeva a mente lunghi brani. Verseggiava
con facilità — non rara tra i nostri montanari, fra' quali si trovano
spesso degl'improvvisatori, o, come qua li chiamano, cantori di ottave
— e non senza una certa felicità e vivezza di pensiero e di espressione,
notevoli in specie nelle poesie qua e là alternate con la prosa in tutto
il rJbro del Celesti Fiori. La lista dei suoi scritti inediti, unita alle
opere composte in Francia, porta i titoli di tre tragedie " fatte prima
della sua vocazione,,. Una di queste aveva per soggetto Kolokotroni.
l'eroe della guerra d'indipendenza dei Greci. Un inno di guerra, scritto
nel 18H6, fu, si dice, mandato al Brofferio, a cui piacque. In' una let-
tera diretta a me da Turpino Lazzaretti, che mi parla della gioventù
di stio padre e del soggiorno della famiglia in Francia, egli dice che
là David scrisse, oltre le opere poi pubblicate, un trattato di_ Morale
in sette volumi e un poema in ottave in ventiquattro canti intito-
lato: // mostro dfogni peccato, rimasti inediti. Molti altri scritti in
prosa e in versi da formaie in tutti più di una ventina di volumi,
sono segnati nella lista delle opere inedite, data dall'edizione fi-anceso
del Manifesto. Ma i più non debbono essere stati che titoli o vaghi
disegni e abbozzi di 0[)ore rimaste nella mente immaginosa del profeta.
Mi resta a dire una parola intorno al modo in cui ho tentato
di descrivere i momenti successivi, pei quali, negli anni della propa-
348 NOTE
ganda del Lazzaretti, passò quella che con termine generico si può
chiamare la sua esaltazione religiosa, e che gli alienisti chiamano la
sua pazzia, la sua malattia mentale, il suo delirio sistematizzato. Sia
che si ammetta o no la tesi di questi, e — i lettori lo avranno ve-
duto — io non la escludo, a me pare elio in tutti o di;e i casi cosi
lo studio psicologico del dramma mentale di David come la compiuta
constatazione dei dati di fatto che ci offi'e la sua vita e la sua av-
ventura religiosa, portino ad uno stesso resultato, di cui si risente, se
posso dir così, tutti il procedimento letterario del mio libro: ad am-
mettere, cioè, nella vita mentale del profeta e nei suoi atti uno svol-
gimento, un crescendo verso l'apice della esaltazione finale che portò
alla catastrofe. In questo presupposto io sono stato confermato dal-
l'opinione autorevole di uno dei più valenti alienisti d'Italia, che, ri-
chiestone da me, mi rispondeva: "esser molto probabile che nel prin-
cipio della vita di David, il delirio ambizioso e allucinatorio non si
sia manifestato ohe scarsamente, e il suo cervello abbia potuto funzio-
nare con una relativa lucidezza. A poco a poco però il delirio s'im-
pose e fini per far perdere al Lazzaretti il sentimento reale della pro-
pria personalità, uno dei criteri della integrità mentalo,,. In somma,
secondo l'autorevule alienista, vi deve essere stata "una parabola con-
tinua fatalo nella malattia del Lazzaretti, quale si osserva in tutti i
soggetti simili a lui.,. La diagnosi aveva mosso però — si noti — da
questa importunto considerazione: "Non si può trovare pei' il Lazza-
retti, come per altri suoi illustri (ol leghi, una formula clinica vera-
mente esatta. Lo si può dire mattoide, cervello squilibrato, disorien-
tato nei primi momenti; successivamente (nel vero periodo del suo
apostolato) lo si può considerare in preda ad un eccitamento maniaco
o ad un delirio di grandezza (megalomania) con allucinazioni. Gli scrit-
tori un po' arretrati di psichiatria direbltero il Lazzaretti affretto da
monomaìiia religiosa, od anche da teomania- espressioni poco precise,,.
IH.
Fonti delle profezie di David.
Il dott. Rasmusson, il '^ sor Emilio,,, come ora lo chiamano fa-
miliarmente i parenti di David e i suoi seguaci, è stato, durante il
lungo suo soggiorno fra loro, messo sulla via di rintracciare — forse
in sèguito a quel ohe essi gli han detto intorno alle primo letture
del Lazzaretti — alcune tra le fila maestre, di cui gli si ordirono in
mento, nel sogno e fra i deliri febbrili, in Maremma e in Sabina, le
prime visioni profetiche.
Il Rasmussen ha trovato l'origino dello strano racconto genealo-
gico, fatto a David dal mlstenoso personaggio, che gli apparisce nella
gl'Otta del Beato Amedeo, e gli si rivela per Manfredo Pallavicino,
suo sedicesimo avo, e figlio di un re di Francia. Nelle avventui'e di
questo personaggio è passato tutto l'intreccio di un romanzo del Ro-
vani, uscito tra il 1845 e il 1846, che è intitolato ap})unto Manfredo
Pallaviiino. L'Imperiuzzi, il quale ha scritto dopo il Rasmussen, non
parla del romanzo, ma dice, confermando implicitamente quanto as-
serisce lo scrittore danese, di aver riscontrato " nella stona,, la ^Qvìtìx
dello cose narrate a David dal misterioso personaggio. Il fatto ch'esse
coincidono quasi letteralmente col romanzo del Rovani, mentre David
già nella sua Memoria indirizzata al Cardinale Panebianco le dava
come vere e proprie rivelazioni, avute da lui, della sua discendenza
regale, non escludo — in ciò io convengo col Rasmussen — la buona
fede del Lazzaretti. In quel misto d'incoscienza e di riflessione inten-
zionale, che è spesso lo stato di mente — molto ditfieilo a ben defi-
nire — degli uomini del suo tipo intellettuale, egli può aver creduto
alla realtà eiTettiva delle cose, che l'immaginazione esaltata, nutrita
di reminiscenze più o meno lontane, gli fingeva sotto l'ossessione
delle idee e dei motivi religiosi che la dominavano.
Lo stesso si dica quanto all'evidente riscontro che fanno le pro-
fezie di David con quelle esposte nelle Lettere attribuite a San Fran-
cesco di Paola; riscontro che il Rasmussen ha trovato — credo di
poterlo dire — dietro la traccia di ciò che io avevo scritto, per primo,
intorno al Gioachimismo delle previsioni profetiche del Lazzaretti. Il
Rasmussen ha saputo che le Lettere del Santo calabrese a Simone del-
l'Alimena — il cui contenuto proviene senza dubbio dalla corrente
delle idee gioachimite, vive e diffuse tuttora quando San Francesco
viveva e predicava nella seconda metà del secolo XV — entravano
in un gruppo di libri di profezie, posseduti dal sacerdote (i. Battista
Polverini, che venne per la prima volta a Monte Labbro nel marzo
del 1871, e dopo in quello stesso anno conobbe il Lazzaretti. Lo ri-
porta il più diffuso di quei libri, uscito appunto noi 1871 a Torino,
e di cui si fecero setto edizioni. Ha per titolo : / futuri destini degli
astati e delle Nazioni, e fu pubblicato da Domenico Cerri, protonotario
apostolico e missionario, autore in quel tempo di altri libri di sog-
getto religioso-politico, suggeriti da intenti clericali. Che David abbia
potuto conoscere le Lettere di San Francesco di Paola, non solo "al
più tardi,, — come dice il Rasmussen — nel 1808, (piando si con-
3')0 NOTE
yertì, ma assai prima, è lecito argomentarlo aiiclie da ciò che ora
scrive rimperÌLizzi nella sua Storia. E^li scrivo che tra i santi che
David rispettava, non bestemmiandone mai il nome, anche " nel tempo
della sua vita scorretta,, e che teneva ''come suoi protettori partico-
lari,,, era, oltre San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio da Padova,
anche San Francesco di Paola; e no-giunge che un giorno certo Ca-
marri scarpellino disse al Lazzaretti "di avere intOsO dai preti par-
lare della venuta di un personaggio celeste, annunziato da San Fran-
cesco di Paola,,; — al che David, allora peccatore, replicò: "Se tu
dai retta ai preti e ai frati, ti daranno ad intendere che Gesù Cristo
è morto in croce di sonno,,.
Francesco, nato circa il 1437 nel borgo di Paola in Calabria, e
nella sua infanzia votato dai genitori a San Francesco, ne vestì a tre-
dici anni l'abito, edificò a Paola un convento per l'ordine dei Miiiimi,
da lui istituito. Venuto in fama di grande virtù e celebrato come
taumaturgo — la sua Vita nei Bollandisti è piena dell'enumerazione
dei suoi prodigi — andò in h^rancia, chiamatovi da Luigi XI, che
— cosi dice la leggenda — si emendò per opera sua e moti penitente.
L'eco delle profezie di Giovacchino di Fiore, ridestata due secoli prima
in mezzo agli siÀrituali franco-cani (laW Evangelo eter.io, prende una
nuova risonanza in quelle attribuite al santo calabrese, nato nella
stessa parte d'Italia di cui era nativo l'abate profeta, e vissuto in
tempi commossi dal timore delle invasioni dei Turchi, dal sentimento
del bisogno di una riforma della Chiesa, e dalla vaga, ansi( sa aspet-
tazione di grandi e prossimi avvenimenti e della comparsa di qualche
uomo superiore, mandato dal cielo a sanare e a rinnovare tutto.
Delle Lettere di San Francesco di Paola, le quali sono certo di
più che dubbia autenticità, — in alcune di esse si predicono a parte
a parte i casi e la fine del Savonarola, — si hanno vai'ie raccolte. Le
più note tra queste lettere e le più diff'use, indirizzate "al molto ma-
gnifico e virtuoso signore, il signor Simone dell'Alimena, etc, etc.,,
cominciano quasi tutte con la formula: "la gratia dello Spirito Santo
sia sempre con V. S.„. Vi si parla più volte di un aspettato discen-
dente dell'Alimena, "che sarà il Gran Duce della militia santa dello
Spirito Santo, la quale deve vincere il mondo e insignorirsi del tem-
porale e dello spirituale...., e che porterà il segno di Dio vivo in petto
e sarà nominata li Santi Crociferi di Gesù Cristo, consumerà la setta
maomettana, annichilerà tutto le eresie, dominerà tutto il mondo, for-
merà una nuova religione, che si sostituirà a tutte le altre e sarà
l'ultima e riunirà tutti gli uomini in im solo ovile e sotto un solo
pastore,,.
In (jueste Lettere — la cui data è diversa nelle varie raccolte —
si accenna alla nascita e alla vita di questo capitano dei santi Croci-
feri, di questo potentissimo nonio, principe sopra cjli altri princiji, re
sopra ijli altri re, il quale sarà del suìigm- di Costantino inip>'i>'atore e
del seme di Pipino (da cui veniva anche l'Alimena), e sarà nella (]io-
venta gran peccatore, poi si convertirà a Dio, e gli verrà comandato
da un santo eremita di portare scoperto sul petto il segno di Dio vivo.
Egli comincierà "a investigare i segreti di Ì)io sopra la gran visita
e reggimento, che farà lo Spirito Santo nel mondo per mezzo della
sua santa milizia,,. In una lettera, a cui si ai^pono la data del 141)0^ ò
detto che quest'uomo, messo da Dio, "scompartirà la nuova religione
fondata da lui, e differente da tutte le altre, in tre ordini: cioè di ca-
valieri armigeri, di sacerdoti solitari e di ospitalieri piissimi.,. — "Il
Fonti delle profezie di David 351
mondo tutto non avrà so non dodici re, un imperatore e un papa, e
pochissimi signori, e questi saranno tutti santi,,.
Ora, non solo col tenore di queste Lettere, ma coi concetti fon-
damentali e con le singole espressioni più importanti e con le parole
usate dal Santo, coincidono le profezie del Lazzaretti, fino dalle prime
pubblicate a parte nel 1871 nella Seconda lettera ai cittadini romani,
e negli alti'i scritti intitolati Avvisi e -predizioni di un incognito i^ro-
feta e Sogni o visioni. David qui parla in nome di una missione che
gli è stata data "in virtù dello Spirito Santo,,; rivolgendosi a Pio IX,
accenna " a un Principe, a un Monarca, che L)io ha donato alla Chiesa
e alle Nazioni, ancora ignoto, ma che un giorno scenderà dai monti,
tenendo il vessillo della redenzione dei popoli ,„ e a capo di mille gio-
vani, tutti italiani; '^ e questa sarà chiamata la milizia dello Spirito
Santo,,, che conquisterà il mondo. Volgendosi alla Francia, e vatici-
nandole la venuta del Gran Monarca, che sorgerà dall'Appennino to-
scano, dice che sarà (quale egli stesso si diceva) "un rampollo del
sangue di Pipino, che fonderà un grande Impero, unendo Italia, Francia
e Spagna e poi anche la Grecia, e facendo di quattro Nazioni una
sola Nazione,,. (Il discendente dell'Alimena doveva essere egli pure
coronato delle tre mir abili s sin le corone). La milizia dello Spirito Santo,
della quale David in queste prime profezie torna sempre a parlare, e
che porterà nella sua insogna la croce, è chiamata nel Manifesto e
nelle altre opere scritte in Francia la milizia dei crociferi. La "son-
tuosa piramide,,, che nella Lettera ai popoli cr/if«Zm l'immaginazione
fatidica del profeta vede sorgere sul monte (Monte Labbro), è "co-
struita di tre ordini di gradinate,,, sulle quali stanno i rappresen-
tanti dei tre ordini francescani, e che corrispondono ai tre istituti
ideati da David, e fanno pensare a quelli, in cui "si scompartirà la
nuova rehgione, fondata dall'aspettato discendente dell'Alimena,,.
Ohe fino dai primi tempi della propaganda religiosa del Lazza-
retti nel cenacolo dei suoi seguaci fossero note e lette le profezie del
Santo di Paola, e già se ne vedesse prossimo l'adempimento nella per-
sona e nella missione di David, apparisce dalla pubblicazione, fatta
nel 1873 a Napoli, di un libretto, che va tuttora per le mani dei
Lazzaretti sti, e ha per titolo: Lettere profetiche di San LVancesco di
Paola rendile al Gran Monarca e all'ordine dei santi Crociferi di
Gesù Cristo: Lettere ai l'omani e pojyoli d'Itcdia; Avvisi alle Nazioni,
ai monarclii d'Europa ed istituto dei Santi Eremiti, Penitenti e Peni-
tenzieri di David Lazzeretti. Nella prefazione è detto che le previsioni
di David alludono alle profezie di San Francesco di Paola, e dopo
l'intestazione del titolo di queste si aggiunge: " stateci consegnate da
un religioso agostiniano fino dal 1855....,,. In alcune parole premesse
agli Avvisi "la missione,, di David è designata come fraternizzante
in vcirte con quella del patriarca calabrese. In una nota alla seconda
delle sue Lettere, riportate nel libretto, si accenna alla loro concor-
danza con le predizioni di Santa Brigida, che il Rasmussen mette, in-
sieme a quelle attribuite alla Sibilla tiburtina e con altre, tra le fonti
a cui David pviò avere attinto. Lo scrittore danese crede che una più
diretta e particolareggiata conoscenza delle profezie del Santo di Paola
possa aver contribuito, tra il 1860 e il 1868, alla conversione del Laz-
zaretti. La conversione religiosa, aggiunge, ha poi portato con sé la
conversione politica. Ciò che — sia detto qui di passaggio — non sa-
prei sino a che punto possa affermarsi, perchè lo idee politiche di
David rimasero sempre, anche durante la sua propaganda religiosa,
352 NOTI-
in quel yago incerto tra il liberalismo patriottico e il tradizionalismo
teocratico-cattolico-papale, nel quale ondeggiano in tutte le sue opere.
— Il colpo finale che ha determinato il passaggio definitivo delia mente
di David alle idee della sua missione religiosa e lo ha spinto a intra-
prenderla, dev'essere stata — conchiude il suo biografo danese — la
lettura del romanzo del Rovani.
Il Rasmussen mette eoa ragione in rilievo un punto, in cui le idee
di David ditteriscoao sostanzialmente da (pielle degli altri seguaci
della parte conservatrice clericale, che lo favorì e lo aiutò; ed è la sua
non mai smentita tendenza, diciamo così, nazionalistica. L'Italia deve
dare alle altre genti il Gran Monarca aspettato; i crociati debbono
essere italiani; all'Italia deve spettare il primato nella lega ilei po-
poli latini destinata al dominio del mondo; da lei uscirà il moto di
riforma e di rinnovazione che lo redimerà.
Conchiuderò dicendo essere inutile che io faccia notare ai lettori
come le nuovo e importanti indicazioni dateci dal Rasmussen intorno
all'origine e alle fonti delle idee professate dal Lazzaretti e delle sue
profezie, siano una piena conferma di ((uanto fino dal 1885 io avevo
detto del Gioachimismo del profeta di Arcidosso e dei suoi discepoli.
E lo scrittore danese lo accenna e lo riconosce nel suo libro.
IV.
Bibliografìa.
Credo sia utile ai lettori che io termini queste note, indicando
loro alcune pubblicazioni, non citate nel testo, riguardanti la storia
del Monte Amiata e la cronaca del Lazzaiettismo, e aggiungf^ndo
qualche notizia artistica, che non entrava nel disegno di questo libro,
il cui intento è letterario e scientifico e non di erudizione.
Oltre agli scrittori, che io cito nell' Introduzione e al Giuratori
{Rer. Ital. Script.], hanno dato nuove e prezioso notizie intorno alla
storia dei paesi della Montagna, L. Zdokauer in un suo scritto S<ujli
Statuti del Monte Aìuidti, pubblicato fra gli ^- Studii giuridici dedi-
cati e offerti a Francesco Schupfer jioUa ricorrenza del XXXV anno
del suo insegnamento „ (Torino, Fratelli Bocca, 1898), e il prof. Calisse noi
Documenti del Monastero di iSan tialoadore sul Munte Amiata, rifjuar-
danti il territorio romano (Estv. dall'Avcliivio della R. Società Romana di
Storia patria; voi. xvi-xvrj). E del resto, la fonte principale della storia
del celebre monastero sono le sue Carte diplomatiche, conservate nel-
l'Archivio di Siena, del quale A. Lisini si è roso benemerito, pul)bli-
candono ì' Inventario generale (Siena. 1899^ L'Archivio di Siena e la
Biblioteca comunale hanno altri importanti manoscritti, riguardanti i
paesi dello Stnto senese e, quindi, anche (luelli doll'Amiata. Per la
storia degli Aldobrandeschi, vedi l'erlinghiori, N'o'izie dci/li Alio-
hrandeschi (Siena, 0. Porri, 1842). Notizia importanti sulla condiziono dei
sudditi della Contea di Santa Fiora verso la metà del secolo XVJ, si
possono avere ni>irimi)ortanto pubblicazione di l'aolo IMccolomini, Lo
tìtatuto del Castello della Trinna (Siena. Lazzcri, 19(1.")).
Intorno alla storia delle minioie doll'Amiata è utile a consultarsi
il libro di M. l\omei (Firenze. 1890). e sulle loro condizioni odierno si
veda la monografia di P. De Ferrari Le miniere di Mercurio del Monte
Amiatx {Appendice alla Rivista mineraria del lss9. Firenze. G. Barbèra, 1890).
Bibliografìa 353
Per la conoscenza delle vicende del Lazzarettismo e più in par-
ticolare dei fatti ohe condussero alla morto del Profeta, gioverà la
lettura del processo, che nell'ottobre del 1879 ebbe luogo alla Corte
d'Assise (li Siena, e nel quale comparvero ventidue Lazzarettisti (tra
questi anche Tlmperiuzzi) '' accusati di attentati contro la sicurezza
interna dello Stato per acere commessi atti esecutivi diretti a rovesciare
il Governo ed a mutarne la forma, non che a muocere la guerra civile
ed a portare la devastazione ed il saccheggio in un Comune dello Stato „.
Il Tribunale li assolvè, con sentenza del 10 novembre 1870, che l'o-
pinione pubblica riconobbe giusta. L'onestà della vita degl' imputati
risultò nel processo, anche per la deposizione concorde dei testimoni
a carico. Notevole quella del sindaco di Santa Fiora, il quale attestò
che prima dei fatti di Arcidosso il Prefetto di Grosseto gli aveva detto:
"Se prendessi qualche provvedimento preventivo, mi troverei in gra-
vissimo impaccio a fronte del governo centrale [Sensazione nelV u-
dienza) .,. Vedi G. Bracco, Il Processo Lazzaretti. Eoma, 1879.
Alle notizie delle cose d'arte importanti, che ha il Monte Amiata,
aggiungo qui che sotto alla chiesa, unita ai resti del Monastero del-
l'Abbadia, ve n'ò un'altra, sostenuta da bei pilastri con capitelli squi-
sitamente e variamente scolpiti, la quale o fu forse la chiesa primitiva
o servi a questa da sotterraneo e da cimitero. E degna di esser visi-
tata dagli studiosi della storia dell'Architettura.
Del Monte .Amiata e dei suoi abitanti e del Lazzaretti parla un
libro, pubblicato di recente a Londra dal signor Odoardo Hutton col
titolo In unlnowìi Tuscany e con belle illustrazioni (1-909). L'Autore, che
non ama la nuova Italia politica e liberale (chiama grottesca la nostra
occupazione di Roma nel 1870), è un appassionato e starei per dire
un sentimentale ed enfatico ammiratore delle bellezze naturali della
nostra patria, e specialmente di quelle della nostra Montagna. Nar-
rando con grande simpatia per l'uomo la vita di David, segue quasi
passo passo il mio libro, che cita più volte. Non fa come ha fatto più
d'un narratore italiano, che, seguendolo, si è guardato bene dal ci-
tarlo, e come fece, alcuni anni sono, Emilio Gebhart, che l'aveva avuto
da me, e scrivendo nei Déba^s un articolo, intitolato L'ultimo del
Profeti, non nominò una sola volta né me nò l'opera mia.
G. Barzellotti. 45
INDICE.
Prefazione Pag. v
Monte Amiata.
(Pag. 1 a 86).
Il paese, il popolo, le industrie. La celebre Bibbia Amiatiiia. Vicende dei paesi
della Montagna. L'Amiata e lo Stato di Siena. Le due grandi rivali: Firenze e
Siena, La bella città sognatrice. Re Giannino e il beato Brandano. I manoscritti
di Bartolommeo Bellomini. Il Seicento nei manoscritti del Bellomini. Un Inno-
minato toscano. Casi di banditi e di ammazzamenti. Piancastaguaio eretto in
feudo. Il regime della Comunità Pianese. Notizie di opere d'arte. Questione d'an-
nona. Processioni e funzioni sacre. La bambina ebrea. Contiitto di autorità rivali.
Preghiere pubbliche nel luogo vecchio. Interviene l'autorità sovrana. L'ebreina deve
andare a Firenze. L'ebreina alla corte di Cosimo HI. I viaggi scientifici al 3Ionte
Amiata. Il Monte Amiata nel Settecento e nell'Ottocento. Che cosa ha fatto il
governo italiano. Eccesso delle imposte locali. Poco valgono gli aizzatori del po-
polo. Regione ignorata e poco curata. Che cosa aspetta e promette l' Amiata.
David Lazzaretti di Arcidosso, detto il Sauto.
(Pag. 87 a 101).
L'apostolato di David. Il Monte Amiata e gli abitanti. Condizioni intellettuali : il
clero. I principi dell'apostolato di David. La sua esaltazione non esclude l'ac-
cortezza. Fine di David; sue cause e occasioni.
Una visita alla torre di David Lazzaretti (cinque anni dopo).
(Pag. 103 a 336).
Il podere sotto Monte Labbro. I Lazzarettisti. L'ascetismo di David. I"n aneddoto
della giovinezza di David. Qual'uomo era David. Il popolo non crea più le reli-
gioni. I fatti di Arcidosso guardati da più aspetti. Per l'erta di Monte Labbro.
L'ambiente in cui crebbe la nuova fede. Monte Labbro e la missione del profeta.
La ìiuova Sion: la chiesa. L'uomo. La torre. La veduta che si ha daU'Amiata.
La Badia San Salvatore. Piancastaguaio. I giardini del Marchese. Il piatto delle
streghe. Castel del Piano. Arcidosso. Vengono per la statatura. Santa Fiora. Il
palazzo Sforza Cesarini. 11 convento delle Cappuccine. Il convento della Trinità.
La torre di David. La grotta sotto la Torre. Tn discepolo del Lazzaretti. Come
nacque la popolarità di David. I credenti in David. Amici e avversari del pro-
feta. Gli apostoli del Lazzaretti. Non fu un moto agrario e socialistico. Le tre
356 INDICE
società istituite da David. Fu uu moto prettamente religioso. Le riunioni alla
Torre. Il lavoro al campo di Cristo. Le prediche e l'influenza personale di David.
Fabbricano la Torre. La vocazione di David. La visione della grotta miracolosa.
David discendeva da un re di Francia. L'uomo del mistero. Egli non poteva tor-
nare indietro. Il ritiro nell'isola di Montecristo. Il ritorno dall'isola di Montecristo.
Poesie di soggetto politico-religioso. Codice di leggi religiose, morali, civili. Dopo-
la breccia di Porta Pia. Il Profeta ammonisce il Ee di Prussia. Le Lettere, gli
Avvisi e le Predizioni. David e l'utopia del Primato italiano. Le profezie di David
e l'anima nazionale italiana. David va per la prima volta in Francia. Ritorna in
Italia. Nuovo soggiorno in Francia. Le opere scritte in Francia. Il libro dei Ce-
lesti Fiori. La mia lotta con Dio. Il Manifesto ai poiìoli e ai princiiyi cristiani.
Le sei teste dell'Anticristo. Cospirazione clerico-legittimista. Eoma papale non fidò
mai in lui. Vuol fondare la città di Trislionia. Ciò che lo fece ritornare in Italia.
Gli Editti del Gran Monarca. È chiamato a Eoma dal Sant'Uffizio. Come fece il
suo ultimo passo. Gl'inni alla nuova Eepubblica e il Credo. La vocazione di un
Lazzarettista. Effetti del suo ritorno a Monte Labbro. David annuncia il giorno
della sua discesa. Giuseppe Zauardelli e le sue teorie. Reprimere, ma non preve-
nire. Grave parte di colpa che va al Governo. David dà il segno della partenza.
L'aspetto della processione. Le Figlie dei Cantici. Giungono ad Arcidosso. David
davanti al delegato. Fanno fuoco sulla folla. I Lazzarettisti tornano indietro. Da-
vid sul suo letto di morte. Valore scientifico del soggetto da me trattato. ,Quali
sentimenti proviamo per David. La vita delle religioni. L'ispirazione individuale
e il domma. Le infime forme della coscienza religiosa. Il regno dello Spirito Santo.
I Montanisti. Il calabrese abate Gioacchino. L'aspettativa del regno di Dio. Una
religione dell'avvenire. Filippo. La fedeltà di uu discepolo. La relatività dell'e-
quilibrio mentale. Filippo crede nel ritorno di David. La formazione della leg-
genda. Il Lazzarettismo. Si fa sera. Una famiglia di Lazzarettisti. La fede dei
montanari amiatini. Le classi colte e il popolo. La parte estrema del Lazzaret-
tismo. Essi lo aspettano ancora. Alcune mie riflessioni. La Chiesa romana e la
società moderna.
Note Pag. 337
INDICE DELLE INCISIONI.
Pag.
David Lazzaretti detto il Sauto . ii
Monte Amiata veduto dalla Ròcca
di Piancastas^naio 3
Il Convento delPAbbadia San Sal-
vatore 8
La Ròcca di Piancastagnaio, veduta
di fuori del paese 9
Santa Fiora veduta dal Convento
della Trinità 13
Bartolomeo Garosi (Brandano). Opera
del Duomo 21
Piancastagnaio. — Palazzo del Mar-
chese -9
Crocifisso ch'è nella chiesa del Con-
vento dell'Abbadia San Salvatore. 33
Dipinto di scuola senese scoperto
nella chiesa del Conveuto di Pian-
castagnaio 37
La Ròcca di Piancastagnaio, veduta
dall'interno del paese .... 40
Altare con la Madonna della Cin-
tola, di Andrea della Robbia. . 41
Fonte battesimale col Battesimo di
Gesù Cristo, dei Della Robbia . 45
La Ss, Trinità, dei Della Robbia . 49
Comunicatorio, dei Della Robbia . 53
L'Incoronazione della Vergine e i
Santi Francesco e Gerolamo, dei
Della Robbia 57
L'ultima Cena di Gesù con gii
Apostoli; dettaglio di un Pulpito,
(lei Della Robbia 61
La Resurrezione; dettaglio di un
Pulpito, dei Della Robbia. . . 65
L'Ascensione ; dettaglio di un Pul-
pito, dei Della Robbia .... 69
Arcidosso 77
Castel del Piano 81
Monte Labbro 89
Il podere sotto ]\Ionte Labbro . . 105
]\[onte Labbro veduto da Santa Fiora.
La Chiesa, l'Eremo e la Torre di
David ; . . .
L'Amiata, veduto dall'Abbadia San
Salvatore
l'na strada dell'Abbadia San Sal-
vatore
Fuori del paese dell'Abbadia. . .
Paesaggio tra l'Abbadia e Pianca-
stagnaio
Il Roccheto
Porticato della Chiesa del Convento
di Piancastagnaio
La Chiesa del Convento di Pianca-
stagnaio
Piancastagnaio. — La porta di Vol-
taia
Una strada di Piancastagnaio . .
Il Mugnello
Il ì\Iugnello, con resti di antica fon-
tana
11 piatto delle streghe
Monte Laterone
Barrocciai
Luogo fuori di Arcidosso, dove fu
ucciso David
Tre degli apostoli di David . . .
Casa delle Bàgnore, ove morì David.
11 camposanto di Santa Fiora, ove
è sepolto David
La madre, novantenne, di David, e
il fratello Francesco
Arcidosso, veduta da levante . .
Santa Fiora. — L'antica torre e parte
del palazzo dei Conti . . . .
Salita Fiora. — ■ La peschiera da cui
esce il fiume
Il Convento della Trinità. . . .
Scarpe di David Lazzaretti . . .
Nelle solitudini lungo la Fiora. .
Pag.
121
129
133
141
149
157
165
16»
181
189
201
213
225
241
257
265
277
285
287
289
293
297
305-
313
321
325
32»
QUATTRO TAVOLE A COLORI:
Com'erano vestiti David e i suoi seguaci, e quali vessilli portavano il
giorno della "discesa,, del Profeta da Monte Labbro (18 agosto 1878).
David Lazzaretti — Sacerdote-Eremita — Principe legionario . . . \
Discepolo — Musicante — Suora di carità j
Matrona — Fanciulla pia — Figlia dei cantici '. \ -^"P^ ^
Vessillo della l.*" legione italiana — Vessillo dei militi delle sante i frontispizio
Milizie — Bandiera di legno che fu innalzata il giorno 16 ago- 1
sto 1878 in cima alla torre di i\lonte Labbro
Opere di Giacomo Barzellotti:
Delle dottrine filosofiche nei libri di Cicerone. Firenze, Barbera, 1867. Uu vol.pag. 167.
La morale nella Filosofia positiva. Firenze, Cellini, 1871 (esaurito); ripubblicato
ia inglese nel 1878 a New York, C. P. Somerby, col titolo: The Ethics of Po-
sitivism. Vn voi. pag. 327.
David Lazzaretti di Arcidosso. detto il Santo, i suoi seguaci e la sua leggenda^
Bologna, Zanichelli, 1885, un voi. edizione elzeviriana, pag. 322 (esaurito).
Santi, Solitari e Filosofi, seconda edizione: un volume pag. 400, Bologna, Zani-
chelli, 1886 (esaurito).
Studi e Ritratti. Un voi. Bologna, Zanichelli, 1893.
l'P'polito Taine. Un volume. Roma, Loescher, 1895 (esaurito).
La Fhilosoiihie de H. Taine. Traduzione, e seconda edizione della stessa opera,
Paris, Felix Alcan, 1900 (E,oma Loescher).
Dal Rinascimento al Risorgimento (con un discorso su Giosuè Carducci). Un vo-
lume. Seconda edizione; Palermo, E. Sandroii, 1909.
s